lunedì 27 dicembre 2010

Le dernier tango à Paris


- E tu vuoi che l’uomo che ami ti protegga, che abbia cura di te. Vuoi che questo forte e luminoso guerriero costruisca una fortezza nella quale ti puoi rifugiare in un modo in cui tu non debba mai aver paura, mai sentirti sola, mai sentirti esclusa e questo che cerchi, no ?
- Si.
- Non lo troverai mai.
- L’ho già trovato.
- Non passerà molto che è lui che si costruirà una fortezza per sé, con le tue tette, la tua vagina, il tuo sorriso, il tuo odore, una fortezza in cui si sentirà al sicuro e così stupidamnete virile che vorrà la sua ricompensa sull’altare del suo cazzo.
- Io l’ho trovato quest’uomo !
- No ! tu sei sola, sei tutta sola e non potrai liberarti di questa sensazione di completa solitudine finchè non guarderai la morte in faccia e…poi…neanche…questa non è che una stronzata romantica…finchè non sarai capace di guardare nella morte, nel buco del suo culo, sprofondando in un abisso di paura e allora forse, solamente allora, forse, riusciarai a trovarlo.
- Ma io l’ho già trovto quest’uomo ! Sei tu ! Sei tu quest’uomo !




da “ Ultimo tango a Parigi “

lunedì 20 dicembre 2010

Si regalano gli occhi


Fa freddo. Le strade sono illuminate, festose in vista del Natale. Lei cammina veloce. Si sistema la sciarpa e i guanti. Rabbrividisce, aggiustandosi la gonna. Il vento tende a far salire la stoffa e a farla sposare con la microfibra delle calze colorate. C’è traffico. Deve attraversare la strada. Rallenta i suoi passi. Da una stradina laterale scende un taxi. Le passa accanto, lentamente. Si sente osservata. E infatti l’uomo seduto sul sedile posteriore la sta guardando. Sente i suoi occhi sulle gambe e poi salire su, fino al suo viso e fermarsi nei suoi occhi scuri. Lo guarda anche lei, come incantata, come ipnotizzata dagli occhi verdi dell’uomo. Lui ha la barba, con una velatura di grigio. Ha la carnagione scura e i suoi occhi sembrano brillare ancora di più.Non è che un attimo. Si direbbe, una cosa da niente. Ma si guardano regalandosi gli occhi. Si guardano lentamente in mezzo al caos e alla velocità della città. Si illuminano, di un sole che quel giorno non c’è.
Lei accenna ad un sorriso…



Lei non era bella. Non lo era mai stata . forse solo da bambina. Fino ai ventiquattro, venticinque anni, si era sentita quasi invisibile. Poi con gli anni, aveva scoperto di piacere agli uomini. Non capiva cosa fosse. Aveva un corpo morbido, avvolgente, materno. Caldo, ma non certo bello. Aveva gambe tornite e spalle forti. Era femminile, ma in modo discreto. Silenzioso.
- Sono gli occhi, più di tutto-, le disse una volta un uomo al quale teneva molto.- hai occhi che frugano l’anima. E a me, mi hai stregato. Mi hai stregato subito.
Quando glielo diceva, lei sorrideva e un po’ arrossiva, mentre lui le carezzava le guance.
Aveva notato, in effetti, che gli uomini la guardano soprattutto quando non indossava gli occhiali scuri. Si fermavano sul velluto delle sue ciglia e poi giù, in fondo, nella pece delle pupille.


Anche l’uomo seduto nel taxi si è fermato lì, nei suoi occhi.
Rimane fermo qualche secondo. Lei accenna ad un sorriso. Lui risponde.
Si regalano gli occhi fino a quando l’auto parte. E il giorno ritorna ad essere senza sole.
Lei si stringe nelle spalle e riprende i suoi passi solitari.
La città continua ad essere festosa e illuminata, in vista dell’ennesimo Natale.

martedì 14 dicembre 2010

Peste


Io sono malata.
Malata d'amore mentale
e carnale.
Tenetemi alla larga.
L'amore mio mancato, è peste.

giovedì 9 dicembre 2010

Dalla e De Gregori alla feltrinelli di Napoli- Work in progress


Ho dovuto aspettare un po’, in mezzo a tanti ragazzi, alcuni giovanissimi e lì ho pensato che non avevo più l’età per fare certe cose. Quelle lunghe attese che precedono la musica dal vivo. Mi lamentavo per il caldo della sala della feltrinelli, mi lamentavo per la gente, tanta gente che stava arrivando. Poi finalmente vedo arrivare il regista napoletano Pappi Corsicato e il giornalista del mattino Federico Vacalebre e allora capisco che loro sono arrivati. Che Francesco De Gregori e Lucio Dalla sono finalmente arrivati per presentare il loro lavoro, Work in progress. Progetto che li rivede insieme dopo 31anni dalla fortunata tournè di Banana Republic. Allora avevo due anni e non li avevo potuti vedere. Questo per me è stato un piccolo evento. Specie per Francesco che ha accompagnato tutta la mia adolescenza e la mia giovinezza.
Entrano e tutti li applaudono entusiasti. Dalla si siede alle tastiere e De Gregori su uno sgabello, con accanto la chitarra. Sono accompagnati musicalmente da un bravissimo ( e bellissimo ) Alessandro Arianti, che per tutte le prove,non nego di aver mangiato con gli occhi !
Iniziano a parlare. De Gregori dice che è felice di vedere tanti ragazzi.
“ Noi non passiamo in radio e sono sicuro che, con i tempi che girano, avete fatto una fatica, una corsa ad ostacoli per arrivare a noi, alla nostra musica. Siete stati bravi e noi vi ringraziamo infinitamente “
Ha ragione. Ha perfettamente ragione. Ed è davvero bello vedere dei 17enni che hanno in mano copie di Lp degli anni ’70. Mi fan ben sperare che ci siano ragazzi lontani anni luce da Gigi D’Alessio, Laura Pausini, Alessandra Amoruso…e tanta merda di quel genere lì.
Dalla mi fa morire dal ridere. Ed è una simpatia disarmante. Dice di aver letto su un blog una cosa incredibile. Un frase che diceva che lui, Dalla, è la rovina di De Gregori,perché lo sta facendo diventare addirittura simpatico. E poi sono racconti. Racconti di tournè. Di pezzi suonati, di chilometri mangiati, di anni che hanno dovuto aspettare, rincorrersi , tra Banana Replubic e Work in progress. E poi è musica. Poche canzoni . Ma soprattutto una. De Gregori al piano che da solo canta “ La storia “ . E lì sono brividi. Perché è con quella canzone che mi innamorai musicalmente di lui.
Avevo quattordici anni e di De Gregori conoscevo solo le canzoni più famose.
Ero in cucina, era estate e in radio passò “ La storia “ ( allora le radio trasmettevano anche vera musica !). E mi colpì il valore delle parole. Il fatto che potevano scavarti dentro e avere un peso incredibile. Da lì, iniziai a comprare tutti i suoi dischi e scoprii che gli anni settanta avevano visto il meglio della produzione di De Gregori. E’ grazie a lui che mi avvicinai ai cantautori. Gli sono debitrice.
Quando le canzoni e le chiacchiere sono finite. I più pazienti hanno aspettato per un saluto.
Io ero tra quei pazienti. In fila con altre persone…e poi mi sono trovata davanti a Francesco che mi ha firmato un autografo con Dalla seduto affianco e ovviamente non avevo parole. Ho ringraziato e poi ( non so come mi sia venuto perché in genere sono composta ) ho detto
- Ti posso baciare ?
- Me ? Vuoi un bacio ? -, ha detto de Gregori…come per dire “ma che te ne fai di un bacio mio ?”
- Si , voglio un bacio.
- Ok…
- Si è alzato in piedi…e mi ha porto la guancia.
Mi sono sentita un po’ scema dopo, come una ragazzina. Ma va bene così..
Ha una barba morbidissima, l’avevo appurato anche quattoridici anni fa quando lo salutai baciandolo per strada, prima di un concerto all’augusteo di Napoli.
Sono uscita fuori. La sera era calda su piazza dè Martiri. Ho camminato in fretta canticchiando..

