domenica 28 giugno 2009

Last Tango in Paris...







L’appartamento era più o meno del dopoguerra, così le disse. Entrati, il buio li avvolse, sereno e delicato. L’odore non era quello “forte”, da appartamento chiuso. Le sembrava fosse inodore. Sentiva la sua voce nella stanza accanto parlare con il portiere. Intanto lei fece un giro per l’appartamento, guardando qualche quadro appeso alla parete, osservando antichi angoli di polvere, immaginando chi c’aveva vissuto in quella casa, chi aveva usato quella vasca, chi aveva acceso la vecchia lampadina rimasta accanto al muro. Quando il portiere andò via, lui chiuse la porta d’ingresso e per un attimo lei ebbe paura, un brivido che non ancora non conosceva….ma presto, tutto svanì.
Poche parole le uscirono dalla bocca, strozzate, strascicate, lente…come se ad alzare la voce succedesse chissà che. Se lo ritrovò contro. Le accarezzò le labbra e le diede un bacio leggero.
- Hai preso il caffè ? -, le chiese
- Si…poco fa..

E poi , respiri…solo respiri. Si ritrovò avvolta dalle sue labbra, dal suo sapore delicato. Le sue mani tra i capelli, sul collo, sulle labbra, sulle seno, sulla schiena, sui fianchi. Chiuse gli occhi e se lo strinse contro perché era tanto che lo desiderava…ed ora eccoli lì, come l’aveva sognato. Continuava a stringerlo a sé con una paura e un desiderio che non conoscevano misura. Ancora non sapeva che sarebbe stato un desiderio forte, al quale non avrebbe mai saputo dare un nome.
Sentii la sua erezione premerle contro. Sorrise tra le sue labbra.
- Aiutami -, gli sussurrò tra i baci.

Allora lui, prese la mano di lei e la portò sul suo sesso. Era duro e grosso. Iniziò a slacciarsi la cintura e lei, titubante, lo aiutò. Poi con voce sommessa, disse
- C’è troppa luce…
Lui le carezzò i capelli e le baciò la fronte. Con dolce pazienza, si avvicinò alla finestra e chiuse la persiana. Si fermò lì, vicino al davanzale e la guardò.
- Ti aspetto -, disse.
Lei con gli occhi lucidi, ancora ferma contro la parete. Sospirò , lo guardò per qualche minuto. La sua pelle…i suoi occhi vivi, il suo sesso. Era lì , dopo notti e notti, in cui l’aveva sognato.
…………..Fu per lei, la più dolce della attese.

sabato 20 giugno 2009

Tutte le sere...


Tutte le sere, alla stessa ora, ormai da giorni e con pazienza inossidabile,
passava in quel vicolo stretto, davanti all’ hotel Doria, dove le finestre sono
attaccate una all’altra come occhi di una stessa casa. Camminava lentamente,
rigirando il proprio vuoto tra dita gelate. Ascoltava il rumore dei suoi passi.
Intorno, nessuno.Ovunque cercava segni che appartenessero a lei :la sua figura
venire da lontano , il suo lieve incedere, il nobile passo….ma non l’aveva vista
che una sola volta. Eppure, pensava ai suoi riti quotidiani. Alla sua solitudine.
Ai suoi amori. Ai suoi sogni da bambina. Alle sue labbra belle e tremanti. Idee
irritanti. Domande che non prevedevano risposte.
Aveva voglia di mordersi le mani. Aveva voglia di latte con i biscotti.
Aveva voglia di urla dal balcone…aveva…voglia….di sentire la sua voce.
Allora, restava lì anche per ore.Vana speranza di poter rubare un gesto.
Una luce. Un calore.Passo più leggero, stasera. Cappotto nero. Lungo. Pesante.
Una sciarpa di malinconia e una luna inesistente.
Con desiderio e rassegnazione cerca ancora quella finestra.
Sul davanzale, solo un reggiseno. L’emblema nero della sua femminilità
Battiti alla base della gola. Nello stomaco, falene notturne, danzavano incuranti.
Testa svuotata, oppure colma di un unico.
“Mi basta sognarti, anche solo immaginarti. Mi basta sapere che ci sei a questo mondo,
perché tutto mi sorrida “

