mercoledì 23 dicembre 2009

Di passaggio



Vorrei essere ancora nei tuoi pensieri.
Vorrei far parte della tua vita.
Ma per me non c'è mai stato posto.
E non ce ne sarà.
Fuori non fa freddo, ma dentro si gela.
E i giorni di festa non fanno che sottolineare
quello che non ho.
Le mie mancanze non mi abbandonano mai.
Dal nuovo anno vorrei poter dimenticare....

venerdì 11 dicembre 2009

Tramontata è la luna


Tramontata è la luna
e le Pleiadi a mezzo della notte
anche giovinezza già dilegua,
e ora nel mio letto resto sola.

Scuote l’anima mia Eros ,
come vento sul monte
che irrompe entro le querce;
e scioglie le membra e le agita,
dolce amara indomabile belva.

Ma a me non ape, non miele;
e soffro e desidero.


(Saffo)

lunedì 30 novembre 2009

Meno male


D’improvviso sentì le gambe tremare. Aveva visto da lontano quell’uomo fermo, vicino a una panchina. Stava parlando al telefono e sembrava proprio lui. Continuò a camminare mentre sentiva quello strano tremore spostarsi in altre parti del corpo. Gli passò accanto e vide che non era lui. Quest’uomo era più giovane e aveva i capelli un po’ più scuri. Eppure era impressionante il modo in cui gli somigliava. Indossava vestiti simili a quelli che indossava lui e aveva lo stesso modo di tenere la giacca sulla spalla. Il tremore lentamente passò e riprese la sua strada.
Più tardi, in libreria, rivide la sua figura tra gli scaffali. Lo guardò ancora . Lo guardò a lungo.
Si perse nei segni del suo viso e per le vie del suo corpo. Lui le passò accanto e lei sentì il suo odore. Aveva un buon odore, ma diverso da quello dell’uomo a cui somigliava.
Quell’odore lì, lei non l’avrebbe sentito mai più. Eppure lo sentiva tutti i giorni, perché
ogni giorno pensava a lui.
Sospirò. Si strinse nelle braccia.
Si fece piccola piccola. E cercò riparo tra i libri.

Chissà dove sei. E cosa stai facendo. Vorrei che i tuoi segni disseminati per la città
sparissero. Vorrei che i miei passi non fossero così precari. Vorrei che un bacio visto mi
facesse meno male…Vorrei che un viaggio riuscisse davvero a essere speciale senza di te.
E che una canzone, per una volta, non mi parlasse di te…
Vorrei che un posto, un qualsiasi posto, diventasse mio….perchè sono senza casa.
Senza tempo. Senza cuore…né cervello.

mercoledì 18 novembre 2009

Catherine...


E’ autunno, a Parigi….
Catherine aspetta Herni, tutti i pomeriggi
a place des Vosges, in rue Diderot, 16.
Per arrivare da lei, Herni prende la metro.
A volte fa fatica a stare in mezzo alla gente, lì seduto, fermo.
Allora, quand’è così, quando sente l’animo in tumulto,scende prima.
Fa qualche passo a piedi fino al loro appartamento.
distende le gambe. annusa Paris, il cielo grigio.
E’ confuso…sente ancora l’animo in subbuglio,
i sensi agitarsi, al solo pensiero di Catherine, delle sue calze nere,
delle sue labbra vogliose, del suo corpo pallido, baciato dalla luna.
Fa le scale in fretta. Respiro mozzato.
Catherine è seduta , con le gambe schiuse.
Lo guarda senza dire una parola.
Lo ama, così, in silenzio e per un tempo che sembra non avere fine.
A cavalcioni, mentre danza su di lui,gli bacia la fronte madida di sudore.
- Sei stanco ? -, gli chiede.
- Un po’…ma non smettere di guardarmi così. Non smettere, Catherine…
Le accarezza il viso,lo bacia ripetutamente,
con la dolcezza di un bambino, con la passione di un amante.
Quando va via, ha il cuore in disordine.
Ha le labbra felici.
La fronte febbrile.
E un dolore per tutto il mondo che lo aspetta…

domenica 8 novembre 2009

Emmaus, l'ultimo romanzo di Baricco


Un episodio dei Vangeli, testimonia che qualche giorno dopo la morte del Cristo, due uomini camminano verso la cittadina di Emmaus e parlano di quello che era successo a Gerusalemme.
A un certo punto, si avvicina un uomo e chiede loro di cosa stanno parlando. I due lo mettono al corrente di tutto e, siccome si fa tardi, lo invitano a restare con loro, a mangiare insieme. L’uomo accetta, mangia con loro, spezza il pane. Guardandolo, i due capiscono che quell’uomo è il Messia e quando lo capiscono, il Messia sparisce. Rimangono soli e si chiedono come non avessero potuto capire che si trattava del Messia. Eppure era stato con loro tutto quel tempo…
E’ proprio da questo episodio del Vangelo, che Baricco ha rubato il nome per il suo ultimo romanzo : Emmaus. Uscito il 4 novembre. Copertina essenziale e minimalista , dalla carta ruvida.
Per cominciare, dico subito, che l’ho letto in due giorni e che con mia grande sorpresa, in questo libro i personaggi ( a differenza di altri romanzi di Baricco ) hanno nomi italiani, o per lo meno nomi facilmente pronunciabili. La storia è ambientata a Torino, anche se non si pronuncia mai il nome della città. E’ ambientato, negli anni settanta più o meno e i protagonisti sono quattro ragazzi cattolici, Bobby, Il Santo, Luca e l’io narrante che non ha un nome. Hanno diciassette, diciotto anni. Appartengono a famiglie della media borghesia, vanno a scuola, suonano in chiesa, fanno volontariato in un ospedale dei poveri. Rispettano e amano profondamente i loro genitori e la vita. Non fumano, non bevono, non fanno sesso. Hanno fidanzate che arriveranno vergini al matrimonio e la massima intimità delle loro coppie e carezzarsi sotto al plaid con, magari, i genitori nella stanza accanto. Hanno una vita lineare e pulita. Ma ogni tanto buttano lo sguardo di là, verso gli altri. Gli altri, sono semplicemente i loro coetanei risucchiati dal mondo. Quelli che si divertono, quelli che ascoltano altra musica, ballano, bevono, fanno sesso.
E tra questi altri, il loro sguardo si perde sempre su Andre. Andre è bellissima, anche se non si cura della propria bellezza. Lei porta i capelli così come vengono , come un’indiana d’America.
Andre è magra, di una magrezza che sa di malattia.Andre ha sempre gente intorno, fa sesso con chi capita, partecipa a orge, senza pensarci troppo. Per lei non è un problema stare con un mucchio di uomini, farsi prima un figlio e poi un padre. Tanto lei sembra non sentire nulla. Una volta ha provato ad uccidersi e fino a che non ci riesce, non si fermerà. Andre è piena di gente intorno, ma è sola da morire. Questi quattro ragazzi entrano nel mondo di Andre ( o lei entra nel loro) in modo quasi casuale. Si parlano poco , eppure con gli occhi capiscono parecchie cose.
Nel momento in cui, faranno un passo nel mondo di Andre, nel mondo degli altri , perderanno le loro certezze, a poco a poco, con tempi differenti, non rendendosene effettivamente conto.
Da lì in poi, sarà un viaggio verso ciò che non avevano mai creduto possibile a loro… (loro così cattolici, perfetti e puliti)..sesso a tre, travestiti, droga, suicidio, omicidio. Bobby, Luca e Il Santo si disintegrano. A restare è la voce dell’io narrante, quella senza nome, che si rende conto di aver visto tutto sfuocato. Un po’ come i discepoli di Emmaus.Com’è stato possibile ? Com’è possibile che non riconosciamo e comprendiamo davvero le persone che abbiamo intorno? Mangiano con noi, vivono con noi, eppure non li riconosciamo. Il romanzo è breve, solo 139 pagine, scritto benissimo, con eleganza e maestrìa.
Baricco non delude, ha una penna ferma, certa e i suoi giovani personaggi sono tutto e vogliono tutto. Certo non vi è la magia di chi, come me, ha amato Oceano mare o Castelli di rabbia.
Non ha il sapore, né il linguaggio, né i tempi di quelle storie lì. Non vi aspettate quella magia.
Ma è piuttosto uno sguardo , sotto sotto, benevolo , comprensibile verso le debolezze umane.
In fondo, si parla di noi. Che siamo indifesi, soli, nudi, egoisti, miserevoli, impauriti, curiosi, desiderosi, folli, incomprensibili. Si parla solo di noi.

martedì 3 novembre 2009

Tempo prezioso


Uscirono dalla libreria.Si tenevano per mano, ridendo.Andarono verso il parcheggio.
Salirono in auto. Si guardarono negli occhi. Avevano dentro una luce calda, che
sfavillava intorno.Lui mise in moto. Dove vai ? ,chiese lei.
Mi accosto sotto l’albero, mi levo dal sole.
Sei il mio sole, pensò lei. Ma non lo disse. Non glielo disse.
-Vieni qua, dammi un bacio.-, le disse carezzandole la mano.
Si lasciò andare tra le sue braccia e lo baciò a lungo. Non mi sazio della tua bocca.
Non mi sazio mai.
Restarono stretti come due ragazzini, a baciarsi soltanto.
A bagnarsi le labbra.
A leccarsi.
A mordersi.
Fino a che lei mise la testa sulla sua spalla. E guardarono il cielo azzurro.
Ricordi , tra le nuovole.
Di quando si erano conosciuti anni prima.
Della prima volta che avevano fatto l’amore.
Mi piace, lui disse, che mi facesti aspettare a lungo.
Lei rise. Invece sbagliai. Persi tempo.
Persi solo tempo prezioso, amore mio.

giovedì 22 ottobre 2009

Colma di assenze


Oggi è un giorno difficile e sarà difficile arrivare in fondo, fino alla sera.