E poi la gente, (perchè è la gente che fa la storia)
quando si tratta di scegliere e di andare,
te la ritrovi tutta con gli occhi aperti,
che sanno benissimo cosa fare.
Quelli che hanno letto milioni di libri
e quelli che non sanno nemmeno parlare,
ed è per questo che la storia dà i brividi,
perchè nessuno la può fermare.

domenica 5 dicembre 2010

Vieni con me


La donna prese la bottiglia dal frigo e si versò un bicchiere d’acqua fresca. Bevve lentamente, guardando dalla finestra della cucina il giardino all’interno del palazzo. C’erano due grandi alberi di limoni e un tappeto di foglie secche scosse dal vento.
Belle le foglie d’autunno, disse all’uomo che era arrivato alle sue spalle. Versò da bere anche a lui. Si sedettero accanto al tavolo. Lei gli prese il polso e se lo portò al viso. Lo baciò lievemente e lo guardò dritto negli occhi. Non c’era bisogno di molte parole. Tra loro era così. Si alzarono in piedi e si strinsero. La donna con la testa sul petto dell’uomo. I respiri, intensi.
- Devi fare la brava.-, disse scherzosamente l’uomo.
- Non posso neanche stringerti, carezzarti ?
- Stavo scherzando, tu puoi fare tutto quello che vuoi.
- Lo so. E mi piace.
La donna lo baciò. Rimase con la bocca schiusa e gli occhi aperti per guardare le lingue intrecciarsi. Con le mani scese lungo il corpo caldo dell’uomo. Trovò i bottoni della camicia e li sbottonò uno ad uno, mentre l’uomo le baciava il collo e lei sentiva la lingua di lui stillare calore sulla sua pelle che diventava umida.
- Vieni con me-, disse la donna, - vieni con me in camera da letto.
L’uomo sorrise e seguì i suoi passi lenti. Il corpo dell’uomo stretto a quello della donna. Il suo corpo che si affidava a quello di lei. Si spogliarono lentamente, guardandosi.
Quando la donna sfilò il reggiseno, l’uomo la guardò come se non avesse mai visto il suo seno. Lo carezzò . Avvicinò la testa e lo riempiì di baci. Poi lo prese, con forza, nelle mani e lo palpò appieno sentendone tutta la rotondità. Ritornò a baciarlo ancora. Dicendole quanto gli piaceva, quanto adorava succhiarle i capezzoli. Lei gli carezzava la nuca e le spalle. E sospirava sulla sua pelle dolce. Si sdraiarono vicini. Si girarono. Si capovolsero. Per mangiarsi. Per toccarsi nel vivo. La donna seduta sulla sua faccia , godeva con il sesso dell’uomo in bocca. Sentiva i suoi baci anche sulla pancia, sulle cosce. E gliene ridava negli stessi punti . E poi ancora e ancora gliene ridava di nuovi, in altre parti del corpo, mentre si strofinava il suo sesso sui capezzoli e poi se lo stringeva tra le tette.
Si alzò e si ritrovò in ginocchio sul pavimento, ai piedi del letto, con il sesso dell’uomo di nuovo in bocca. – Così, amore mio. Continua così.
Strascicava le parole, lui. E gli carezzava il sedere e i fianchi.
- Hai un culo stupendo-, disse schiaffeggiandolo dolcemente.
Lei sobbalzò appena appena. Lo guardò e sorrisero.
- Vieni qui .
La prese accanto a sé nel letto. Le fece scivolare le mani lungo i fianchi, la pancia, il seno, le cosce tornite. Le mani viaggiavano veloci e l’uomo ripeteva solo che era bella da morire.
– La tua pelle è così morbida - ,le sussurrò all’orecchio, mentre le sue mani impazzite di gioia e desiderio vagavano ancora sul corpo della donna. Di colpo si fermarono. Gli mise una mano tra la cosce aperte e la toccò piano, facendola schiudere. La donna posò la sua mano su quella dell’uomo, tra le sue cosce. E fece pressione sulle dita di lui, là dove le piaceva di più.
- Dammelo -, disse, - fammelo sentire.
La donna prese il sesso duro dell’uomo e se lo strofinò contro. La cappella contro la clitoride. Lo usò. Per tutto il tempo che fu necessario. Mentre l’uomo la guardò con occhi vivi e curiosi. Guardò la donna che stava godendo sotto di lui, senza averlo dentro. Ma usando solo il suo cazzo. E gridò accanto a lui, nella sua bocca. Gridò di un piacere forte, che non provava da tempo e l’uomo capì. Capì tutto il suo mondo. Tutta la sua femminilità affamata. E tutto il suo desiderio, perennemente intatto. Se la strinse forte tra le braccia. Baciandola con miliardi di baci piccoli e colorati.
Come coriandoli su pelle bianca e liscia. La donna sospirava, dimentica di tutto.
Circondata dalla pelle dell’uomo. Il solo odore che voleva sentire.
- Tienimi così, amore mio. Tienimi così sulla tua pelle che adoro.

mercoledì 1 dicembre 2010

Mi volto di lato


Mi volto di lato. Non ho voglia di guardarti.
Non ho voglia di vedere niente.
Me no sta ranicchiata per tutto il tempo.
Con pugni stretti, in un angolo vermiglio.
Fuori, la pioggia cade incessante.
E in casa, piovono parole che non sappiano dire.
Le lasciamo sempre al freddo,
sperando in una musica che corri loro
incontro.
Il rumore della pioggia mi piace.
Mi piace soprattutto di notte.
Quando me ne sto avvolta sotto le coperte,
quando vorrei che non venisse mai giorno.
E invece il giorno arriva. Sempre.
Respiro.
Adesso, in camera, fumo il mio isolamento,
il mio destino.
Aspiro e ispiro malcontento dopo il piacere.
Deglutisco amarezza per una stanza vuota.
Mangio disullusioni a colazione.
E rospi gorgoglianti per cena.
Lo stamaco mi respinge.
Respinge l’autoanniantemento.
Perlescenti gocce di rugiada adornano i
miei sogni rendendoli ancora più irrealizzabili.
Il vento di stamani aveva
il colore di occhi cerulei
e l’odore di caldarroste d’estate.
Pensavo che vorrei dividere la bellezza.
Condividerla con qualcuno che la
sappia rubare da ogni piccola cosa.
Solo questo. Condividere.

domenica 28 novembre 2010

La tua pelle è bianca


La tua pelle è bianca come un siero di cuore,
la tua pelle è molle come una vipera.
Contro la tua pelle io piango la
mia giovinezza. Tu che non sei più giovane.
La tua pelle mi fa compatire i ragazzi,
la tua pelle è viva ed uniforme come la terra.
Contro la tua pelle io sorrido alla vita.
La tua pelle non ha nulla del carcere,
eppure è incarcerata nel corpo e avrebbe
un avvenire di lacrime se
appartenesse al cielo.
La tua pelle è un virgulto di senescenza.
La tua pelle è viva . Io lacrimo sul tuo passato
che non ha visto la tua
pelle ignuda accanto al mio giovane corpo.


da “ La pazza della porta accanto “
di Alda Merini

martedì 23 novembre 2010

E' cos e nient...

Ho visto molte volte questa città sporca, ma mai come appare negli ultimi giorni. Fa malissimo vederla così e molte volte , quando incontro o sento persone che non sono di Napoli, mi chiedono com'è ...come va la questione dei rifiuiti. Non so mai rispondere bene. Perchè è un problema che dura da 16 anni. Perchè non ce ne libereremo mai. Perchè si era prima speranzosi, poi incazzati e ora molto, molto stanchi. Di tutto.Credo che la risposta che io non ho mai saputo dare, ieri sera, l'abbia data Roberto Saviano. Ha raccontato i fatti, così come stanno. Mi piacerebbe che i sindaci e i cittadini del nord che non capivano e che ancora non capiscono, la smettessero di arricciare il naso, puntare il dito ecc...Mi piacerebbe che le battutine stupide da terza elementare finissero. Stavolta i cumuli sono enormi. L'altro giorno ho pensato che forse se andiamo avanti così a Napoli tornerà il colera. E nessuno ci avrà teso una mano...





ci tolgono l'aria, vabbuò che vuo fa..è cose e nient...

martedì 16 novembre 2010

Umida di sentimento tra le cosce






E’ notte. Io non dormo. Fuori il mondo è silenzioso.
Un silenzio che di giorno non si avverte.
Guardo l’ orologio. Il ticchettio delle lancette mi urta i nervi.
I pensieri si rincorrono, seguono la musica nella mia testa.
Una musica sulla quale abbiamo ballato con gli occhi.
Ma ora, io, non ballo più. Ora mi siedo in un angolo.
Giro i pollici. Sbuffo. Mi cambio d’abito.
Canto. Urlo. Soffoco. Dico il mio nome. Così. Sottovoce.
A denti stretti. Bagliore.
Perché questo è il tuo nome.
Poi / poi….
Stringo la mia anima con una forza che non ha pari.
Dipingo le unghie di un rosso intenso.
Lecco le dita che sanno di zucchero filato e di sogni di bambina.
Asciugo i miei timori con lenzuola di vermeil.
E mentre li bacio, li abbraccio e li scopo,
improvvisamente capisco che le mie parole fanno paura.
Le mie parole vibrano. Sono piene, carnali e madide
come i fianchi di una donna in amore.
Volano libere in un cielo che non conosce l’ombra di una nuvola.
Le mie parole muoiono e rinascono mille volte come fenice
E hanno fessure sottili dove il sole fa sempre capolino,
anche quando piove. Si. Fa paura , il mio dire.
E anche la mia voce. Io. Io faccio paura.
Perché ho denti intorno agli occhi.
Mangio e difficilmente sputo.
Sono vera. “ Luna e suono sommesso “.
Sono umida di sentimento tra le cosce.
E ho un cuore vivo, palpitante,
nella fica.
E chi ha cuore da quelle parti,
infonde penetrante turbamento ed è predestinato
a peccaminosa afflizione.