giovedì 18 giugno 2009

Cardiologia


Come una pazza. Come una pazza ho radunato oggetti, libri, cd, parole che mi avevi regalato. Ho preso tutto. Ne fatto fagotto. Ho buttato via ogni cosa. Ho dovuto differenziare per buttare via i segni del tuo passaggio nella mia vita. Alcuni indumenti che mi avevi donato, sono finiti nella cesta della caritas. Quel golf rosa, scalderà il corpo di un’altra donna, non più il mio. I biglietti dei treni, dei viaggi insieme , strappati, fatti a pezzi e buttati nella carta straccia.
Ho scoperto di aver conservato robe assurde. Carta di cioccolattini, una scatola di cerotti con i quali medicasti il mio piede, una volta che mi ero fatta male. “ La gente conserva cose assurde “, ho pensato. Ero diventata una specie di clochard che andarva in giro con il suo sacco di sogni e di ricordi. Ho buttato via quel sacco.
I libri regalati, quelli non ce l’ho fatta a buttarli via. Ho troppo amore per i libri. Ne ho fatto bookcrossing. Li ho lasciati su diverse panchine. Saranno di qualcun altro. Ho lasciato andare via da me, anche il libro che mi regalasti in quel pomeriggio di maggio. Avevamo fatto l’amore per la prima volta.
“ Voglio regalartelo, così ti ricorderai di questo giorno ogni volta che lo vedrai “.
Qualcuna altro lo leggerà e accoglierà i miei ricordi.
Non volevo più intorno a me cose che mi potevano ricordare te.
Anche se so che è una cazzata, perché erano cose materiali. E le cose belle e brutte che mi hai fatto sentire, beh, quelle resteranno chiuse nella mia raccaforte privata.
Non ti odio, no. Non potrei mai. Non si può odiare che ti ha fatto sentire viva davvero.
Ma devo prendere una parte del mio cuore gonfio e farlo volare via. Lo devo a me. Per andare avanti senza te.


lunedì 15 giugno 2009

Quel pomeriggio a Venezia...


Quel pomeriggio a Venezia.
Tutto ricordo…i colori, gli odori.
Il tempo passato in quell’abbraccio.
In quel ballare continuo.
Il nero dei nostri vestiti e dei nostri capelli.
Il grammofono di mia nonna, con la
sua musica d’altri tempi.
Gli altri stesi sull’erba…visi sconosciuti,
che ci sorridevano ad ogni passo.
A sera, mi hai confessato l’inferno della tua casa.
I sogni, ormai messi da parte.
Ti ho accarezzato la schiena, ho detto
poche parole, forse banali, forse lontane.
Ma mi hai guardato in quel tuo modo unico.
Sfiorandomi la bocca, hai detto
– Ho voglia di primavera …-
Ho sorriso, mentre giocavo con le labbra
intorno alle tue dita…
Mi hai guardato con occhi accesi.
Occhi carichi di “shine”….luce che conoscevo..
Ho capito. Che era ora di abbassare le luci,
che era ora di stendermi al tuo fianco..
Venezia lontana…..Venezia amata così,
solo nel bianco e nero di un abbraccio…..

giovedì 11 giugno 2009

Lussuria


Ho visto “ Lussuria “, solo qualche giorno fa, in dvd.Il film, vincitore del leone a Venezia nel 2007, girato da Ang Lee, mi aveva affascinanto all’uscita nella sale, eppure non andai a vederlo. Mi chiedo solo ora, il perchè. È bellissimo e interpretato da attori “veri “, così rari da trovare.E’ un film girato in modo magistrale, ambientato negli anni ’40 a Shangai. La guerra è arrivata anche nel lontano oriente. I giapponesi invadono la Cina continentale istaurando un governo fantoccio a Shangai. Ed è qui che la giovane Wang Jiazhi, con un gruppo di amici universitari sposa la resistenza. Insieme oragnizzano un piano per stanare e uccide Mr. Yee, un pezzo forte del governo di Shangai che collabora con i giapponesi. Il piano consiste nel far interpretare alla giovane Wong, il ruolo di una ricca signora di Hong Kong e farla entrare nelle grazie di Yee. Questo piano, in un primo tempo, fallisce miseramente, per l’ innocenza e l’inesperianza del gruppo. Passano tre anni, Wong insegna, riprende gli studi universitari, fino al giorno in cui, un compagno la ritrova e le racconta che ora fanno parte di un vero movimento di resistenza e che hanno bisogno di lei. Acceta, senza porsi troppe domande. Riesce a entrare nella casa di Yee, a diventare amica della moglie e a sedurlo.
Non aveva messo in conto una cosa, però. Perde letteralmente la testa per quest’uomo che le fa scoprire il piacere dei sensi, la vera passione, l’unione della carne. Tutte cose che non aveva immaginato. Diventa “ schiava”. Lo aspetta per notti e notti, mentre lui è fuori, in viaggio ed è partito senza una parola. Non vede l’ora di chiudersi in una stanza con lui, per respirare le stessa aria, nutrirsi di lui e lui di lei. È gelosa. Fa scenate e dentro si sente morire. Si innamora di quest’uomo all’apparenza cosi cattivo e freddo, e invece scopre un uomo molto solo e silenzioso. Una solitudine che si porta dietro da anni e alle quale il potere l’ha condannato. I loro incontri intimi sono forti, lunghi,estenuanti e insaziabili.Si mangiano, si mordono, si leccano per ore. Si sente l’odore, si vede il sudore e si stana il sentimento ritrovato sul volto duro di Mr. Yee. C’è una scena molto bella, nella quale Wong canta per lui, un vero “ canto d’amore “ .Lui sente che quel sentimento è vero . Si commuove e la “violenza “ mostrata la prima volta che la fece sua, in un appartamento vuoto, è scomparsa, lasciando posto all’amore e alla fiducia.
Ma il destino è dietro l’angolo. Sta aspettando. Triste e senza via di scampo.