E' un giorno piovoso. E' uno di quei giorni in cui sento il dolore

che prende fisicamente corpo.

Ed è uno di quei giorni in cui sono presenti

tutte le tue mancanze.

La mia vita, è colma di assenze.

giovedì 15 ottobre 2009

Bagliori diversi


Passi fatti in fretta per strade conosciute.
Belle, leggiadre, vissute con sana abitudine.
Il cielo era terso, incipriato dal biancore di nuvole clementi.
Mi sentivo colma di sensazioni nuove e calde.
Traboccavo di continuo, felice del mio poco.
Ricca di pensieri leziosi e leggeri. Ma a tratti mi visitava la malinconia.
Il desiderio di cose sconosciute. La voglia di un calore diverso da
quello meteorologico che sfavillava intorno.
Per strada, piedi, occhi, labbra. Tutti così vicini e lontani.
Passeggiavo e mi sentivo sola. Poi in compagnia, poi di nuovo sola.
Le gambe hanno continuato ad andare avanti. Con fatica, hanno obbedito.
Ho temuto. Ho patito. Ho sognato. Ho comprato.
Orecchini lucenti che mi adombrano. Il mio viso bagnato di baci.
Il mio corpo, ora su questo letto che cerca bagliori diversi.
Luna inaccessibile. Pallidi crepuscoli dove avvolgere questo
gelo insensato.
Sono come un viandante che, incerto,
procede verso strade sconosciute, ma tante desiderate.
Non temo la mia intensità di spirito.
Temo i miei passi, perché troppo precari.
Agito le mani…sbuffo.
Rigiro il nulla tra dita ingioiellate di saggezza.
Asciugo lacrime irrisorie con vecchie asciugamani di tela.
E mostro i miei pensieri a uno specchio d’uomo che non mi riflette.
Sono vera. Introspettiva.
Sono luna e suono sommesso.
I miei piedi vestono i sandali della meraviglia….
e occhi, questi, che si destano al suono della tua voce.
Ti prego, non smettere,di parlare…

giovedì 8 ottobre 2009

Passando davanti a una pasticceria


Il sole è alto nel cielo, non sembra un giorno di inizio autunno. Lei aspetta che lui arrivi, che venga a prenderla. Eccolo. Si gira e lo vede. Gli sorride, lo bacia, infila il casco e sale in moto.C’è traffico, ma nonostante le auto, gli scooter e i mille strombazzamenti, arrivano da lui in dieci minuti. Parlano di cinema, di film visti di recente. Lei ha sete. Si versa da bere. Lui gli dice che nel frigo ha preso l’acqua minerale che di solito beve lei. E poi dei dolci. Ha preso anche dei dolci. Era passato davanti a una pasticceria e aveva visto le crostatine alla fragola . Sapeva quanto lei amasse le fragole e così le aveva prese. Glielo stava raccontando tra i baci e le carezze tra i capelli. Sei un tesoro, sussurra lei. Mangiano i dolci e parlano della loro giornata. Lei fa una telefonata, dà un’occhiata al giornale, va in giro per la casa tra parole e silenzi. Poi torna da lui. E’ seduto sul divano. Controlla dei documenti. Gli dà un bacio, gli accarezza i capelli. Prende i fogli, li posa sul cuscino e si siede a cavalcioni su di lui. Non dice nulla. Lo guarda soltanto. Tanto basta, tra di loro.Con gli occhi negli occhi lei cerca i bottoni della sua camicia. Li slaccia uno a uno leccando il contorno delle sue labbra. Avanti e indietro, lentamente. Ogni bottone è la scoperta di quella pelle che adora. Lui chiude gli occhi e le stringe i fianchi. Mi piace il tuo petto, lei dice. Mi fa impazzire. Lo accarezza con le mani e con il viso. Lo guarda sempre negli occhi e gli slaccia la cintura e i pantaloni. Si inginocchia davanti a lui e gli tocca il cazzo. Lui guarda le sue dita dipinte di rosso, scendere e salire su quella pelle meravigliosamente liscia e sottile. Glielo prende il bocca. Lo succhia come ha voglio di farlo. Lui la guarda. La guarda sempre quando lei lo fa. Ogni tanto lei alza lo sguardo e sorride con gli occhi. Lui gli afferra la testa e spinge il cazzo nella sua bocca, in fondo. Lei ha imparato a tenerlo senza troppo sforzo. Sta scopando con la mia bocca, lei pensa. Questo pensiero la eccita, ma con poesia. Perché lei lo sta mangiando con amore. Perché lo vuole tutto. Ogni centimetro di pelle. Lo vuole corpo e anima e cuore e braccia e gambe e pancia e testa e cazzo. Lui tira via le sue mani. Lei alza il viso. Vuoi soffocarmi? Lui, ridendo , risponde di sì.
Lei gli chiede di seguirlo. Lui ubbidisce. Lui fa tutto quello che vuole lei. E glielo dice all’orecchio.
Ma è lei che si mette nelle sue mani e si lascia spogliare, guardare. Lui le apre le gambe e le lecca la fica. Lei sospira, carezzandogli la testa. Lui non vorrebbe smettere mai. Lo fa durare a lungo ascoltando i respiri di lei. Li rincorre e li acciuffa nelle stanza, perché i respiri di lei se ne vanno in giro e si appoggiano sulle cose. Lui carpisce ogni segreto di ogni suo respiro. Lei non ha difese, fino a quando lui la stringe forte e se la tiene tra le braccia, sul petto. Poi è la voce di lei che si sente, flebile e dolce. Eccoti, dice, prendendolo dentro.
Si cascano addosso, ogni volta. Ogni volta non resistono che pochi minuti. Basta uno sguardo tra di loro e poi il mondo , tutto il mondo, diventa una scintilla. Scia luminosa.Tutto il mondo diventa coltello per frugarsi nell’anima e nelle viscere.
E lei continua ancora a frugarlo negli occhi e lo accarezza senza posa. Gli dice quanto sono belle le sue spalle, quanto ama perdersi nei suoi abbracci. Gli dice che la fa sentire viva e femmina e bella. Lui non smette di scoparla, di leccarla, di morderla. Si allaccia le gambe di lei intorno ai fianchi e poi le fa salire più su, quansi intorno al torace. E’ su di lei con tutto il suo corpo d’uomo. E spinge. E fruga. E scopa forte. Poi piano. Poi lo tira fuori e poi affonda di colpo. Lei geme.
Girati, le dice. Lei ubbidisce. Le lecca la schiena mentre la prende da dietro, completamente disteso su di lei. Con la mano la tocca tra le cosce umide. Le dice che la sua fica lo fa impazzire. Che l’odore della sua fica non lo dimentica mai. Che solo a pensarci si eccita da morire. La tocca e la scopa. Lei non ha parole. Lei è solo piacere dissolto che morde le dita di lui .
Amore amore amore amore amore amore amore amore amore amore amore amore amore.
Solo questo lei dice.
Amore amore amore amore amore amore amore amore amore amore amore amore amore.
Si gira con il viso. Gli cerca la bocca. Amore. E si nasconde tra i baci, tra i sospiri colorati.
Si girano, stringendosi con gambe e braccia. Si siede su di lui.
La guarda mentre, ora, si muove sul suo corpo e gioca con i suoi seni.
Ridendo lui dice che quella è la loro posizione preferita all’alba.
Lei risponde di sì. Che al mattino, tutte le mattine, pensa di star seduta così su di lui.
E di essere guardata, come solo lui la sa guardare.
Di fremere, come solo lui sa farla fremere.
Di piangere, come solo lui sa farla piangere.
Di gioire, come solo lui sa farla gioire.
Di vivere, come solo lui sa farla vivere.
- Ferma, solo un attimo, solo un attimo, solo un attimo.
Strascica le parole, mettendo le mani sui fianchi di lei, per fermali.
Solo un attimo.Che così mi fai fermare il cuore, lui dice. Così mi fai fermare il cuore, piccola mia.

domenica 4 ottobre 2009

Pensavo ai bambini


Pensavo ai bambini. Ai bambini che giocavano insieme. I bambini di ogni razza, belli, tranquilli.
Avevano voci musicali. Sorridevano. Sembrava un altro mondo. E poi ai palazzi. Pensavo ai palazzi. Alti, maestosi. E al cielo limpido. Questo si vedeva dal tuo balcone. Un cielo limpido al mattino e i bambini al pomeriggio. Ci penso sempre a queste due cose. Mi hanno lasciato dentro una serenità e un ‘emozione inaudita. Può sembrare sciocco. Forse lo è. Ma il più delle volte ci restano dentro cose inspiegabili, sensazione che faranno parte di noi. Resteranno uniche. Quei bambini non li vedrò mai più, ma ho dato un nome a ognuno di loro.

domenica 27 settembre 2009

Perdersi...



Le lingue degli amanti
litigano, stanotte.
Litigano per ore, tra lenzuola
sconosciute.
Litigano per tutti quei baci
che non possono vivere al
di fuori di quella stanza.
Solo il loro piccolo mondo sa,
conosce quel tepore.
Quel perdersi senza ritorno.

venerdì 18 settembre 2009

Mi piace il tuo corpo


Mi piace il mio corpo quand'è col tuo corpo.

È una cosa tanto nuova.

Muscoli meglio e nervi di più.

mi piace il tuo corpo. mi piace quel che fa,e il come.

mi piace sentir la sua spina dorsale, le sue ossa

e il tremolante-liscio-sodo che bacerò

ancora ancora e ancora

di te mi piace baciare questo e quello,

mi piace, lentamente accarezzare, il folto

elettrico pelo, e quel che viene a carne che si separa...