lunedì 8 novembre 2010

Il rumore della pioggia


Era un pomeriggio piovoso. La stanza era in penombra. L’uomo e la donna erano vicini.
Stretti, persi tra i sospiri. Si regalavano carezze lente e sapienti. La donna era avvolta tra le sue braccia, nuda e piena di brividi che lentamente sparivano nella mani dell’uomo.
- Mi scaldi -, disse lei con un fil di voce.
Cominciò a baciarlo intensamente, con gli occhi chiusi, dimenticano tutto il mondo che pulsava fuori dalla finestra. Cominciò a cibarsi di ogni angolo del suo corpo. A leccarlo.
E a morderlo. Poi s’inginocchiò ai piedi del letto e prese in bocca il suo sesso.
- Come mi piace -, disse tra i baci.
Fece scendere la sua mano sottile tra le gambe. Si toccò, prima piano e poi energicamente.
E quando sentì il piacere arrivare ,con ancora più vigore, succhiò il sesso dell’uomo.
Godendo, con la bocca colma di lui.
L’uomo era disteso sul letto e alzò la testa per guardare il viso della donna scosso dai respiri e
dal piacere. Lei aveva i capelli scompigliati, le labbra leggermente gonfie e una luce febbrile negli occhi. Lui l’afferrò con forza e si avvicinò al suo viso. La baciò e fu come un tremito di calore. Le lingue avide e instancabili, s’intrecciavano.
- Sei stupenda -, disse l’uomo.
La donna si alzò e si fece piccola accanto a lui. Nuda, tutta ranicchiata a lui.
E poi l’uomo disse ancora
- La tua bocca. La tua bocca.
Le carezzò, lieve, le labbra .
- E’ tua -, disse la donna. – E’ solo tua.
Rimasero così, abbracciati nella camera in penombra, senza fare l’amore.
Ascoltando il rumore della pioggia che scendeva sempre più copiosa. Non smisero mai di carezzarsi. Con le mani e con le labbra.
La donna pensò che quello fu un pomeriggio pieno d’amore. Candido e ricco di carezze.
Baci umidi come pioggia. E abbracci profondi come fusione di corpi liberi.

giovedì 4 novembre 2010

Meno di questo, l'amore non è niente


Aveva mani spellate da un malanno, il solo che ho amato.
Veneravo quelle dita screpolate, rosse, indolenzite, non
l’ha creduto mai. Fosse stata lebbra gliel’avrei leccata per
appiccicarmela alla lingua, fosse stata morte l’avrei voluta io.
Meno di questo, l’amore non è niente.

Da “ Il contrario di uno “
Di Erri De Luca

giovedì 28 ottobre 2010

Pelle amata dal sole


E’ quasi sera. L’aria è fresca e nel cielo c’è una luce grigiastra. Ma non pioverà. E’ tutto il giorno che il sole e le nuvole si rincorrono come bambini. Cécilia passeggia ai jardin du Luxembourg. E’ assorta nei suoi pensieri. Non sono pensieri pesanti o tristi, ma pensieri lievi, molto impalpabili. Che si alimentano dei visi e delle immagini che hanno accompagnato la giornata e ora stanno iniziando ad assaporare la pace della sera. Di quando una sera bella e leggermente fresca, viene silenziosa a posarsi sul pomeriggio e resta lì, ferma, ad aspettare la notte. Passeggia piano, Cécilia. Cammina lungo i viali di ippocastani. Sente l’odore dei fiori e l’aria pungente nei polmoni. Si ferma vicino alla fontaine de Medicis e osserva da lì il palazzo e il museo di Luxembourg.
Prende una sedia verde e si siede accanto alla fontana centrale del giardino. Apre la sua borsa. E’ piena zeppa di cose. Cerca di dare un certo ordine. Ma è difficile con tutto quello che si porta dietro nell’ultimo periodo. Non ha mai portato con sé cipria o rossetto, ma nella sua borsa non mancano mai una penna e un taccuino, caramelle alla menta e occhiali scuri, idratante per le labbra e i-pod.
Ha un brivido di freddo. Si abbottona la giacca.Alza il bavero. Stringe le spalle.
Il giardino è pieno di gente, ma silenzioso.
Un ragazzo ,poco più in là, legge. Un altro fa jogging. Una ragazza sorride dietro allo schermo del suo portatile. Un gruppo di giovani amici sono seduti a terra con una bottiglia di vino rosso e dei bicchieri. Sorridono, si raccontano. Sembrano felici insieme.
Li sta guardando, quando sente una mano sulla spalla. -Bonsoir madame.
Si volta e riconosce l’uomo che in mattinata ha incontrato al negozio di Boulinier.
- Bonsoir -, risponde sottovoce.
L’uomo le chiede come sta e se ha ascoltato il vinile che le aveva consigliato.
Si, Cécilia gli dice che l’ha ascoltato e che aveva ragione. Le era piaciuto molto. In effetti con la voce di Serge Gainsbourg non ci si poteva sbagliare. Quasi mai.
- E’ molto bello. L’ho ascoltato più volte. Il brano che preferisco è Je suis venu te dire .
Il testo è triste, ma ha un sottofondo allegro – gai – Mi dà l’idea che quando, in fondo, si è sereni e in pace con se stessi e si sa davvero cosa si vuole , si possono abbandonare cose e persone con il sorriso sulle labbra e negli occhi….anche se poi, fa male lo stesso.
L’uomo annuisce. Dice che è vero. Cécilia fa fatica a guardarlo negli occhi. Ha occhi grandi e scuri. Uno sguardo forte, sicuro di sé. Guarda i lineamenti del suo viso. La sua pelle. Quella pelle nera che a guardarla sembra vellutata e lucente. E poi le sue spalle. Ampie. Spalle forti d’uomo, pensa.
Lui le sta parlando di musica, ma lei non ascolta. Lei guarda soltanto la sua pelle. Ne è accecata. Pensa che quella pella sia amata dal sole. La voce dell’uomo è diventata un piacevole sottofondo, fino a quando stacca gli occhi dalle sue labbra e dalle sue spalle e riesce a guardarlo negli occhi. Occhi scuri e profondi.
Lui smette di parlare. Qualche secondo di silenzio. Accenna ad un sorriso.
- Qu’est-ce que c’est ?
Qualche secondo di silenzio.
- Rien. Rien….
L’uomo le prende la mano. La porta alle labbra e la bacia leggermente.


Camminano. Camminano insieme. Parlano poco. Solo brevi frasi, ma a sentirle sembrano musicali. A guardarli da fuori sembrano conoscersi da una vita, forse perché sanno gestire bene i silenzi. Invece si sono conosciuti quella mattina. A legarli, solo l’amore per un’artista francese e la voglia di ascoltare la sua musica. Passano per place de l’Odéon, attraversano boulevard Saint Germaine e imboccano rue Danton. A rue Danton 12, si fermano.
Jean-Paul prende le chiavi e apre il portone. Vive al terzo piano di quel palazzo ormai da dieci anni. Fa il medico. Ha madre francese e padre domenicano. Ama cucinare per gli amici e correre la domenica mattina quando la città dorme ancora e sembra essere avvolta da una bolla di salubre silenzio. Quando ha tempo si diverte a dipingere e non riesce a non cantare quando ascolta una canzone che ama. Ma tutte queste cose Cécilia ancora non le sa.
Le scoprirà dopo, con il tempo. Avec le temps .


Lui la fa entrare. Merci, dice lei con un fil di voce. Si siedono. Le offre da bere. La stanza è ampia. Le tende sono abbassate. Fuori, Parigi brulica di gente ed è bellissima come un’attrice d’altri tempi.
Ormai è sera. Un abat-jour è acceso nell’angolo a sinistra. C’è una scrivania accanto alla finistra e una grande libreria a muro. Cécilia si avvicina e scorge quache titolo. Prende un libro di poesie.Sono poesie di Apollinaire. Lo sfoglia. Legge qualche verso .Prende il bicchiere e beve lentamente. Si gira verso di lui. In modo naturale, lui si avvicina. La bacia e lei risponde a quel bacio. E’ ancora incantata da quelle labbra morbide e bellissime. Ci sono soffi di respiri tra quei baci. Sente il suo sapore. Le piace. Lo vuole ancora. Encore, dice . Lei lascia scendere la sue dita bianche lungo la sua pelle scura, lungo le pieghe del collo. – Sucre – E’ zucchero, pensa.
Per un attimo si vede da fuori.In un posto lontano, in una casa che non conosce, tra le braccia di un uomo bellissimo. Ma è un pensiero che dura poche secondi, nato e morto in quel momento. Perché, poi c’è solo lui, che la spinge leggermente contro la parete e le dice che gli piace molto,che ha qualcosa di particolare, che non sa dire. La stringe forte. Lei sente la sua erezione premerle contro. Lo immagina già mentre lo tocca da sopra i jeans. – Ti libero -, dice ridendo.