martedì 9 giugno 2009

Le verità amare

Non solo non essere amata da te.
Ma essere derisa.
Non mi hai mai apprezzata nemmeno come persona.
L'ho capito in questo pomeriggio.
Tutto d'un colpo. Perchè le verità, quelle amare,
arrivano sempre così. Da sole, senza una stretta di mano.
Senza uno sguardo d'affetto. Arrivano violente come una serie
di pugni nello stomaco.
Sta pure tranquillo non sentirai più la mia voce quando si fa tenue,
quando diventa sottile e dolce.
Non avrai più le mie attenzioni.
Non avrai più le mie cosce calde e le mie braccia strette.
Avrai solo silenzio. E una manciata di solitudine.
Avrai solo la tua vita falsa, fatta di cose non dette .
Fatta di sguardi d'indifferenza e di colpi alla schiena.

domenica 7 giugno 2009

Variante di canzone


“ Io te vurria vasà “, sospira la canzone.
Ma prima e più di questo io ti vorrei bastare.
“ Io te vurria abbastà “, come la gola al canto,
come il coltello al pane,
come la fede al santo io ti vorrei bastare.
E nessun altro abbraccio potessi tu cercare
in nessun altro odore addormentare,
io ti vorrei bastare,
“ Io te vurria abbastà “.
“ Io te vurria vasà “, insiste la canzone
Ma un po’ meno di questo io ti vorrei mancare.
“ Io te vurria mancà “ più del fiato in salita,
più di neve a Natale,
di benda su ferite,
più di farina e sale.
E nessun altro abbraccio potessi tu cercare,
in nessun altro odore addormentare.
“ Io ti vorrei mancare “
“ Io tu vurria mancà “.



( Erri De Luca )

venerdì 5 giugno 2009

Le parole ghiacciate


Era una donna assai passionale. Racchiudeva in sé un immenso affetto che doveva manifestare e raccontare a chi voleva bene. Ma così come si accendeva in lei il fuoco della passione, con la stessa facilità si spegnava. Non perché non nutrisse più quel genere di passione, ma perché , a volte, bastava una parola, una frase densa di ghiaccio a farla tacere. Erano quelle parole che dicevano anche altro, che dicevano di più a farla rinchiudere nel suo silenzio. E allora diventava gelida. E c’era ben poco da fare. Quando qualcosa in lei veniva scheggiato, non c’era modo alcuno di farlo ritornare a nuova vita. Non che si fosse rotto, quel qualcosa.Rimaneva sempre lì, in lei, ma era segnato da graffi insanabili. E anche se curata, la pelle, non avrebbe più provato lo stesso piacere di una volta. Le parole ghiacciate uccidono il piacere, pensò.