E occhi grandi briciole d'amore,

e forse mi piace il brivido di sotto me, te così nuova

(Cummings)

lunedì 14 settembre 2009

A un uomo carezzevole


Eri bellissimo in quel momento,mentre venivi da me, tutto bagnato,
la pelle accesa da mille bagliori.
- Ho fatto la doccia -, hai detto lasciandomi un bacio leggero
sulle labbra.
- Lo vedo …
Hai continuato ad asciugarti, ma non sei riuscito a toglierti di dosso
quella luce che ti illuminava come non mai. Per un attimo mi è
mancato il fiato. Ma non ho detto niente. Ho guardato soltanto,
tutto il tuo splendore. Quello che tu, la maggior parte delle volte non
sai nemmeno di avere.

lunedì 7 settembre 2009

Risacca...


La città si sta svegliando e qualche rumore entra in casa. La porta-finestra è aperta. La persiana abbassata, ma non per intero. La luce dell’alba la sveglia. Scende dal letto e cammina a piedi nudi. Va in bagno e si stropiccia gli occhi. Beve un sorso d’acqua , in cucina. Guarda le cose lasciate in giro, sul divano, la sera prima. Torna a letto. Tanto è ancora presto. Lui sonnecchia ancora. Lei si distende accanto a lui e lo guarda in quel chiaro-scuro. Ha delle belle spalle. Larghe, forti. Si appoggia su un fianco e lascia vagare la mano sul suo petto. Le carezze lo svegliano. Sorride. Si gira.
- Ehiii…..
- Buongiorno…
Le mani di lei continuano a cercarlo mentre lui rimane immobile. Solo dopo un po’ se la stringe a sé. E la stringe improvvisamente così forte, che le sembra che il respiro le manchi.
Quando succede lei sente qualcosa nello stomaco. Come una stretta. Come una cosa che non la fa ragionare e che la trascina con sé, in preda ai sensi. Ha il viso sprofondato nel suo collo mentre lui le carezza la schiena. Struscia come una gatta sul suo petto e prende a baciarlo e a morderlo.
Con la mano afferra il cazzo pronto, teso, durissimo. Ha voglia di lui e di nessun altro. Lo prende il bocca e lo succhia con una voluttà che non conosce fine. Perché fa parte di lui. Perché è suo. Lui non ha difese. Le va incontro, ma con gesti incerti, lei lo vede il potere che ha su di lui in quel momento e questo le piace da matti. Continua ad averlo nella sua bocca. Continua a giocarci , a passarlo sul viso, a farlo entrare in bocca di lato, così da far sfiorare l’interno delle sue guance. Continua…. mentre sente la voce di lui dire che lo fa impazzire. Che non ha mai sentito una cosa così prima. Che è brava. Tanto brava e vorrebbe che durasse in eterno. Lo dice sussurrando il suo nome. Il suo nome. E questo le dà i brividi. Poi le afferra i capelli. Le carezza la testa. La bacia con dolcezza e trasporto. Le sfila la maglietta e gli slip. E la tocca. E la bacia. E la lecca. Hanno qualcosa negli occhi che è scintilla. Qualcosa di insaziabile. Lei lo stringe forte, sempre con quella stretta nello stomaco. Gli sale sopra. E inizia a dondolare. A danzare. A scopare. Gira il viso di lato e guarda loro due riflessi nello specchio dell’armadio. Si vede “ all’azione “ per la prima volta. Guarda il suo corpo che avvolge quello di lui. Guarda i suoi fianchi pieni che hanno fame di lui. Li guarda e li trova belli , per la prima volta. Si vede donna. I fianchi di femmina. Fianchi in azione che hanno fame e sete. Il mare quando si agita. Onde quando si infrangono e ritornano impetuose.
“ Una risacca d’amore “, pensa. Guarda il suo corpo dimenarsi. Non avere freni, argini.
- Non sono male all’azione….-, dice. Lui ride.
- Non sei male ?!?!? Sei bellissima….non smettere.
Lei non smette. Le mani di lui sui suoi seni che vibrano nell’aria.
Ogni tanto lui apre il palmo delle mani e le lascia in attesa.
In attesa dei suoi seni che arrivano, a un certo punto, in quella danza, a toccare la pelle delle sue mani. E poi li stringe ancora. E poi non li lascia.
- Hai delle tette che sono la fine del mondo…dei capezzoli stupendi…-, dice.
E allora si alza e ci affonda la faccia dentro.
Amore mio, lui dice. Amore mio.

mercoledì 1 luglio 2009

Philip & Rose


Philip continua a pensare che l’unica compagna a lui destinata è Rose, la bicicletta che ha trovato in una notte di pioggia di circa tre anni prima. Era abbastanza tardi e lui era ancora per strada avvolto nel cappotto della sua malinconia. Camminava con la testa abbassata, sotto la pioggia, che diventava sempre più copiosa. Un freddo addosso e dentro…che spesso si sente, ma non si può spiegare. Un freddo impossibile da dire. Trascinò i suoi passi stanchi fino al parco, dove di solito passava le sue giornate. Lo trovò diverso. Gli sembrava più bello di notte…e forse un po’ più “ lontano “ con la pioggia. Come un’immagine che arriva da molto distante….come quando si guarda una foto, o si legge una lettera ricevuta anni prima.
Fu in quel parco che vide Rose per la prima volta. Se ne stava da sola, silenziosa, abbandonata. Lui le si avvicinò e la trascinò accanto alla panchina più vicina. Si tolse il cappotto e iniziò ad asciugarla, cercando di porre rimedio alla sua solitudine. Sono tre anni, ormai, che gira con Rose. Non ci sale mai sopra. Tiene il manubrio stretto tra le mani. Mani da vecchio. Rose se ne sta appoggiata a lui, con la delicatezza di una donna. Camminano insieme, sempre. Ma non fanno mai più di duecento metri. Philip se ne va per il paese a piccoli passi, ma sono passi pesati, trascinati, dosati, contati. E’ commovente quel camminare, quella danza ballata senza musica. Unica. Silenziosa. Impercettibile. Soffocata dai rumori di un mondo che non sa e non può capire quello “ spettacolo “. La gente dice che Philip è pazzo. Ma è pazzo di quella follia bella e pura. Ieri l’ho visto aggirarsi in quei duecento metri di paese. Per la prima volta, Rose non c’era. – E’ malata…..-, ha detto. Poi è rimasto in silenzio, tenendo una birra tra le mani. Ogni tanto ne tracannava avidamente un goccio. Sentivo un bisogno incessante di quella sua follia. Come sarebbe rinunciare a tutto ? A un tutto che ci sembra sempre un nulla ? Se glielo chiedi, resterà un po’ in silenzio, poi, passandosi una mano tra i capelli, con la sua voce lenta e strascicata, ti risponderà – Quel che conta è riuscire a passeggiare lungo il mare, ogni tanto….quando tira vento…e stringersi tra le braccia…senza temere la tempesta…..-

domenica 28 giugno 2009

Last Tango in Paris...







L’appartamento era più o meno del dopoguerra, così le disse. Entrati, il buio li avvolse, sereno e delicato. L’odore non era quello “forte”, da appartamento chiuso. Le sembrava fosse inodore. Sentiva la sua voce nella stanza accanto parlare con il portiere. Intanto lei fece un giro per l’appartamento, guardando qualche quadro appeso alla parete, osservando antichi angoli di polvere, immaginando chi c’aveva vissuto in quella casa, chi aveva usato quella vasca, chi aveva acceso la vecchia lampadina rimasta accanto al muro. Quando il portiere andò via, lui chiuse la porta d’ingresso e per un attimo lei ebbe paura, un brivido che non ancora non conosceva….ma presto, tutto svanì.
Poche parole le uscirono dalla bocca, strozzate, strascicate, lente…come se ad alzare la voce succedesse chissà che. Se lo ritrovò contro. Le accarezzò le labbra e le diede un bacio leggero.
- Hai preso il caffè ? -, le chiese
- Si…poco fa..

E poi , respiri…solo respiri. Si ritrovò avvolta dalle sue labbra, dal suo sapore delicato. Le sue mani tra i capelli, sul collo, sulle labbra, sulle seno, sulla schiena, sui fianchi. Chiuse gli occhi e se lo strinse contro perché era tanto che lo desiderava…ed ora eccoli lì, come l’aveva sognato. Continuava a stringerlo a sé con una paura e un desiderio che non conoscevano misura. Ancora non sapeva che sarebbe stato un desiderio forte, al quale non avrebbe mai saputo dare un nome.
Sentii la sua erezione premerle contro. Sorrise tra le sue labbra.
- Aiutami -, gli sussurrò tra i baci.

Allora lui, prese la mano di lei e la portò sul suo sesso. Era duro e grosso. Iniziò a slacciarsi la cintura e lei, titubante, lo aiutò. Poi con voce sommessa, disse
- C’è troppa luce…
Lui le carezzò i capelli e le baciò la fronte. Con dolce pazienza, si avvicinò alla finestra e chiuse la persiana. Si fermò lì, vicino al davanzale e la guardò.
- Ti aspetto -, disse.
Lei con gli occhi lucidi, ancora ferma contro la parete. Sospirò , lo guardò per qualche minuto. La sua pelle…i suoi occhi vivi, il suo sesso. Era lì , dopo notti e notti, in cui l’aveva sognato.
…………..Fu per lei, la più dolce della attese.

sabato 20 giugno 2009

Tutte le sere...