Nella penombra guardano i loro corpi intrecciati. Guardano le loro gambe tenute insieme dal desiderio, da un abbandono totale. Lui la tocca di continuo. L’accarezza senza posa. Nessuno l’aveva mai accarezzata tanto. E annusata tanto. Le annusa i capelli, la curva del collo. Le alza le braccia e le annusa le ascelle. L’annusa tra le cosce. Sorride e le descrive con malizia ogni suo odore. – Sei bellissimo -, lei dice. – La tua pelle è bellissima. E’ amata dal sole.
Lui ride imbarazzato, dicendo che non è vero.
- Tu est le plus bel homme que j’avais dans mes bras -, gli sussurra all’orecchio.
- Je ne crois pas.
- Est la vérité. Est la vérité.
Si tengono stretti, baciandosi le palpebre. Fanno l’amore a lungo come due amanti che non si vedono da mesi e che hanno una fame insaziabile uno dell’altra. E’ una fame che sorprende anche loro in quella stanza in penombra.


Quando si alza dal letto, cerca il lenzuolo per coprirsi. Ma lui lo tira via. La guarda e le carezza la schiena . – Zucchero di canna sulla sua schiena morbida – Le chiede cosa sta facendo. Le dice di non rivestirsi. Di non andare via. Lei resta ancora un po’. Gli chiede se può portare via quel libro di poesie che prima stava leggendo. Lui dice che può prendere tutto ciò che vuole.
- Ti vedrò ancora ? Sei così bella e dolce. Douce, belle et gentile.
- Peut être. Peut être.


Esce da quella casa al terzo piano di rue Danton 12. Si infila la giacca. Alza gli occhi verso quella finestra. Lui è là che la sta guardando. Le manda un bacio con la mano. Lei sorride, ricambia il bacio. Cammina nella notte appena giunta. Attraversa place St. Michel e s’incammina lungo la Senna. Si siede su una panchina a pont Royal. Prende il libro dalla borsa. Lo annusa. Risente l’odore della sua casa. Legge Apollinaire pensando alla sua pelle scura, amata dal sole.






L’amour est libre il n’est jamais soumis au sort
Oh Lou le mien est plus for encore que le mort
Un coeur le mien te suit dans ton voyage….

martedì 26 ottobre 2010

Cosa sono le nuvole

Che io possa esser dannato
se non ti amo
e se così non fosse
non capirei più niente
tutto il mio folle amore
lo soffia il cielo
lo soffia il cielo
così

ahh ma l'erba soavemente delicata
di un profumo che da gli spasimi
ahh tu non fossi mai nata
tutto il mio folle amore
lo soffia il cielo
lo soffia il cielo
così

il derubato che sorride
ruba qualcosa al ladro
ma il derubato che piange
ruba qualcosa a se stesso
perciò io vi dico
finché sorriderò
tu non sarai perduta

ma queste son parole
e non ho mai sentito
che un cuore, un cuore affranto
si cura con l’udito
e tutto il mio folle amore
lo soffia il cielo
lo soffia il cielo
così

domenica 24 ottobre 2010

Incontrami nel cuore


Porta con te
questo mio sguardo.
Tienilo impresso
nella memoria e
tiralo fuori
nelle notti più fredde.
Io so proteggerti.
So scaldarti.
Lo faccio da una vita.
Non lo sapevi, lo so.
Ma ora che te l’ho detto,
riempi le mie mani.
Carezzami le palpebre
Incontrami nel cuore.

venerdì 22 ottobre 2010

..... ....


Sia maledetto il giorno in cui ho visto la luce.
Ogni anno non è amore, ma lutto.

mercoledì 20 ottobre 2010

Di carne e di nuvole


La donna si guardò allo specchio. Si bagnò il viso e lo asciugò con cura. Aveva le labbra rosse e un segno sul collo, proprio sotto l’orecchio sinistro. Accarezzò quel segno e sorrise. Perché sapeva che era stata la bocca dell’uomo a lasciarglielo addosso. A lungo, si era nascosto tra le pieghe del suo collo. Cercando riparo, calore.
- Com’era il tuo sogno ?-, le chiese,- che ti spingevo contro la parete, ti baciavo e
ti toccavo tra le gambe ?!?!
- Si . -, disse la donna tra gli abbracci.
Allora l’uomo si staccò da lei per pochi secondi, la spinse con forza contro la parete bianca e si buttò sul suo corpo caldo. Le infilò la mano tra le cosce.Lei allacciò una gamba intorno al suo fianco e rispose ai quei baci e a quei morsi con respiro affannoso. Indossava ancora la blusa e gli slip, ma in un attimo l’uomo la spogliò. Si lasciarano andare sul letto morbido e l’uomo le entrò dentro. Fecero l’amore con intensità- la loro intensità- e la donna ogni volta restava sorpresa dalla curiosità e dal desiderio dell’uomo. La guardava di continuo.
Erano su un fianco, uno dentro l’altra.
- Stai comodo ? -, chiede lei.
- Si. Voglio stare così per guardare bene il tuo viso.
L’uomo le disse che aveva un viso bellissimo e che diventava ancora più bello nei momenti d’ammore. La donna sorrise e fece scivolare gli occhi lungo i loro corpi. Quello che vedeva era un fiume di pelle che si mischiava. Vedeva il suo seno sinistro , il petto e le spalle dell’uomo, le sue gambe aperte, il fianco destro dell’uomo , la sua pancia. Poi, l’uomo si sollevò , sollevò il busto tenendosi con le mani sul letto e entrambi fecero scivolare gli occhi lungo i loro corpi. E ora la donna vedeva la pancia dell’uomo e il suo sesso che le spariva dentro.
Lo guardavano incantati e eccitati, entrare e uscire.
- Ti mangio-, disse la donna.
- Si .-, disse l’uomo. – Si.
Poi si lasciò andare sul corpo della donna. Si strinsero, fondendosi. L’uomo spingeva forte dentro di lei. I cuori accellerati. I battiti forti alla base della gola. Di colpo, si fermarano. Come una quiete dopo una tempesta. E presero a baciarsi soltanto. Baci teneri.
E presero a parlarsi. Parole zuccherose.
La donna si alzò tra le carezze incessanti dell’uomo. E si girò. L’uomo le stava dietro, ora. E dentro. La donna si teneva con le mani sul letto, accoglieva i colpi dell’uomo. Ogni tanto girava il viso indietro, per guardarlo. Ansimava. Guardava i seni ballare. Le piaceva. Le piaceva molto essere presa così. Poi si alzò con le spalle e fece aderire la schiena al petto dell’uomo che continuava a muoversi dentro di lei. Lui l’afferrò con forza. E dentro quella forza sentiva dell’altro.Un mondo di sensazioni, troppo difficili da elencare. Aveva un braccio dell’uomo che le premeva sul seno e l’altro sulla pancia. E una scarica di colpi che l’uomo le fece arrivare anche nell’anima. La strinse forte dicendele che la voleva tanto. E poi le carezzo piano la pancia, con protezione, con lenimento sotto le mani morbide.
- Ti voglio tanto.
- Ti voglio tanto anch’io.
- Ma che mi fai tu, eh ?!?!?
La donna non rispose, sorrise soltanto restando ancorata in quell’abbraccio di carne e nuvole.
Dopo – nella penombra della stanza – l’uomo se ne stava sdraiato con gli occhi chiusi. La donna era ai piedi del letto, con la testa appoggiata sul braccio dell’uomo.
- Mi pensi ancora all’alba ? – gli chiese.
- Ti penso sempre. Alle sei di mattina, di tutte le mattine.
L’uomo disse che pensava alla casa in quel posto di mare, che pensava al loro letto.
- Il nostro letto -, ripetè la donna con dolcezza e stupore.
Era ancora lì, con la testa sul braccio dell’uomo. Gli baciò il braccio, gli leccò l’ascella e si strusciò con il viso sul suo petto, senza mai smettere di baciare la sua pelle.
Lui la strinse a sé, con gli occhi ancora chiusi.
- Il nostro letto. Il nostro letto -, disse l’uomo lasciandole un bacio lieve tra i capelli.

domenica 17 ottobre 2010

Diluente


La vicina del numero quattordici rideva oggi sulla porta
da dove un mese fa è uscito il funerale del figlio piccolo.
Rideva in modo naturale con l’anima nel volto.
D’accordo: è la vita.
Il dolore non dura perchè il dolore non dura.
D’accordo.
Ripeto: d’accordo.
Ma il mio cuore non è d’accordo.
Il mio cuore romantico fa delle sciarade con l’egoismo della vita.
Ecco la lezione, o anima di gente!
Se la madre dimentica il figlio che uscì da lei ed è morto,
chi si prenderà la briga di ricordarsi di me?

Sono solo al mondo, come un mattone rotto...
Posso morire come la rugiada si asciuga...
Per un’arte naturale della natura solare...
Posso morire per volontà dell’oblio,
posso morire come nessuno...
Ma questo duole,
questo è indecente per chi ha un cuore...
Questo...
Sì, questo mi rimane nella strozza come un sandwich alle lacrime...
Gloria? Amore? L’anelito di un’anima umana?
Apoteosi alla rovescia...
Datemi acqua minerale, che voglio dimenticare la Vita!...