martedì 2 giugno 2009

E' qualcosa che non esiste più


Marta tornò a casa tardi, quella sera. Era una sera come le altre, visitata dal vento e da una leggera pioggia. Erano le prime gocce , di un insolito aprile. Tirò fuori le chiavi dalla borsa. Entrò in casa. Accese la luce. Tutto era calmo e silenzioso. Poggiò la borsa e la giacca sul divano comprato da poco. Il telefono squillò, ma non le andava di rispondere. E quando aveva addosso quella sensazione e quella voglia di non essere trovata, pensava a una frase di Kerouac, letta anni prima. “ Non usare il telefono. La gente non è mai pronta a rispondere. Usa la poesia. “ In parte, era vero. Dopo cinque squilli, scattò la segreteria telefonica. La voce registrata aveva un suono metallico e non sembrava la sua. Dall’altro lato del telefono, chiunque fosse, sentendo la segreteria, mise giù, senza pensarci troppo. Andò in cucina e mise l’acqua sul fuoco. Aveva bisogno di una delle sue tisane. A quell’ora della sera, era un’abitudine alla quale non rinunciava mai. Lasciò in infusione anche i suoi pensieri, stanchi e confusi dopo una giornata di lavoro. Cercò di smorzarli anche nella vasca da bagno, mentre inutilmente provava a non pensare a niente, soprattutto a quell’immotivato senso di paura che avvertiva, seppur in maniera lieve. Prima di rivestirsi, si guardò allo specchio. Ogni tanto lo faceva, dopo anni di assoluto “pudore”. Lasciò cadere le mani lungo i fianchi pieni e morbidi. Con il tempo e con carezze di mani desiderate, aveva imparato a non odiarli più. La pelle bianca e il neo sul seno destro, richiamarono il suo sguardo, come se notasse questi particolari per la prima volta. Il telefono squillò ancora. Stavolta decise di rispondere. Attraversò il corridoio, nuda e con la pelle ancora umida dopo il bagno. Prima di rispondere, indossò la vestaglia che aveva lasciato sulla sedia, di mattina prima di uscire. Era sua sorella. – Ehi !?! Come ti senti ?
- Bene -, rispose con voce sicura.
- Ha stupito anche me, Marta. Pensavo fosse morto in questi anni.
- Lo so….

Durante la pausa pranzo, erano solite incontrarsi e quel giorno avevano riconosciuto un volto, un tempo familiare. Dopo anni, quel volto era saltato subito agli occhi di Marta. Aveva sperato di non rivederlo mai più. Guardandolo da lontano, ormai vecchio, aveva risentito subito la sua voce di allora. – Lo sai come si da un bacio ? No? Vieni qui…vieni qui !
Risentì quella frase più di una volta nella sua testa. Risentì l’odore e il sapore di fumo e di birra di quel pomeriggio d’inverno, di tanti anni prima. Aveva sette anni e non aveva difese per quei baci e quelle carezze moleste , che sembravano non finire mai. Quanto tempo passò ? Due o tre ore ? Non lo sapeva. Poteva gridare, forse, ma non lo fece perché non aveva voce. Non capiva cosa quell’uomo che conosceva e al quale voleva bene, le stesse facendo. Ma sapeva che era sbagliato e che non andava fatto. Lo sapeva perché in quel momento non era più fatta di carne e di ossa, ma solo di gelo e di terrore. Spalancò gli occhi. Lo vide appiccicato alla sua faccia. L’ansimare come quello di un cane dopo una corsa. Richiuse gli occhi, scegliendo il buio. Quando sentì i passi di suo nonno, capì che stava per finire. Lui le aggiustò i capelli, il vestito blu e le calzamaglie rosse.
-Non dire niente -, le disse. Corse da suo nonno e lo strinse forte come mai prima. Non disse nulla, ma fece in modo di non restare più sola con lui. Non gli rivolse mai più la parola. Sua madre le chiese spesso il motivo. – Perché non rispondi più a Marco ? Lo adoravi !
Ma non ricevette risposta. Guardando quell’uomo seduto al tavolo di un bar, quel pomeriggio, rivide tutto nitidamente. Lo osservò. Era vecchio, brutto. Sembrava che la vita l’avesse preso a pugni. Per lungo tempo lo aveva disprezzato con tutta se stessa. Ora , sentiva solo molta pena. Ma della specie più brutta e cattiva. A sua sorella, l’aveva confidato solo pochi anni prima e fu felice, quel giorno, di non essere sola davanti a quella faccia buia e avvizzita.

Salutò Gaia e mise giù il telefono. Si strinse forte tra le braccia. Si sdraiò sul divano. Sentì il rumore leggero dei suoi respiri. E’ qualcosa che non esiste più, penso. Chiuse gli occhi e lentamente sprofondò in un sonno dolce e inaspettato.