Tutte le sere, alla stessa ora, ormai da giorni e con pazienza inossidabile,
passava in quel vicolo stretto, davanti all’ hotel Doria, dove le finestre sono
attaccate una all’altra come occhi di una stessa casa. Camminava lentamente,
rigirando il proprio vuoto tra dita gelate. Ascoltava il rumore dei suoi passi.
Intorno, nessuno.Ovunque cercava segni che appartenessero a lei :la sua figura
venire da lontano , il suo lieve incedere, il nobile passo….ma non l’aveva vista
che una sola volta. Eppure, pensava ai suoi riti quotidiani. Alla sua solitudine.
Ai suoi amori. Ai suoi sogni da bambina. Alle sue labbra belle e tremanti. Idee
irritanti. Domande che non prevedevano risposte.
Aveva voglia di mordersi le mani. Aveva voglia di latte con i biscotti.
Aveva voglia di urla dal balcone…aveva…voglia….di sentire la sua voce.
Allora, restava lì anche per ore.Vana speranza di poter rubare un gesto.
Una luce. Un calore.Passo più leggero, stasera. Cappotto nero. Lungo. Pesante.
Una sciarpa di malinconia e una luna inesistente.
Con desiderio e rassegnazione cerca ancora quella finestra.
Sul davanzale, solo un reggiseno. L’emblema nero della sua femminilità
Battiti alla base della gola. Nello stomaco, falene notturne, danzavano incuranti.
Testa svuotata, oppure colma di un unico.
“Mi basta sognarti, anche solo immaginarti. Mi basta sapere che ci sei a questo mondo,
perché tutto mi sorrida “

giovedì 18 giugno 2009

Cardiologia


Come una pazza. Come una pazza ho radunato oggetti, libri, cd, parole che mi avevi regalato. Ho preso tutto. Ne fatto fagotto. Ho buttato via ogni cosa. Ho dovuto differenziare per buttare via i segni del tuo passaggio nella mia vita. Alcuni indumenti che mi avevi donato, sono finiti nella cesta della caritas. Quel golf rosa, scalderà il corpo di un’altra donna, non più il mio. I biglietti dei treni, dei viaggi insieme , strappati, fatti a pezzi e buttati nella carta straccia.
Ho scoperto di aver conservato robe assurde. Carta di cioccolattini, una scatola di cerotti con i quali medicasti il mio piede, una volta che mi ero fatta male. “ La gente conserva cose assurde “, ho pensato. Ero diventata una specie di clochard che andarva in giro con il suo sacco di sogni e di ricordi. Ho buttato via quel sacco.
I libri regalati, quelli non ce l’ho fatta a buttarli via. Ho troppo amore per i libri. Ne ho fatto bookcrossing. Li ho lasciati su diverse panchine. Saranno di qualcun altro. Ho lasciato andare via da me, anche il libro che mi regalasti in quel pomeriggio di maggio. Avevamo fatto l’amore per la prima volta.
“ Voglio regalartelo, così ti ricorderai di questo giorno ogni volta che lo vedrai “.
Qualcuna altro lo leggerà e accoglierà i miei ricordi.
Non volevo più intorno a me cose che mi potevano ricordare te.
Anche se so che è una cazzata, perché erano cose materiali. E le cose belle e brutte che mi hai fatto sentire, beh, quelle resteranno chiuse nella mia raccaforte privata.
Non ti odio, no. Non potrei mai. Non si può odiare che ti ha fatto sentire viva davvero.
Ma devo prendere una parte del mio cuore gonfio e farlo volare via. Lo devo a me. Per andare avanti senza te.


lunedì 15 giugno 2009

Quel pomeriggio a Venezia...


Quel pomeriggio a Venezia.
Tutto ricordo…i colori, gli odori.
Il tempo passato in quell’abbraccio.
In quel ballare continuo.
Il nero dei nostri vestiti e dei nostri capelli.
Il grammofono di mia nonna, con la
sua musica d’altri tempi.
Gli altri stesi sull’erba…visi sconosciuti,
che ci sorridevano ad ogni passo.
A sera, mi hai confessato l’inferno della tua casa.
I sogni, ormai messi da parte.
Ti ho accarezzato la schiena, ho detto
poche parole, forse banali, forse lontane.
Ma mi hai guardato in quel tuo modo unico.
Sfiorandomi la bocca, hai detto
– Ho voglia di primavera …-
Ho sorriso, mentre giocavo con le labbra
intorno alle tue dita…
Mi hai guardato con occhi accesi.
Occhi carichi di “shine”….luce che conoscevo..
Ho capito. Che era ora di abbassare le luci,
che era ora di stendermi al tuo fianco..
Venezia lontana…..Venezia amata così,
solo nel bianco e nero di un abbraccio…..

giovedì 11 giugno 2009

Lussuria


Ho visto “ Lussuria “, solo qualche giorno fa, in dvd.Il film, vincitore del leone a Venezia nel 2007, girato da Ang Lee, mi aveva affascinanto all’uscita nella sale, eppure non andai a vederlo. Mi chiedo solo ora, il perchè. È bellissimo e interpretato da attori “veri “, così rari da trovare.E’ un film girato in modo magistrale, ambientato negli anni ’40 a Shangai. La guerra è arrivata anche nel lontano oriente. I giapponesi invadono la Cina continentale istaurando un governo fantoccio a Shangai. Ed è qui che la giovane Wang Jiazhi, con un gruppo di amici universitari sposa la resistenza. Insieme oragnizzano un piano per stanare e uccide Mr. Yee, un pezzo forte del governo di Shangai che collabora con i giapponesi. Il piano consiste nel far interpretare alla giovane Wong, il ruolo di una ricca signora di Hong Kong e farla entrare nelle grazie di Yee. Questo piano, in un primo tempo, fallisce miseramente, per l’ innocenza e l’inesperianza del gruppo. Passano tre anni, Wong insegna, riprende gli studi universitari, fino al giorno in cui, un compagno la ritrova e le racconta che ora fanno parte di un vero movimento di resistenza e che hanno bisogno di lei. Acceta, senza porsi troppe domande. Riesce a entrare nella casa di Yee, a diventare amica della moglie e a sedurlo.
Non aveva messo in conto una cosa, però. Perde letteralmente la testa per quest’uomo che le fa scoprire il piacere dei sensi, la vera passione, l’unione della carne. Tutte cose che non aveva immaginato. Diventa “ schiava”. Lo aspetta per notti e notti, mentre lui è fuori, in viaggio ed è partito senza una parola. Non vede l’ora di chiudersi in una stanza con lui, per respirare le stessa aria, nutrirsi di lui e lui di lei. È gelosa. Fa scenate e dentro si sente morire. Si innamora di quest’uomo all’apparenza cosi cattivo e freddo, e invece scopre un uomo molto solo e silenzioso. Una solitudine che si porta dietro da anni e alle quale il potere l’ha condannato. I loro incontri intimi sono forti, lunghi,estenuanti e insaziabili.Si mangiano, si mordono, si leccano per ore. Si sente l’odore, si vede il sudore e si stana il sentimento ritrovato sul volto duro di Mr. Yee. C’è una scena molto bella, nella quale Wong canta per lui, un vero “ canto d’amore “ .Lui sente che quel sentimento è vero . Si commuove e la “violenza “ mostrata la prima volta che la fece sua, in un appartamento vuoto, è scomparsa, lasciando posto all’amore e alla fiducia.
Ma il destino è dietro l’angolo. Sta aspettando. Triste e senza via di scampo.

martedì 9 giugno 2009

Le verità amare

Non solo non essere amata da te.
Ma essere derisa.
Non mi hai mai apprezzata nemmeno come persona.
L'ho capito in questo pomeriggio.
Tutto d'un colpo. Perchè le verità, quelle amare,
arrivano sempre così. Da sole, senza una stretta di mano.
Senza uno sguardo d'affetto. Arrivano violente come una serie
di pugni nello stomaco.
Sta pure tranquillo non sentirai più la mia voce quando si fa tenue,
quando diventa sottile e dolce.
Non avrai più le mie attenzioni.
Non avrai più le mie cosce calde e le mie braccia strette.
Avrai solo silenzio. E una manciata di solitudine.
Avrai solo la tua vita falsa, fatta di cose non dette .
Fatta di sguardi d'indifferenza e di colpi alla schiena.

domenica 7 giugno 2009

Variante di canzone


“ Io te vurria vasà “, sospira la canzone.
Ma prima e più di questo io ti vorrei bastare.
“ Io te vurria abbastà “, come la gola al canto,
come il coltello al pane,
come la fede al santo io ti vorrei bastare.
E nessun altro abbraccio potessi tu cercare
in nessun altro odore addormentare,
io ti vorrei bastare,
“ Io te vurria abbastà “.
“ Io te vurria vasà “, insiste la canzone
Ma un po’ meno di questo io ti vorrei mancare.
“ Io te vurria mancà “ più del fiato in salita,
più di neve a Natale,
di benda su ferite,
più di farina e sale.
E nessun altro abbraccio potessi tu cercare,
in nessun altro odore addormentare.
“ Io ti vorrei mancare “
“ Io tu vurria mancà “.