Fernando Pessoa

giovedì 14 ottobre 2010

Toni Servillo e il suo Gorbaciof


A Napoli, ieri, pioveva a dirotto. Un pomeriggio di tuoni, lampi e acqua che non finiva più.
Sono arrivata alla feltrinelli zuppa dalla testa ai piedi. Sono scesa giu, nella sala dove si teneva l’incontro con Toni Servillo, Diego De Silva e Stefano Incerti, rispettivamente attore, sceneggiatore e regista del film “Gorbaciof “, in uscita proprio oggi nella sale. E’ un po’ che volevo vedere Toni Servillo,ero riuscita a beccare il fratello Peppe ( cantante degli Avion Travel) una volta in pizzeria ..ma lui non ancora. Finalmente ci sono riuscita.
E’ un attore straordinario e un uomo affascinante, ma non credevo tanto. Da vicino è un vero schianto. Non è altissimo. Indossava un completo scuro. Era elegante e si muoveva con gesti lenti. Aveva un’espressione seria, ma poi quando sorridere il viso gli si illuminava, con gli occhi vivi e le rughe del viso che si stendevano e lo rendevano ancora più interessante. Ha una una voce bellissima, intensa, che ha trasmesso calore in quella sala e ogni tanto tirava fuori dalla tasca un sigaro che rigirava nella mano.
Diego De Silva invece è simpatico, intelligente e ironico e l’ho “riconociuto “ nei libri che scrive.
Il regista Incerti è un bell’uomo, diretto e simpatico. Si è parlato della lavorazione del film, del fatto che non avrebbe mai potuto farlo senza quel grande attore come protagonista e gli era spiaciuto un po’ che il film a Venezia non fosse in concorso, altrimenti Servillo avrebbe potuto essere candidato come miglior attore alla coppa Volpi. Altri discorsi sul cinema italiano, sulla difficoltà di portarlo all’estero e sull’incapacità della massa di vedere un film diverso dai solito cinepanettoni.
Ha detto una cosa interessante, il regista.
“ Negli anni sessanta c’era più ignoranza in giro , eppure la gente andava a vedere film come La dolce vita . Oggi la cultura è di tutti, alla portata di tutti o almeno dovrebbe esserlo, eppure la gente non vuole dare attenzione, preferisce i film commerciali, veloci…”
La sala era gremita. L’incontro è stato breve, ma intenso.
Alla fine mi sono avvicinata e ho chiesto a De Silva se mi poteva firmare il suo ultimo libro.
- L’ho apprezzato molto, ho detto.
Ha sorriso e ha firmato con piacere, chidendomi come mi chiamassi. Il libro l’ho passato anche
al “ maestro “.
Due nomi su una stessa pagina, per ricordare un pomeriggo d’ottobre, piovoso, ma pieno di emozioni.

domenica 10 ottobre 2010

Fame famelica


L’uomo era in bagno. Stava facendo la doccia. La donna accese il televisore e ogni tanto dava un’occhiata alle notizie del tg. Si mise ad apparecchiare la tavola. Avevano comprato qualcosa di pronto. Non c’era nemmeno bisogno di riscaldarlo. La donna adagiò il cibo nei piatti e preparò del pane e una salsa rosa.
- Ho una fame ! -, disse l’uomo arrivando alle sue spalle.
Aveva i capelli bagnati, gli occhi lucidi e la pelle ancora umida dopo la doccia. Prese dal frigo l’acqua minerale per la donna e la birra per lui. Si sedettero a tavola. La donna si versò un bicchiere d’acqua. Lui le prese la mano e avvicinò il volto a quello della donna. E iniziò a baciarla intensamente. Un bacio intimo, bagnato, profondo, lunghissimo. Allora spinsero i piatti di lato e si alzarono in piedi. Si strinsero forte, senza mai smettere di donarsi la bocca.
- Ho tanta voglia di un aperitivo. –, disse l’uomo.
- Andiamo a letto ?
- Si, amore.
Stringendosi, arrivarono a piccoli passi, a ritroso, in camera da letto. L’uomo si spogliò e sfilò la maglietta e la biancheria che indossava la donna. Si lasciarano andare sulle lenzuola fresche e colorate. In un attimo, l’uomo le entrò dentro e furono una cosa sola. La donna avrebbe voluto raccontargli dell’emozione che sempre provava nel momento esatto in cui lui le entrava dentro. Ma non aveva le parole. Non c’erano parole per quel tipo di sensazione fisica e interiore. Era come una leggera invasione . Come una perdita momentanea dell’aria. Come un volo e un vedere anche attraverso gli occhi dell’altro. Era un abbandono totale della realtà circostante ed un vivere – per un certo momento – anche con gli occhi, il corpo, le percezioni di un altro. Una cosa così. Molto difficile da dire. E infatti la donna non disse, ma lo fece sentire. Con gli occhi, le dita e l’anima tutta. L’uomo era pieno di desiderio, quella sera. Pieno di fame famelica , che la donna non vedeva sul suo viso da un po’ di tempo.
- Guarda -, disse l’uomo.
La donna voltò la testa a destra e vide i loro corpi diventati uno, riflessi nello specchio dell’armadio. L’uomo, sopra di lei, si teneva con le mani sul letto. Lei con le gambe strette intorno a lui, con i fianchi e i seni che ballavano ad ogni spinta.
- Che bello -, sospirò la donna.
L’uomo la fece girare. Si misero su un fianco e girarono ancora la testa verso lo specchio. L’uomo toccò il sedere della donna, lo carezzò piano e poi prese le natiche con mano ferma, forte, come a schiuderle, per guardare, scorgere nello specchio il punto esatto in cui si univano. Erano eccitati. Descrivevano quello che vedevano e non smettevano di leccarsi, di unirsi anche con le labbra. Poi si lasciarono andare. L’uomo seppellì il viso sul petto della donna. E poi sul collo. E tra i capelli. La donna lo cingeva con le braccia e con le gambe.
- Stringimi così. Stringimi forte. -, disse l’uomo.
Le piaceva sentirlo così. Tenero e con la voglia di perdersi tra le sue braccia. La donna non trattenne il respiro e il piacere. Gridò, improvvisamente piccola e senza difese sulla pelle dell’uomo.
Occhi negli occhi. E baci lievi come petali perduti.
Tornarono di là, alla cena che li attendeva. La donna rimise la t-shirt, l’uomo invece sedeva nudo. Mangiarono di gusto, dividendo i sapori e descrivendone il gusto. Poi, colmi di cibo e piacere, si lasciarono andare sul divano, stretti alla luce del televisore. La donna stava con la testa sul petto dell’uomo, la parte di lui che amava di più. Amava strusciarsi sui suoi peli morbidi, accarezzargli i capezzoli, le braccia, la pancia, seguire con i polpastrelli la forma tonda dell’ombelico.
Anche quando si svegliava all’alba, il petto era la prima cosa che cercava di lui. Era come trovare un porto sicuro nel chiaro-scuro di un nuovo giorno. E lasciava sempre lì il suo capo. Sempre lì, sul petto dell’uomo. Era una sorta di pretezione, un riparo. Era un nascondersi, senza sparire.
- Ti va il gelato che ho comprato prima ? -, chiese l’uomo.
- Si, da morire.
Era una goduria di panna, caramello e noci, o qualcosa del genere. Un gelato buono così non lo aveva mai mangiato.
- Ti toccherà togliermelo davanti, altrimenti lo finisco tutto -, disse lei ridendo.
Se ne stava seduta sulla sedia, ora, accanto al tavolo. L’uomo andò in cucina a prendere un tovagliolo. Gielo portò . Era in piedi, nudo, vicino a lei. Il sesso proprio davanti al viso della donna.
Lei lo guardò e gli disse che aveva tanta voglia di fare una cosa. L’uomo le carezzò la testa e disse che forse aveva capito come intendeva fare.
La donna prese del gelato e glielo passò sulla cappella. L’uomo rabbrividì.
- E’ molto freddo ?
- Non tantissimo. Per fortuna, si è un po’ sciolto.
La donna sorrise e inziò a leccarlo. Il sapore del gelato misto a quello di una pelle bellissima. Ne mise ancora e si divertì a rincorrere il fresco della crema, tra le pieghe delle pelle calda e liscia.
L’uomo la guardava con occhi che gli brillavano.
- Ancora -, disse.
E lei continuò ancora, fino a quando lui non ne potè più e la spinse sul divano.
Stretti alla luce del televisore.
E allora ritornò , per la donna, quell’emozione che non aveva nome. Quella leggera invasione.
Come una perdita momentanea dell’aria. Come un volo e un vedere attraverso gli occhi di un altro.
Tornò quell’abbandono. Come una resa salvifica dopo una tempesta di brividi .
E di odorosi lapilli rossi.

venerdì 1 ottobre 2010

Omicida


In una tazza bollente
uccido
la tua mancanza.

Non potevo continuare così.

Al mattino mi svegliava
all’alba.
Avevo bisogno di sonno,
di cura, di lenimento.
Oggi l’ho uccisa,
per sempre.

Così l’ho ucciso,
dirò agli inquirenti.
L’ho ucciso col calore
di un caffè e con la rabbia
di un tempo e di un amore non voluto.

Scriverò sulla mia agenda
questa data e affianco disegnerò
un sole luminoso, per ricordarmi
della libertà ritrovata e dei fiori
da portare al cimitero.
Là dove hanno seppellito il mio cuore.

domenica 26 settembre 2010

Come fare a sedurmi


Sii capace di piangere senza sforzo o vergogna.
Ama tua madre.
Fuma erba in cortile.
Fa' tardi alle riunioni di lavoro perché ti sei fermato
per ammirare un pettirosso.
Indossa stoffa scozzese.
Pulisciti gli occhiali con l'angolo della camicia blu
rivelando dolci occhi marroni.
Lascia che ti confessi tutto
dolcemente all'orecchio.
Cita Shakespeare parlando
del più e del meno.
Cita Blake durante
i preliminari.
Incantami con la nudità delle tue parole.

Sbatti la verità sul tavolo, nuda.
Sbatti me sul tavolo, nuda.

Ficcami la lingua in gola.
Tienimi i fianchi con tutt'e due le mani.
Chiudi gli occhi.
Dammelo tutto
e quando avrò gridato il tuo nome
fammelo sussurrare.

Pensa a me (qual è la parola che usi?)
perpetuamente.

Fammi amare perfino le ingiustizie del passato
perché mi hanno portato a questo momento.

Mostrami quel che mi sono persa
finché non hai sorriso.
Sii solo te stesso.
Sono aperta.
Potrei morire per questo
ma senza di questo
non vivrei pienamente.

Mandami qualche segnale
col capo, con gli occhi, con la mano. Gemi
per dirmi se hai capito.

(Lytton Bell)

mercoledì 22 settembre 2010

Cuore famelico


Ho cercato dappertutto il mio
cuore famelico,
l’ho cercato incessantemente,
giorno e notte
perché aveva bisogno di riposo, di cure.
Poi, in cucina , dove ballavamo
ridendo come due ragazzini, ricordi ?
Beh ,era lì, nella tua tasca nascosto da chissà quanto.
Era lì , con tutta la sua fame.
e noi giravamo per la stanza
seguendo il suo ritmo sgangherato,
felici,
come due ragazzini….

domenica 19 settembre 2010

Magnolia


Il caldo di quel giorno non li toccava. I finestrini dell’auto erano chiusi e loro si godevano il fresco dell’aria condizionata. L’uomo guidava e la donna, seduta di fianco, si perdeva, ogni tanto, nel verde delle strade intorno. Fin da bambina, durante un viaggio, guardava fuori dal finestrino cercando di rubare al mondo più cose e immagini possibili. La radio era accesa. Dentro ci passava della buona musica che arricchiva le loro voci e i loro respiri. Fuori dal finestrino era un riconorrersi di immagini, come mille veloci diapositive che seguivano, follemente, le note.
Quando la canzone finì, l’uomo spense la radio. Chiese alla donna se aveva bisogno di qualcosa, se c’era bisogno di abbassare l’aria condizionata. Lo chiese perché sapeva che era un po’ freddolosa. Lei disse di no. -Va bene così.
Lui le prese la mano, l’accarezzò con i polpastrelli.
- E’ un gesto che adoro -, disse la donna girandosi verso di lui.
- Ah si !?!?
Continuò ad accarezzarla, portò la mano alle labbra e la baciò. Una, due, tre volte. Lei allora, gli carezzò il viso, mente lui le toccò la gamba sinistra.
- Hai una bella pelle.
- E’ il mare che la rende così.
La donna indossava un paio di pantaloncini neri e una blusa con dentro un paio di colori. C’era il nero, il bianco, il grigio. Aveva un paio di sandali di cuoio, legati alla cavaglia. Indossava gli occhiali da sole e portava i capelli sciolti. Il mare li aveva leggermente schiariti.
La mano dell’uomo stringeva la sua gamba sinistra e poi prese a salire su, verso la coscia.
La donna sorrise. Aveva già capito. La mano dell’uomo era tenera e lenta. Era presente, ma leggera come farfalla. L’appoggiò tra le cosce piene e iniziò a toccarla. La donna sospirò.
- Stai attento, stai guidando.
- Lo so, tranquilla.
La donna toccò la mano dell’uomo, facendo pressione sulle dita, là dove le piaceva di più. L’uomo la guardava curioso e seguiva i suoi movimenti. Le disse di toccarsi da sola, di abbassare il sedile, di aprire la lampo e infilare la mano sotto ai pantaloncini e agli slip. La donna lo fece. Fece tutto quello che l’uomo le disse. Alzò leggermente la gamba sinistra e si sfiorò. Lo guardò e gli disse che non vedeva l’ora di arrivare a destinazione per fare l’amore con lui, per accoglierlo dentro di sé, al caldo, e di lasciarlo andare solo dopo ore.
- Non avremo tempo -, disse l’uomo.
I sospiri della donna si fecero più forti.
L’uomo, fermo, come rapito, al suo fianco, ogni tanto le carezzava il viso, le labbra, il seno pieno. Come a placarla, come a frenarla e dissetarla al contempo.
- Sei bellissima -, disse, - e amo guardarti.
- Lo so che ti piace -, disse la donna. – Nessuno mi ha mai guardata come fai tu. Nessuno mi ha mai scrutata e capita e afferrata come fai tu.
L’uomo lo sapeva. Lo sapeve bene. Lasciò la mano su quella della donna, stretta al suo piacere.
- Piccola -, disse con un fil di voce. – Piccola mia.

lunedì 13 settembre 2010

No, non sciogliere il mio abbraccio.


No, non sciogliere il mio abbraccio.
Non accantonarmi tra i tuoi tanti
pensieri,
tra quelli labili, passeggeri .
Ma dimmi, come fai a dimenticare le mie mani
leggere tra i tuoi capelli scuri e sottili ?
Ti prego, no, non sciogliere il mio abbraccio.
Non scordare il suono del vento,
il sapore delle mie labbra scarlatte,
e la sottile magia
della pioggia, nelle notti d’estate.

lunedì 6 settembre 2010

Lento incedere


Procedo a tentoni in questa stanza vuota. Immensa.
Rischio di perdermi, come è già successo.
Non c’è nessuno. Non c’è niente.
Forse non ci sono nemmeno io . Lo capisco ora.
Ho paura di sbattere contro il buio,
di farmi male,
di rompere silenzi di cristallo.
Ombre di vetro su palpebre abbassate
e fiori nell’armadio tra vestiti dismessi.
Mi guardo intorno con sottile interesse.
Mi perdo tra visi e sguardi di sconosciuti.
Sento come un brivido di pace
salirmi su per le braccia.
O qualcosa che le assomiglia.
Vorrei essere libera. Libera di cantare,
di leggere Céline a tavola e poi vomitare,
di bagnarmi sotto la pioggia,
di mangiare nutella alle tre di notte .
Libera di raccogliere frammenti di ieri,
buttarli nel vento e pensare al domani.
Libera di amare come non ho mai fatto.
/ Il sorriso di quella sera. Le tue parole perlescenti
sulla pelle abbronzata. La conchiglia rubata sulla spiaggia.
Ti accolgo con gli occhi .
Nel cuore, ti affogo. Con un colpo di reni
spasmodico, deciso, ti inghiotto dentro.
Ti mangio.
E non avrai scampo /
Non hai scampo, ti sussurro all’orecchio.
Ridi.
Regalandomi carezze tra i capelli e
viole sulla schiena –
Faccio la valigia. Mi accingo a partire nel sonno.
Con pochi soldi e nessuna speranza.
Ma sogno ancora. Tutte le sante notti.
Al mattino , più stanca della sera, non ricordo nulla.
Solo l’odore della tua pelle, primordiale pensiero.
Che agita i sensi durante la noia del giorno.
/ Scrivo. Più di prima. Meglio e peggio di prima.
Temo solo il tuo scordare e il lento incedere
del vento d’aprile. Mi stringo nelle spalle. Disfo la valigia.
Bevo un caffè nero bollente. Chiudo le persiane
e aspetto il giorno dopo..e quello dopo ancora….