( Erri De Luca )

venerdì 5 giugno 2009

Le parole ghiacciate


Era una donna assai passionale. Racchiudeva in sé un immenso affetto che doveva manifestare e raccontare a chi voleva bene. Ma così come si accendeva in lei il fuoco della passione, con la stessa facilità si spegnava. Non perché non nutrisse più quel genere di passione, ma perché , a volte, bastava una parola, una frase densa di ghiaccio a farla tacere. Erano quelle parole che dicevano anche altro, che dicevano di più a farla rinchiudere nel suo silenzio. E allora diventava gelida. E c’era ben poco da fare. Quando qualcosa in lei veniva scheggiato, non c’era modo alcuno di farlo ritornare a nuova vita. Non che si fosse rotto, quel qualcosa.Rimaneva sempre lì, in lei, ma era segnato da graffi insanabili. E anche se curata, la pelle, non avrebbe più provato lo stesso piacere di una volta. Le parole ghiacciate uccidono il piacere, pensò.

martedì 2 giugno 2009

E' qualcosa che non esiste più


Marta tornò a casa tardi, quella sera. Era una sera come le altre, visitata dal vento e da una leggera pioggia. Erano le prime gocce , di un insolito aprile. Tirò fuori le chiavi dalla borsa. Entrò in casa. Accese la luce. Tutto era calmo e silenzioso. Poggiò la borsa e la giacca sul divano comprato da poco. Il telefono squillò, ma non le andava di rispondere. E quando aveva addosso quella sensazione e quella voglia di non essere trovata, pensava a una frase di Kerouac, letta anni prima. “ Non usare il telefono. La gente non è mai pronta a rispondere. Usa la poesia. “ In parte, era vero. Dopo cinque squilli, scattò la segreteria telefonica. La voce registrata aveva un suono metallico e non sembrava la sua. Dall’altro lato del telefono, chiunque fosse, sentendo la segreteria, mise giù, senza pensarci troppo. Andò in cucina e mise l’acqua sul fuoco. Aveva bisogno di una delle sue tisane. A quell’ora della sera, era un’abitudine alla quale non rinunciava mai. Lasciò in infusione anche i suoi pensieri, stanchi e confusi dopo una giornata di lavoro. Cercò di smorzarli anche nella vasca da bagno, mentre inutilmente provava a non pensare a niente, soprattutto a quell’immotivato senso di paura che avvertiva, seppur in maniera lieve. Prima di rivestirsi, si guardò allo specchio. Ogni tanto lo faceva, dopo anni di assoluto “pudore”. Lasciò cadere le mani lungo i fianchi pieni e morbidi. Con il tempo e con carezze di mani desiderate, aveva imparato a non odiarli più. La pelle bianca e il neo sul seno destro, richiamarono il suo sguardo, come se notasse questi particolari per la prima volta. Il telefono squillò ancora. Stavolta decise di rispondere. Attraversò il corridoio, nuda e con la pelle ancora umida dopo il bagno. Prima di rispondere, indossò la vestaglia che aveva lasciato sulla sedia, di mattina prima di uscire. Era sua sorella. – Ehi !?! Come ti senti ?
- Bene -, rispose con voce sicura.
- Ha stupito anche me, Marta. Pensavo fosse morto in questi anni.
- Lo so….

Durante la pausa pranzo, erano solite incontrarsi e quel giorno avevano riconosciuto un volto, un tempo familiare. Dopo anni, quel volto era saltato subito agli occhi di Marta. Aveva sperato di non rivederlo mai più. Guardandolo da lontano, ormai vecchio, aveva risentito subito la sua voce di allora. – Lo sai come si da un bacio ? No? Vieni qui…vieni qui !
Risentì quella frase più di una volta nella sua testa. Risentì l’odore e il sapore di fumo e di birra di quel pomeriggio d’inverno, di tanti anni prima. Aveva sette anni e non aveva difese per quei baci e quelle carezze moleste , che sembravano non finire mai. Quanto tempo passò ? Due o tre ore ? Non lo sapeva. Poteva gridare, forse, ma non lo fece perché non aveva voce. Non capiva cosa quell’uomo che conosceva e al quale voleva bene, le stesse facendo. Ma sapeva che era sbagliato e che non andava fatto. Lo sapeva perché in quel momento non era più fatta di carne e di ossa, ma solo di gelo e di terrore. Spalancò gli occhi. Lo vide appiccicato alla sua faccia. L’ansimare come quello di un cane dopo una corsa. Richiuse gli occhi, scegliendo il buio. Quando sentì i passi di suo nonno, capì che stava per finire. Lui le aggiustò i capelli, il vestito blu e le calzamaglie rosse.
-Non dire niente -, le disse. Corse da suo nonno e lo strinse forte come mai prima. Non disse nulla, ma fece in modo di non restare più sola con lui. Non gli rivolse mai più la parola. Sua madre le chiese spesso il motivo. – Perché non rispondi più a Marco ? Lo adoravi !
Ma non ricevette risposta. Guardando quell’uomo seduto al tavolo di un bar, quel pomeriggio, rivide tutto nitidamente. Lo osservò. Era vecchio, brutto. Sembrava che la vita l’avesse preso a pugni. Per lungo tempo lo aveva disprezzato con tutta se stessa. Ora , sentiva solo molta pena. Ma della specie più brutta e cattiva. A sua sorella, l’aveva confidato solo pochi anni prima e fu felice, quel giorno, di non essere sola davanti a quella faccia buia e avvizzita.

Salutò Gaia e mise giù il telefono. Si strinse forte tra le braccia. Si sdraiò sul divano. Sentì il rumore leggero dei suoi respiri. E’ qualcosa che non esiste più, penso. Chiuse gli occhi e lentamente sprofondò in un sonno dolce e inaspettato.

mercoledì 27 maggio 2009

Non ho questi generi di conforto


E’ una delle persone che ammiro di più. Ogni volta, e succede raramente, che fa un’apparizione televisiva, resto rapita davanti al televisore. Se c’è qualcuno intorno a me che chiacchiera, chiedo silenzio. Perché così va ascoltato, Erri De Luca. In silenzio. Ma credo che sia un silenzio che giunge naturale, perché ha un modo di esprimersi, una profondità e una bellezza dell’anima che viene fuori ad ogni parola, prende corpo in ogni pensiero. Non ho letto moltissime cose sue, anzi forse solo due o tre libri. Ricordo però, di aver letto molti anni fa una sua introduzione a un libricino, ( edito minimum fax ), di poche pagine e che racchiudeva un’intervista a uno degli scrittori che più amo in assoluto e che è Cèline. Erri De Luca, parla dell’inverno del 1980-81, a Napoli. La descrive una città spaesata dal terremoto, quel terremoto che ricordo bene. Lavorava in un cantiere edile e un giorno su un marciapiede trova “Viaggio al termine della notte “, il libro capolavoro di Cèline. Lo compra. Lo legge avidamente dopo il lavoro, stanchissimo in metropolitana. Poi lo butterà. “ Per amore “, dice. Per non correre il rischio di una rilettura. Rischio che invece avrebbe potuto correre, perché io alla seconda rilettura l’ho trovato ancora più bello. Le parole che De Luca scrive, hanno la stessa profondità di quelle che esprime. Non sono solo “ parole”. Non so dire cosa siano. Ma hanno peso, valore, sono tangibili. Sono calde. Autentiche. Avvolgenti d’umanità. E quando lo ascolti, rapito ogni volta, anche per pochi minuti diventi un essere umano migliore. Mi piacerebbe tanto conoscerlo. Starei ad ascoltarlo per ore, magari seduta in un angolo a terra. Io ci farei “all’amore” con quelle parole, con il suo viso scarno, con ogni sua ruga, con quegli occhi chiari, con la fronte spaziosa,con tutti i suoi anni, con quel corpo asciutto ma atletico. Ci farei l’amore con quella profondità d’animo capace di bruciare in un secondo tutta la bellezza frivola del mondo. Le cose giuste, o le parole giuste, ho sempre pensato che non esistessero. E continuo a pensare che non esistano. Eppure tutte le volte che ascolto quest’uomo, non posso non pensare che le sue parole siano vere. E giuste. Soprattutto giuste.
Girando su youtube, ho trovato quest’intervista a De Luca, fatta dalla Bignardi. Erano i giorni successivi al terremoto dell’Abruzzo. La Pasqua era vicina. Mi ha colpito una cosa, tra le tante. La Bignardi dice – Domenica è Pasqua, cosa mangerà ?
- Non lo so, non ho ancora fatto la spesa -, risponde Erri De Luca.
- Con chi lo passerà. Da solo ?
- Ci sarà mia sorella.
- Ma lei non ha una moglie o una fidanzata ?
Rimane in silenzio per due secondi e poi risponde.
- Non ho niente di questi generi di conforto.
Che è una risposta bellissima. In quel momento ho capito che era un’altra cosa giusta, quello che aveva detto. Da un lato è una frase ironica, dall’altro lato è sempliciemente una cosa fondata. Una persona al nostro fianco non è solo qualcosa da “ sfoggiare “ come fanno in molti, per difendere o camuffare la propria solitudine. In altri casi, non è solo emozione o trasporto o passione ma per la maggior parte dell’esistenza, è “ conforto “. Aiuto nei momenti no, in quelli decisivi, nei giorni di festa e in quelli del lutto, nei giorni di sole e in quelli pioggia. Conforto, una parola di inaudita bellezza. Non la si usa quasi più, di questi tempi. Tutti “dobbiamo” essere “duri” e sorridenti. Tosti e aggressivi. Sempre pronti a ribattere, a fare la guerra..Invece, quanto conforto meritiamo o dovremmo donare … Specie dopo il tramonto o alla sera prima che giunga la notte, quando la malinconia vorrebbe invadere le stelle e soffocare la luna… Quanto conforto, mio Dio !
Anni fa, Erri De Luca, fu ospite nella biblioteca a quattro passi da dove ora lavoro. Non mi pentirò mai abbastanza di non esserci andata quel giorno.


domenica 24 maggio 2009

Turbinanti fiori di donna..


Poi, copro lo specchio. Passo oltre. Dimentico la mia
immagine e torno a questo letto. Ameni pensieri
si intrecciano a ghirlande dimenticate
nella radura del mio essere.
Voglio urlare di vendetta.
Voglia scrivere d’isteria.
Voglio viaggiare con lucenti onde marine.
Voglio sorridere di più.
Per me stessa, bramo l’incantesimo di corpo
e anima. Nulla più. Mio solo pensiero.
Mio solo sogno. Mio solo io.
Domani comprerò il tempo del riposo,
offrendo interminabili fughe ai miei
occhi disonesti. Metterò sul fuoco sogni sognati
troppe volte e canterò il tempo dell’abbandono,
mentre fuori e dentro di me, le ore scorreranno
lente e i giorni, i mesi, gli anni, velocissimi.
Suonerò senza respiro e penserò a cuori gonfi
d’amore e a incenso in turiboli d’argento.
Penserò alla vaniglia, all’oppio della tua pelle.
Penserò alla giovinezza che non ho mai avuto
e ai posti che non ho mai visitato.
Penserò all’uomo incontrato in un giorno freddo
di un inverno ormai lontano. Penserò alla sua sciarpa lunga e calda.
Mi aspettava tra la folla. Strano, aspettava me
con un fiore tra le labbra, con la sua barba incolta
e i suoi occhi neri confusi quanto i miei.
Sogno o realtà. La mia vita interiormente cambiata.
Mi assolvo prima di peccare.
Mi assolvo.
Cratere acceso…erutto profumati lapilli rossi.
Erutto incanto e magia.
Esplosione d’animo verecondo.
Turbinanti fiori di donna.

martedì 19 maggio 2009

Ci ameremo tra i fiori...