giovedì 26 agosto 2010

E' così bello


Fecere le scale in fretta. Le pareti del palazzo erano bianche, fresche, nonostante la giornata caldissima. Sei davvero bella così abbronzata , disse l’uomo carezzandole un fianco.
La donna lo ringraziò e gli raccontò delle giornate passate al mare, a farsi coccolare dalle onde.
Onde fortunate, pensò l’uomo.
- Fa molto caldo, ma ho tanta voglia di te.
- Anch’io -, disse la donna.
Si spogliarono con gesti lenti, ridendo come due ragazzini. Accesero il ventilatore in camera da letto e si strinsero facendosi sfiorare da quel vento effimero. L’uomo si stese sul letto per primo, mentre la donna era accovacciata accanto a lui e lo baciava ovunque. Poi si fece posto sul letto. L’uomo la guardò. Si divertì a sfiorare con le dita i segni del costume che il sole aveva delineato.
Qui sei bianca, anche qui sei bianca..anche qui lo sei..
La donna sorrideva carezzandogli le labbra. Si strinsero nella camera in penombra.
- Siediti sulla mia faccia -, chiese l’uomo.
La donna si alzò e si mise cavalcioni sul suo viso.
- Così ti mancherà il respiro..
- E’ quello che voglio. Il tuo odore è l’unica cosa che voglio sentire.
La donna ansimava sentendo il viso di lui impremersi sulla carne umida. Chiuse gli occhi e le sembrò di volare. Un brivido le percorse la schiena e si lasciò andare sul corpo di lui, per regalargli con le sue labbra lo stesso brivido che l’uomo le aveva fatto sentire.
Rimasero avvinghiati a lungo, a mangiarsi con la bocca e con le parole d’ammore. Fino a quando la donna disse che lo voleva sentire dentro di lei. Allora si alzarano. L’uomo si sdraiò sul corpo della donna. Respirò forte entrandole dentro.
- Eccoti amore. Ne avevo tanta voglia -, disse lei baciandogli le palpebre.
- Anche io. E’ così bello. Così bello.
E poi ancora quelle due parole. L’uomo disse di nuovo quelle due parole. Due piccole parole come onde. La donna ancora una volta non rispose, credendo che forse gli erano scappate di bocca, nella foga del momento. Eppure sembravano vere. Aveva paura a chiedere. Non chiedeva nulla oltre quei momenti. Perché l’ammore non si chiede, né tantomeno si cerca. E anche perché esistono tanti tipi di amore. Così’ restò in silenzio e baciò l’uomo con tutta la forza delle parole che sentiva esploderle nel petto.

martedì 17 agosto 2010


Amour vous ne savez ce que c’est que l’absence
Et vous ne savez pas que l’on s’en sent mourir
Chaque heure infiniment augemente la souffrance
Et quand le jour finit on commence à souffrir
Et quand la nuit revient la peine recommence.


Amore non sapete cosa sia l’assenza
E non sapete che ci si sente morire
Ogni ora infinitamente aumenta la sofferenza
E quando finisce il giorno si comincia a soffrire
E quando torna la notte ricomincia la pena.

( G. Apollinaire )

venerdì 6 agosto 2010

L'amore sparso sull'erba


La luce dorata delle sere di settembre.
Questo ricordava più di tutto.
L’oro settembrino che accarezzava le sue palpebre distese.
Che rivestiva la pelle d’ambra e di porpora.


Si amarono così, tra i fili d’erba e i fiori appassiti.
Camminavano a piccoli passi, quando lui lasciò la sua mano
e la strinse da dietro. Il suo seno pieno che gli invadeva le mani.
Cercava di coglierlo, di stringerlo tutto.
Il suo viso sprofondato tra i capelli di lei e poi sul collo.
Lungo quella pelle bianca e odorosa d’amore.
Un odore che avrebbe riconosciuto tra mille.
Lei si girò e lo strinse con una forza che non conosceva confronti.
Le mani a scendere lungo il corpo. A liberarsi dei vestiti.
A rivestirsi solo di vento, di erba, di lingue e di sguardi profondi.


Così, ogni volta che rivedeva quella luce serale di un’estate agli sgoccioli,
lei ricordava l’amore sparso sull’erba, non molto distante da casa.
Rivedeva la bellezza del suo corpo nudo.
La forza e la fragilità.
La bellezza delle membra e del sesso che, ogni volta,
guardava con stupore incantato. Che ogni volta toccava con una sana meraviglia
nascosta tra le mani. Le dita bianche che scendevano lungo quella pelle sottile, a sentire il sangue
pulsare, il motore vivo del desiderio gonfiarsi e crescere al tocco delle sue mani.
Stupore incantato. Sana meraviglia.
Già.
Ogni tanto gli scriveva lunghe lettere, raccontandogli del suo mondo intatto.
Lui leggeva attento, solo, nella sua camera spoglia.
Pensava alle sue mani, a quel profumo inconfondibile e al
modo vigliacco in cui l’aveva lasciata volare via.
Come una farfalla, immersa nel verde.

domenica 25 luglio 2010

All'orizzonte


Davanti al mare. Persa davanti al mare. Di sera. Una nave sta sparendo all’orizzonte.
Ho parlato con te poco fa. A volte devo fingere. E camuffare la mancanza.
Camuffare un piccolo dolore soffocato. Non posso dire. Non posso. Certe parole sono inutili
da pronunciare. Vorrei essere su quella nave che sta sparendo all’orizzonte. Andare via lontano. Non fare ritorno. Non essere più, per te.

giovedì 1 luglio 2010

Tu sei mia


L’uomo aprì la porta. Lo spazio vuoto investì i loro occhi. C’era ancora odore di vernice fresca e mobili dislocati. L’uomo la guardò, le chiese se le piaceva il piccolo appartamento nuovo. Lei si guardò intorno e disse che le piaceva molto. Gli diede qualche suggerimentimo femminile.
Mentre parlava di luci e colori, lui si avvicinò e la strinse a sé. Le infilò la mano sotto la gonna. La fece salire lungo le gambe. La donna non indossava biancheria intima. Aveva messo gli slip, come ogni giorno, ma per gioco l’uomo gliele aveva sfilato poco prima, mentre provava dei vestiti in un negozio, e le aveva messe nelle tasca dei suoi pantaloni.
- Mi è piaciuto fare questo pezzo di strada a piedi e sapere che sotto la gonna eri nuda.
Sorrise e la baciò. Con la mano sotto la gonna, la cercò. Le infilò due dita dentro. Lei sospirò. Poi le portà alla bocca e le succhiò. Le passò dalla sua bocca a quella donna.
Occhi che scintillavano.
Si spogliarono in fretta. Avevano tutto il tempo che volevano ma si desideravano da morire. Non avevano la pazienza di arrivare a casa dell’uomo. Ardevano da ore.
La donna si sdraiò sul divano e lui la seguì baciandola ovunque.
Le dita dell’uomo scivolavano tra i capelli di lei.
E lungo la sua bocca, mentre era dentro di lei e le diceva quanto la desiderasse.
Le sussurrò all’orecchio le sue fantasie, tutto quello che voleva fare con lei.
La donna sorrideva, colorava le fantasie dell’uomo con parole e accenti nuovi. E le faceva
sposare con le sue.
- Davvero mi faresti questo ?-, chiese divertita.
- Si. Tu sei mia. Sei mia. E posso fare tutto.
L’uomo non era mai stato possessivo. E nemmeno la gelosia faceva parte della sua natura. Ma quelle tre parole fecero vibrare l’animo della donna.
Tu sei mia.
- Ancora .
- Cosa ?
- Dillo ancora…
- Tu sei mia.
Lo riempì di baci casti e lussuriosi.
Si aggrappò alle sue spalli forti, dimenticando il resto del mondo.

domenica 27 giugno 2010

Se tu mi dimentichi


Se consideri lungo e pazzo
il vento di bandiere
Che passa per la mia vita
e ti decidi
a lasciarmi sulla riva
del cuore in cui ho le radici,
pensa
che in quel giorno,
in quell’ora,
leverò in alto le braccia
e le mie radici usciranno
a cercare altra terra.

Ma
se ogni giorno,
ogni ora
senti che a me sei destinata
con dolcezza implacabile.
Se ogni giorno sale
alle tue labbra un fiore a cercarmi,
ahi, amor mio, ahi mia,
in me tutto quel fuoco si ripete,
in me nulla si spegne né si dimentica,
il mio amore si nutre del tuo amore, amata,
e finchè tu vivrai starà tra le tue braccia
senza uscire dalle mie.