Ci ameremo tra i fiori,
in una stanza qualunque.

Ci sfioreremo con gli occhi
raccontandoci storie lontane.

Sarò distesa al tuo fianco.
Toccando con dita tremule
il tuo corpo bello.

Abbandonerò ogni riserva o paura
e bacerò con l’anima intera le
tue palpebre abbassate.

Sarò solo brividi.
Sarò fuoco e stelle.

domenica 17 maggio 2009

Il viaggio


Il viaggio non era stato lungo. Ricordo che avevamo deciso di partire all’improvviso,
senza nulla di preparato. La strada era lineare, perfetta. Parole calde e allegre, avevano accompagnato la nostra piccola fuga.
Il cielo era nuvoloso, ombroso….sembrava una cappa grigio-perla…e rendeva tutto
un po’ più pesante. Hai parcheggiato davanti al mare. Ho tolto la cintura e mi sono
stiracchiata sul sedile. Mi sono girata sulla sinistra e mi sono sporta indietro, verso il sedile
posteriore, nella ricerca della borsa ,che solo poco prima, avevo messo lì.
Ho tirato fuori il termos. Due bicchieri di plastica. Ho versato lentamente il thè
che continuava a fumare. L’abbiamo bevuto a piccoli sorsi.
Ogni tanto mi fermavo e soffiavo sul bordo del bicchiere-thè, nel vano tentativo
di arrestare un po’ del suo calore, mentre alla radio Lou Reed , cantava “ A perfect day
Tu, invece, non soffiavi. Ma ad ogni sorso deglutito, ti inumidivi le labbra.
Ti stavo a guardare, rapita da quel tuo piccolo fare. Quel gesto, che ogni volta,
mi faceva impazzire. Ti ho passato le dita tra i capelli, con cura, cercando di pettinare anche i pensieri poi ho giocato ad intrecciarvi le dita. Era una cosa che facevo spesso,anche con i miei
capelli. Era una cosa che mi placava nei momenti di ansia.
Ma quello non era un momento di ansia, anzi….
Hai sorriso e hai abbassato i sedili. Ci siamo stesi a guardare il cielo e non capivamo la differenza. Tra cielo e mare. Era un tutt’uno, un colore magico, che però, continuava a non piacerci.
Siamo scesi dall’auto. Abbiamo passeggiato in silenzio tra le stradine di un posto sconosciuto. Erano semi-vuote ….pochi negozi, piccoli, particolari,antichi.
Adesso che ci penso, .che ripenso alle stradine, ai negozi, sono solo questi gli aggettivi
che mi vengono in mente per descriverli.
Hai alzato il bavero del cappotto e hai messo un braccio intorno alla mia spalla.
Mi hai lasciato un bacio tra i capelli, dicendo, solo, - Come sono profumati…-

mercoledì 13 maggio 2009

Nel silenzio della notte


All’imbrunire, una luce meravigliosa fatta di rosso e di oro, penetrava nella stanza.
La donna era seduta su una sedia di legno, si dondolava al suono delle parole del
libro che stava leggendo. Dopo poche pagine si fermò. Posò il libro sul grembo, si
racchiuse nello scialle e continuò a dondolarsi. I capelli bianchi, raccolti sulla nuca.
Le mani leggere e tremanti. Dov’è Fay, pensò. Il gatto era nel cortile e corse felice da
lei sentendo la voce che lo chiamava. Si avvicinò alla finestra. Fuori la gente camminava
in fretta. Le ombre della sera stavano per arrivare. E quello era un momento particolare,
quando sul finire della giornata, la solitudine si faceva più presente, a tratti insostenibile.
E spesso i ricordi prendevano il sopravvento su di lei. Immagini , ancora vive.
Ricordò quando….


Nel silenzio della notte, lui fece scorrere le mani lungo la sua pelle calda.
Attraversò la sua schiena bianca e morbida e con voce sottile, le domandò
- Dormi ? –
- No…. -, rispose la voce al suo fianco.
Allora, sprofondò sul suo cuscino, avvicinò il viso alla sua nuca delicata e
prese ad annusarle i capelli scuri e profumati, sparsi intorno come petali.
- Lo sai che non mi aspettavo di amarti così come ti amo ?
Nella penombra, lei si girò. Scivolò sull’altro fianco, puntando, ora, proprio
al suo bel viso. Lo guardò e non rispose. Lasciò soltanto cadere la mano sui
capelli di lui e lentamente li carezzò. Era un gesto che entrambi adoravano.
- Dimmi -, riprese lui, - lo sai che ti amo molto più di quanto abbia mai
amato lei ?
Fece di no con la testa, timida e impacciata come una bambina.
- Come non lo sai ? , le disse ancora con voce dolce, stringendola a sé.
Lei si nascose sulla sua spalla e iniziò a piangere. Lui se ne accorse , ma non disse
nulla. Cercò il viso di lei , perso tra la pelle, per avvicinarlo al suo. Le baciò gli
occhi umidi e le labbra lievi.
- Schhhh…schhhhh -, le disse all’orecchio.
Lei era solo persa tra i suoi non-pensieri. Era persa tra parole e silenzi, tra baci e
sogni mai raccontati prima. La notte, passò così, lunga e breve…..
La tenne stretta fino al nuovo giorno, mentre lei, con voce fine gli raccontava dei
molti giorni vissuti in difficoltà e di un giardino immenso, dove si rifugiava da
bambina, un giardino che ormai non esisteva più. La guerra lo avevo distrutto,
come aveva fatto a pezzi, parte delle loro vite. Lui l’ascoltava sentendo crescere dentro
uno strano dolore al quale non sapeva dare un nome, sentendo crescere dentro emozioni
che non sentiva da tempo e alla quali non avrebbe voluto rinunciare. Toccò con dita
incerte le sue labbra pallide. Il mio piccolo mondo, pensò. Guardandola dormire,
scostò una ciocca di capelli dalla sua fronte e serbò i segreti di quella bocca , gustando il
sapore,per un po’, non più amaro, degli anni perduti.


Il ricordo di quell’ultima notte si rifaceva sempre più vivo negli ultimi giorni. Ce n’erano
state tante di notti passate insieme, ma quella era come se fosse rimasta sospesa nel tempo,
oltre quegli anni amari, oltre la guerra. E quasi con violenza, quella notte,ritornava ai suoi occhi stanchi e piccoli. A volte, lo incontrava in paese, seduto al tavolo di un bar o mentre faceva la spesa o quando portava i fiori sulla tomba della moglie. Si salutavano timidi, incerti. Gli occhi di lui brillavano sempre quando guardavano la sua bocca ( Il suo piccolo mondo ). Sembrava chiederle scusa con gli occhi o con un semplice gesto, ogni volta….per tutti gli anni che non furono.

martedì 12 maggio 2009

E' tutto quello che mi viene da pensare, per oggi.


Credevo di avere anch’io dei ricordi.
Cose belle alle quali pensare nei giorni grigi
o sul cuscino , di sera, prima di addormentarmi.
Invece non erano neppure ricordi.
Erano sprazzi. Lampi di un momento.
Erano chiaro-scuri. Erano ombre rubate
alla luce del giorno.
Erano minuti persi in fondo all’orologio.
No, non erano ricordi.
Forse i ricordi sono quelli condivisi da più di una persona.
Quelli che invece vivono solo nella testa di una,
non possono definirsi davvero tali.
Sono appunto, solo ombre fugaci.
Null’altro.
Il tempo passa inesorabile. Mi trovo così mutata.
Gli ultimi anni hanno lasciato parecchi segni addosso.
Parecchie lune in fondo agli occhi.
E molti – moltissimi-brividi sulla pelle.
Un tremito che mi appare nuovo e indistinto.
Vivo a tentoni. Vivo sorridendo.
Vivo con esperienza e ingenuità.
Vivo con nonchalance. Vivo rubando. E a volte
ho quale pentimento.
Una landa desolata, è stata la mia vita.
Ecco cosa vedo, se mi volto indietro.
Ecco cosa vedo, se mi sporgo avanti.
Sono sempre stata diversa dagli altri,
nel bene e nel male.
Sono sempre stata presenza fugace.
Qualcosa, qualcuno a cui non dare credito.
Non dare tempo. Non dare sole.
Non dare amore.
Non dare – davvero – ascolto.
Questo son sempre stata. Un corso d’acqua dove
sciogliere la pena del cuore.
Dove annegare per pochi muniti e poi risalire in fretta
per non essere travolti o sentirsi in balìa o perdere la strada
o dimenticare il proprio nome o lasciare a casa i sogni..o
…non lo so. Non lo so. Ma so che era una roba così.
E’ tutto quello che mi viene da pensare, per oggi.

sabato 9 maggio 2009

La fame del cuore


E’ per questo che a volte mi sento morire.
Per questo che il cuore gocciola.
Tu non hai bisogno di pensarmi.
Di stringermi tra le braccia.
Di aggrapparti a parole sussurrate nel buio.
Un mondo che non ti appartiene,
è tutto quello di cui hai bisogno.

giovedì 7 maggio 2009

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Quante notti sprecate
a rigirarmi nel nulla del mio letto
Sogni di tramonti inafferrabili…
Quante notti non-vissute,notti bianche
a cercare di smettere di sperare.
Voglia di scordare, accartocciare, dimenticare.
Andare in cerca di frammenti…schegge di
emozioni…pezzi di sole, di mare verde-azzurro,
di anime-vermail …di labbra schiuse, cedevoli…
Di mani giunte…..e cuori infranti…

domenica 3 maggio 2009

Blu


Annego.
Tra pensieri
colorati.
Vive, restano
le mie falene,
in cerca della
libertà sognata.
Annego
perché non so
dimenticare.
Apro la bocca
come fanno i pesci
solo per mandarti
all’inferno.
Ti maledico
deglutendo
acqua blu.
Con l’anima
sciolta in un corpo
zuppo
d’amore soffocato.

sabato 25 aprile 2009

In balìa dei sensi


Sentì una piccola goccia di sudore rigarle il viso. Si passò una mano tra i capelli. Erano bagnati e per questo li sentiva arricciarsi di più. Aprì gli occhi e li immerse nei suoi. Era lì, fermo, che la guardava. La guardava sempre quando facevano l’amore. Avevo quel modo di rubarle il piacere, prima di tutto con gli occhi. La sua curiosità per i dettagli, le forme, le espressioni del viso durante il piacere. All’inizio ne era imbarazzata, ma poi con il tempo aveva imparato a sostenere e amare quegli sguardi. Ora le piacevano i suoi occhi curiosi e spudorati. Le piaceva essere guardata in ogni angolo ed essere toccata , plasmata da quelle mani irrefrenabili che le stringevano i fianchi e poi correvano per tutto il corpo, intorno alle labbra, lungo la schiena. A un tratto lei le fermò e le strinse tra le sue, mentre dall’alto dei suoi movimenti lo guardava godere e sorridere.
Respiri in gola, forti, da non essere trattenuti. Forti, da essere gridati.
Sentiva il suo respiro nella penombra della stanza.
- Mi piace sentirti gridare…-, disse lui, ormai esausto.
Lei sorrise, tirandosi indietro i capelli. Si accovacciò sulle ginocchia. Si avvicinò al suo viso. Lo baciò teneramente. Un bacio, quasi impercettibile sulla sua barba incolta. I respiri, ancora tra le sue labbra scarlatte, calde, piccole. Lui le toccò la fronte, i capelli.
- Sei tutta sudata, piccola..
- Si, fa caldo.
- Vieni qui, ti asciugo….
Le strusciò il naso contro il suo. Lo baciò. Le baciò le labbra, la fronte, le palpebre, le guance.
- Fammi un po’ di posto vicino a te…-, biascicò lei tra quei baci casti.
- Come ?
- Fammi un po’ di posto vicino a te…
Si spostò appena appena, con il bacino.
- Vieni qui, vieni qui vicino a me.
- Addosso a te ? Con tutto il corpo ?
- Si, non mi pesi…
Lei ubbidì. Si distese nuda sul corpo di lui. Erano stretti, fusi. Appoggiò la testa sul suo petto. Carezzò i suoi peli morbidi e ci strusciò sopra tutto il viso con un espressione divertita. Sorrisero. Gli pizzicò la pancia una, due, tre volte. Fece scorrere la mano sul suo sesso e lo strinse per sentire e rubargli tutta quella forza e quella tenerezza. Lui le posò le dita sotto il mento e lo sollevò dolcemente. Lo guardò da così vicino che le sembrò di perdersi. I suoi occhi caldi e scuri. I baci teneri, poi umidi, voraci, affamati. Per un attimo, lei si staccò per guardarlo da così vicino, aveva bisogno di perdersi ancora e ancora.
- Che c’è ?!?!?! -, chiese lui passandole un dito lungo il contorno delle labbra umide.
- Niente -, rispose stringendolo forte.
- Mmmm! Che c’è ?!?!??!?!
Posò la testa accanto alla sua, sul cuscino. Sorrise silenziosa e chiuse gli occhi.
Le palpebre distese. Le labbra schiuse. I sogni e i desideri, intatti.

sabato 18 aprile 2009

In tutti i miei gesti


La tua mancanza
è qui,
nascosta in
tutti i miei
gesti.

martedì 14 aprile 2009

Indietro nel tempo


Mio Amore,

è tanto che non ti scrivo una lettera, che non mi siedo qui, con fogli e penna, tanto che non do vita e forma alle mie parole.
Stasera andavo avanti e indietro. In salotto, poi in cucina,
in camera da letto …poi ancora in salotto. Giravo a vuoto. E’ una vita che io giro a vuoto. Spesso è solo un modo per non pensarti. Ma mi prendo in giro da sola. Perché tu sei in ogni pensiero e in tutti i miei respiri.
Mentre ti scrivo, ho uno scialle sulle spalle. Quello verde, di mia nonna. L’aria è fredda, nonostante la primavera appena cominciata. Le giornate sono lunghe e uggiose e quel senso di vuoto mi riempie l’animo.
Vorrei poterti raccontare tutto di me, invece mi sento incapace. Non lo so fare come vorrei. Sei lontano e non stai pensando a me, mentre io ti vedo in ogni cosa, ti leggo in ogni libro, ti ascolto in ogni musica, ti assaporo in ogni cibo. Nei pomeriggi, ti attendo. Sempre.
Scosto la tenda, quella bordeaux, comprata insieme in un mercatino, un sabato qualunque. La scosto, guardo nel viale, ma tu non arrivi. Mai. Allora, ricordo i tuoi occhi belli, le tue ciglia nere come la pece, il sapore antico dei tuoi baci voraci…quei baci per me, per me sola …e tutto ritorna, tutto è vivo : le tue mani gentili, il tuo corpo che adoro, la forza dei tuoi abbracci, le storie raccontate nel chiaro-scuro della sera.
Io sono un aquilone, in attesa di volare. Seduta, io non parto. Tu mi cingi la vita, con fili d’avorio….
A volte, temo che si spezzino…Oh ! Che stupida !
Guardo la mia vita, ed è libera. I miei fianchi non
hanno lacci d’argento o d’oro….ma proverò a farli brillare.
Che silenzio, in questa sera !
Respiro…..
Forse non le spedirò mai, queste poche righe. Le porrò nel cassetto in basso a destra. Le lascerò al caldo, le coprirò come faccio con il mio cuore freddo e solo.
Perché tu sei cosa mia, anche se non sei nato per me.
Ecco, piove di nuovo. Ho le mani gelate e ho voglia
di vedere un vecchio film in bianco e nero.
Perché io sono incolore. Io sono una vecchia clochard che non dimentica nulla. Che se ne va in giro con la sua borsa lacera, piena di giorni ormai andati, di oggetti inutili, di sorrisi da riascoltare per continuare a vivere.
Sono incolore, amore mio.
Tu , invece, sei lucente e mi basterebbe anche solo un tuo gesto, anche solo che… che non dimenticassi l’ebano dei miei occhi, quella luce febbrile quando custodiscono in sé la tua nobile figura. Né le carezze della mia anima, l’unica cosa di me che stilla calore.
Serbale , se puoi. Non in un cassetto, ma sotto la pelle,
sotto la lingua, sotto la camicia, nella pancia, in fondo al cuore, dentro i pantaloni.
Non dimenticarmi, ti prego.
…Ma poi , io stessa mi domando se è mai possibile
dimenticarmi….
Dimenticarsi di una che tira fuori il suono di un sorriso
per poter continuare a vivere…

Con Amore.
Tua, S.

sabato 11 aprile 2009

Null'altro


Una vecchia amica.

Solo questo.

E null'altro.

sabato 4 aprile 2009

Forever my darling...

Sophie viveva in un piccolo appartamento a Saint Louis en-Ile, uno dei quartieri più romantici di Parigi. Viveva al quinto piano di un modesto e grazioso palazzo, senza ascensore. Ma non le dava noia, anzi detestava l’ascensore, era uno dei suoi incubi ricorrenti.Era una sera fredda e buia, quella. Da dietro i vetri, lei spiava il mondo. Giù, le strade illuminate. Un negozio di antiquariato, un altro che vendeva pietre, un paio di ragazzi fermi a chiacchierare accanto alla gelateria Berthillon.
Squillò il cellulare appoggiato sul tavolo. Non aveva voglia di rispondere. Lasciò che suonasse a vuoto. Non si mosse dalla finestra. Rialzò lo sguardo e lo lanciò in fondo, con gli occhi a cercare Notre-Dame. Giù, su Pont Marie, del buon jazz saliva fino alla sua stanza e spesso allietava le sue notti solitarie. Immaginava la vita dei musicisti. Sognava di suonare con loro fino a notte fonda e di non avere spazio, tempo, casa. Sognava di uscire da quel locale e cambiare tutte le sere strada. Una sera poteva andare a place des Vosges, fino ad arrivare a Marais e la sera dopo avrebbe potuto scegliere di andare dall’altro lato del ponte, verso St. Germain e perdersi nel quartiere latino. Avrebbe camminato nella notte con il vento tra i capelli e una lunga sciarpa bianca per tenere a caldo i pensieri. Sorrise, tirando la tenda. Fuori c’era la neve. Dentro, il tepore di un camino acceso e un chiaroscuro nelle stanza. Lei indossava un Kimono di un colore bellissimo. Era un rosa pallido. Un colore che ricordava quello delle labbra, solo un po’ più chiaro. Indossava un paio di calze nere in microfibra. Le arrivavano alle ginocchia. Era bella, Sophie. Ma di una bellezza particolare. Non ostentata. Non costantemente alimentata. Una bellezza ribelle. Era una di quelle donne che non si notano per strada. Ma se ti mettevi fermo davanti al suo viso e ne studiavi i colori e le forme, non potevi non pensare che Sophie era bella. Era seduta in poltrona e sorseggiava un thè caldo. Era buono. L’aveva comprato il giorno prima. Era un thè alla vaniglia. Aveva un retrogusto dolce e quella dolcezza sembrava rendere più calda una serata come un’altra. Non aveva molta voglia di uscire. Anzi, nell’ultimo periodo stava benissimo in casa, circondata dalle sue cose, dai suoi oggetti che avevano vita, sempre. Passava le serate a scrivere o a leggere. Oppure cucinava,anche se non veniva nessuno a cena. Non più almeno. Non vedeva François da mesi ormai. Le mancava come l’aria. A volte sentiva di non avere un braccio. Altre volte, invece, di non avere la bocca per parlare, per riuscire a dare senso alle parole. Andò in camera da letto. Non accese la luce. Le piaceva camminare al buio. Era un buio che conosceva. Aprì il piccolo armadio che aveva comprato in un mercatino vicino casa. Era stato dipinto a mano dalla pittrice che glielo aveva venduto. Sulle ante erano state dipinte le quattro stagioni. Era color avorio. E poi c’era il verde delle foglie e il rosso delle rose.Lo adorava. Era particolare, come la sua bellezza. Lo aprì e prese il giradischi che conservava gelosamente nell’angolo a sinistra. Lo portò di là. E scelse tra alcuni vecchi vinili. Non ne possedeva molti. Aveva conservato solo quelli a cui teneva di più. Scelse quello che preferiva in quel momento. Mise il vinile sul piatto e vi appoggiò sopra la punta un po’ consumata. Un leggero rumore nell stanza. Solo una serie di fruscii, quando la punta baciò e sposò il vinile.
Forever my darling our love will be true
Always and forever I’ll love only you
Just promise me darling your love in return
May this fire in my soul dear forever burn…
Chiuse gli occhi,Sophie. Mmmm Mmmmm Mmmmm Mmmm
Le braccia a volteggiare nell’aria. E poi le mani a posarsi tra i capelli chiari e a scuoterli leggermente.
Mmmmm Mmmmm Mmmm Mmmm
Non pronunciava le parole della canzone, ma ne seguiva la musica con una specie di mugolio. Era un cantare senza voce. Cantare solo con i respiri. Era tenera. E bellissima,lì nella sera. Nella sua stanza. Con quella musica dolce e triste che sapeva di carillon. Ballava nella penombra, stretta nel suo Kimono rosè. Si strinse fra le braccia e pensò a François. A quando la teneva stretta e le sussurrava parole d’amore all’orecchio e tra le labbra (…Oh Sophie..Sophie…Je reve de t’avoir nuit et jour dans mes bras…je respire ton ame à l’odeur del lilas..). Pensò a quando ballavano insieme ascoltando quella musica, a quando lei saliva sui suoi piedi e si lasciava trasportare. Pensò a quando cucinavano insieme, a quando correvano per gli champs élysées senza una ragione, a quando facevano l’amore dovunque. Pensò a quella fame insaziabile, a quella sete di parole che ardeva a ogni ora del giorno e della notte. Pensò alla poesie lette sul divano, ai sogni raccontati, ai baci di ogni giorno e ogni giorno sempre nuovi. Pensò all’odore della sua pelle e ai suoi capelli bagnati, al gelato alla noisette da Berthillon, a quando gli restava sulle labbra e lei lo leccava ridendo .Una lacrima le rigò la guancia calda. Ma sorrideva, Sophie. Con le labbra sorrideva. La canzone era finita proprio quando non voleva che finisse. Si avvicinò al giradischi e riportò indietro la punta. La musica è una di quelle cose che ritornano sempre. Una di quelle cose che non ti tradiscono, non ti lasciano, non ti dimenticano. Mai.
Lasciò il kimono, nell’angolo, ai piedi della poltrona rossa. Ballò da sola, nuda, nella sera.Cantava senza voce,solo con i respiri. Mmmmm Mmmmm Mmmm Mmmm….
Forever my darling our love will be true
Always and forever I’ll love only you
Just promise me darling your love in return
May this fire in my soul dear forever burn…

domenica 29 marzo 2009

Without love


Sono brutta.

Ispiro compassione.

Non faccio altro che elemosinare amore.

Ma è inutile.

Sono diventatauna pezzente che gira per le strade.

Chiedo affetto.

Monetine d’affetto.

Ma non racimolo nemmeno un centesimo.



“ Quando guardo chi è innamorato

Mi chiedo in che cosa ho sbagliato…”

( Antonella Chitò )

mercoledì 25 marzo 2009

Tremante...


Tristezza scivola, sotto bianche lenzuola.
Ho scovato perle profumate sotto al letto.
Le conto mentre canto una nenia,
con il peso lieve dei mie pensieri.

Mi sento piccola, indifesa.
Me no sto tutta tremante,
sbranata dalle mille notti oscure
senza le tue mani.

lunedì 23 marzo 2009

Solo un nome


Era in cucina che lavava i piatti. Fuori la pioggia cadeva lenta. La radio era sintonizzata su una stazione di musica classica. Quella musica la rilassava, spesso le riodinava i pensieri, la stringeva forte a sé. Si sedette in poltrona, sospirò e chiuse gli occhi. Era tanto stanca ! Una stanchezza che non c’entrava nulla con il lavoro e la quotidianità. Era una stanchezza dell’anima. Sentiva di avere dentro una voragine, un vuoto al quale non sapeva porre rimedio.Bussarono alla porta. Ma Elena era troppo stanca per alzarsi. Fece finta di non essere in casa. Chiuse gli occhi di nuovo e aspettò che se ne andasse. Aveva riconosciuto i suoi passi. I passi di Pietro. Quel modo di strascicare i piedi sul selciato. Era l’ultima persona che aveva voglia di sentire e vedere in quella sera piovosa. Ormai non riusciva più a parlargli. Tutte le volte che se lo ritrovava davanti, non riusciva a dire e a dare senso a quel mare di parole che aveva dentro. Lo guardava, spesso lo stringeva, convinta di fargli arrivare il suo calore. Ma trovava solo una porta alta e incolore. Quando gli era accanto avvertiva la sua voglia di fuggire, di trovarsi altrove. Capiva dai suoi occhi scuri che lui non la desiderava più. Anzi, non l’aveva mai desiderata. Ora capiva quello che era stata. Era stata solo un nome, un corpo a volte. Un corpo a cui aggrapparsi per non sentire la malinconia, la depressione. Era stata benda con la quale fasciare ferite di cui non riusciva a parlare. Eppure lei la conosceva tutta quella storia. Aveva visto il coltello che gli aveva squassato il petto. Aveva cercato di essere lenimento. Di essere corpo e anima. Cura per ogni piccola ferita. E silenzio per diluire il dolore. Ma non era bastato. Era rimasto tutto in aria, tutto in sospeso. Aveva cercato di dare tutto senza chidere mai nulla in cambio. Tutto quello che avrebbe voluto era : tenerezza. Nient’altro. Ma non è cosa semplice , la tenerezza.
Quasi nessuno è capace di darla. E allora lei continuava a essere solo un nome. Elena, tutto qui.
Avrebbe voluto solo che Pietro capisse la differenza, riconoscesse l’affetto, le buone intenzioni. Ma lui era capace solo di quei passi strascicati sul selciato, di sguardi bassi e di parole non dette. Si alzò. Per quella sera Bach le aveva fatto compagnia. Cosa poteva chiedere di meglio ?

lunedì 23 febbraio 2009

domenica 15 febbraio 2009

Vigila, o mia vita assente !


Cerco le stelle sotto un mare di foglie morte.
Le stelle, a volte, feriscono come aghi acuminati.
La più luminosa la lascio lì, sepolta, silenziosa
a brillare indisturbata come le anime più belle.
Cammino per strada con la meraviglia ancora cucita addosso.
Non mi concedo al caos, alle luci, al traffico.
Procedo solo per strade conosciute.
-Vento di giugno morde le mie cosce calde – mentre il tuo sorriso-
mi balena davanti agli occhi – Penso ai tuoi denti bianchi.
Penso che la notte è una presa in giro. Il sonno corre come l’infanzia
felice. Gli occhi hanno visto troppo. Ma il più delle volte
non vogliono chiudersi.
Un uomo mi chiede perché mastico cicche in continuazione.
“ Per digerire la mia angoscia “, gli rispondo.
Mi guarda stupito e non capisce che stavo dicendo sul serio.
Leggo nei suoi occhi un terrore clandestino.
Ci siamo guardati in silenzio. Il cielo era terso.
Le persone intorno, impazzite.
Lo stesso cielo di quando ti regalai le mie parole
avvolte in chiffon rosso. Le riponesti su un fianco.
“Non leggerò altro per tutta la vita “, dicesti.
Mi mancano le parole - quel rosso- quel soffio di chiffon -
Quel cielo terso – Le mani chiuse a chioccia una
su l’altra – Mi manca perfino la gente intorno, impazzita –
Il sapore serbato – L’anima stesa su un piano, suonata come
un pezzo di Liszt. La Campalesson.
Respiro mozzato dal desiderio – Il suo cazzo duro sotto
la tela dei jeans – I pensieri infranti – Le mie mani che
desiderano liberarlo - Il dolore del mio dire-
Frantumo gli istanti e ne faccio tesoro.
Sono innamorata di pelle bianca.
Sono innamorata di vento caldo. E di fragole rosse
in pieno dicembre.
Sono innamorata dei miei innumerevoli fallimenti.
Li venero come fossero ameni feticci.
Soffia il vento. Soffia forte.
Ripongo i cocci di pensiero in fondo al cuore.
Chiudo gli occhi. E tra le labbra mi risuona
un verso di Rimbaud. Null’altro che un verso.
“ Vigila , o mia vita assente ! “
“ Vigila, o mia vita assente ! “
“ Vigila , o mia vita assente ! “