(Pablo Neruda)

giovedì 17 giugno 2010

Che tu sia per me il coltello


Comunque, anche se non tutto fila liscio e le cose sono già complicate fin dall’inizio, sento il bisogno di dirti una cosa. Devo raccontarti di come le pupille mi si dilatano quando vedo una tua
parola da qualche parte, persino quando mi imbatto nel giornale o nella pubblicità….Ci sono parole che ti appartengono a tal punto ! Impronte della tua anima che in bocca ad altri appaiono solo come strumenti discorsivi o articolazioni linguistiche, nient’altro. Non avevo mai immaginato che conoscere il linguaggio di un estraneo potesse essere eccitante come il primo contatto con il suo corpo,il suo profumo , la sua pelle , i capelli e i nei. E’ così anche per te ?


da “ Che tu sia per me il coltello “
di David Grossman

giovedì 10 giugno 2010

Nella mattina


Nella mattina mi adagio su un fianco.
Leggo sul bianco intenso i segni di un nuovo giorno.
Un giorno di luce che stavo aspettando.
Una luce pura. Diamantina.
Conto i fiori della mia gonna blu.
Sono cento. Sono mille. Sono miliardi.
Miliardi di fiori bianchi e azzurri che ho lasciato cadere sul tuo letto.
Dormivi incurante della mia luce.
Io cullavo i tuoi sogni in silenzio.
Infilavo le mani sotto le lenzuola per carezzare
il tuo corpo bello. Bianco , magro e pieno al contempo.
La pelle che scorreva sotto le dita.
Il desiderio a crescere tra le gambe.
Poi/
Pettinavo d’argento la tua anima e mi
nutrivo di un pezzo di te.
Asscoltavo l’ombra breve delle tue paure.
Il respiro che veniva fuori dalle tue palpebre chiuse.
Sono fatta di luce e ciclamini, ho sussurrato alle tue gote.
Ho dentro un giardino immenso dove il sole fa filtrare
i suoi raggi nudi. Dove il verde germoglia senza sosta.
Dove io rinasco di continuo. Senza stanchezza.
Senza abbracci. Senza le notti. Senza amore.
Ma tu non mi sentivi. Eri lontano.
In un mondo a me inaccessibile.
////////////// ////////////// ////////////// /////////////
Ho capito dove avevi dolore. T’ho toccato. T’ho coperto.
T’ho amato. Cercavo di curarti. Di essere lenimento.
Ci sei riuscita per poco. Così, mi hai detto.
Quel poco mi carezza e mi trafigge.
Mi lega i capelli e mi libera le mani.
Mi spoglia e poi mi graffia con dolcezza.
Sono poco. Non sono abbastanza.
Eppure
vorrei che tu mi conoscessi.
Conoscessi davvero.
Vorrei che un giorno capissi le cose che ti sei
lasciato alle spalle.
Vorrei che intuissi il sole di certi sguardi.
Il fuoco di certi brividi.
E il freddo di certe assenze.

lunedì 31 maggio 2010

Brividi e stelle


La donna venne fuori dal bagno. Indossava solo la camicia. Si era guardata nello specchio, prima di aprire la porta. Le donava quella camicia. E le era piaciuto il modo in cui l’uomo, prima, gliel’aveva fatto notare. Le aveva detto che quel giorno era bellissima, vestita in quel modo.
- Ma non ho niente di che ..
In effetti, non aveva fatto caso neppure a cosa aveva indossato. Aveva infilato la camicia, i jeans e della scarpe da ginnastica. Era uscita di corsa.
- Io ti preferisco vestita così. Oggi sei tanto teenager..
Aveva detto l’uomo, sorridendo. Era uscita dal bagno. Sentiva la sua voce. Era a telefono che parlava di lavoro. L’uomo aveva la camicia azzurra sbottonata. Le luci erano soffuse. La donna era a piedi nudi. Si avvicinò lentamente a lui. Gli si strinse contro e iniziò a baciargli il collo e le spalle. Iniziò a leccare la sua pelle , a far scendere le mani lungo il petto e la pancia.
L’uomo sospirò e se la strinse contro. Lei lasciò il viso sul collo dell’uomo. Chiuse gli occhi e continuò a baciare la sua pelle. Aveva un odore lieve. Quando lo annusava pensava alle piume, alle nuvole, allo zucchero filato. Lui finì, con difficoltà , la telefonata. Lanciò il cordless sul tavolo e la baciò sulla bocca. Un bacio lunghissimo. Supendo, come solo lui sapeva darle.
Pieno di brividi e stelle. Pieno di sorrisi e tramonti.
Fecero l’amore quasi in silenzio. Donandosi poche parole e molti abbracci. Di quelli che ti danno tenerezza e forza. Di quelli che ti fanno vedere il rosso della porpora e la luce dell’indaco.
Appoggiato sulla schiena della donna, l’uomo era sul corpo di lei con tutto il suo corpo.
- Ti piace scoparmi così ? -, chiese la donna.
- Moltissimo, amore mio.
La donna rimase protetta in quell’abbraccio, trovando ristoro nelle loro dita intrecciate. Rimasero uniti così per un tempo che pareva non avere fine. Solo a un certo punto, arrivò la voce dell’uomo a infrangere quel silenzio di cristallo, fatto di gemiti e gioia.
- Girati -, le disse.
La donna si girò e si distese supina. L’uomo la guardò, mentre si accarezzava i seni.
- Vienimi sul petto-, lei disse,- vienimi sul cuore.
Lo vide toccarsi. Lo vide godere. Nella penombra guardò il suo seme caldo brillare sui seni.
E rivide il rosso della porpora e la luce dell’indaco. E si sentì cenere. E poi rosa e poi velluto.
Chiuse gli occhi, accarezzandosi. Per risentire brividi e stelle.
Restò muta, sul letto. Stringendo l’uomo accanto a se.

mercoledì 26 maggio 2010

Paris, mon amour


E’ domenica mattina. Mi sveglio presto. Apro la porta finestra e esco sul balcone. Sono al quinto piano di un albergo a boulevard St Michel. Parigi è silenziosa. Tutti ,o quasi, ancora dormono. Ho voglia di andare fuori il prima possibile. Attraverso boulevard St Michel. Fa freddo. Arrivo lungo la Senna. Poi passo per Grands Augustin, Quai de Conti, Malaquais e Quai Volter. Arrivo al Museo d’ Orsay. Resto senza fiato davanti all’Origine del mondo di Courbet e mi accendo e mi adombro a tutti i colori, le luci del giorno che Monet ha usato per rappresentare la cattedrale di Roven. Prendo la metro e scendo a Champs de Mars. La tour Effeil è piena di turisti. Da lontano è bella, ma da vicino è solo un pezzo di ferro. Ci resto poco, il tempo di mangiare una baguette con pomodori, carote, insalata, maionese e una roba che non ho capito bene cosa sia. Ma deve trattarsi di pollo. Nessuno parla italiano. Parlo un po’ in inglese. Mi faccio capire. Il francese mi viene fuori malissimo. Mi prendono tutti per spagnola, chissà perché….qui se guardi un uomo per più di due secondi, ti ridà lo sguardo e per un po’ ti guarda dritto negli occhi e poi ti dice Bounjour o bonsoir…Ci sono uomini di colore bellissimi. Una bellezza inenarrabile, che a guardare quella pelle vellutata ti viene voglia di accarezzarli e baciarli.
Riprendo la metro e scendo a Etoile. Passo davanti all’arco di trionfo e da lì cammino per tutti gli champs- èlysées. Faccio un po’ di shopping , ma Cartier lo posso solo guardare da fuori. Quando arrivo ai jardins des Tuileries mi siedo sul bordo della vasca su una sedia simile a quella a sdraio. C’ è un bel sole ora. Mi siedo, mi sdraio. Prendo un po’ di sole. I giardini sono pieni di gente, al sole…



Arrivo intorno alle dieci a Monmatre. Tira vento e piove. Da qui si vede tutta Parigi, entro nella Basilique de Sacre- Coeur. La basilica ha un pesante profilo bianco in stile romantico-bizantino. C’è silenzio, dentro. Quando esco, piove un po’ di meno. Mi aggiro per le vie dove anni fa Henry Miller viveva e scriveva. Ci sono uomini e donne che fermano i turisti per fare ritratti. C’è un uomo che mi chiede se ho voglia di fargli tagliare con le forbici un pezzo di carta, così da tracciare con le forbici il mio profilo sulla carta. Ma non capisco subito quello che mi chiede. – No, merci-, rispondo.
Capirò cosa voleva dire solo quando, pochi minuti dopo, vedrò la sua “ arte “ in azione.
C’è un delizioso negozio che vende cioccolatini francesi. Entro. Compro cioccolato belga da portare a chi voglio bene. Il proprietario è un ragazzo ed è il primo che conosco che parla italiano.
- Che bello che parli italiano ! qui tutti tentano di correggerti !
- E’ vero…
- Non ci sono confezioni di cioccolato bianco?
- No, devono arrivare. Ma ti offro questi al cioccolato bianco, hanno anche granella di nocciole.
- Grazie…
- Di dove sei ?
- Di Napoli…
- Bella Napoli..
- Eh si, ma Parigi di più…e’ la prima volta che ci vengo.
- La prima ?
- Si..
- Scommettiamo che ritorni ?
- Certo che ritorno !
Mi chiude tutto in sacchetto. Lo saluto sorridendo ed esco. Vado sui luoghi di Henry Miller.



Quando arrivo davanti al Moulin Rouge c’è un bel sole. Tutti si fanno fotografare davanti al mitico locale. Pigalle è il quartiere a luci rosse. Ci sono sexy shop e supermarket del sesso che hanno preso il posto di vecchi locali dove un tempo si esibiva anche Edith Piaf. Sono curiosa. Non sono mai entrata in un sexy shop. Ammetto che se lo facessi dalle mie parti, sarei imbarazzata. Ma qui no. Così entro. Ci sono molte donne che guardano noncuranti. Tra gli scaffali , passano in rassegna ogni cosa. Guardo incuriosita. In effetti, si tratta di un negozio come un altro, anche se intravedo cose che non avevo nemmeno immaginato. Il reparto sadomaso mi fa sorridere. Afferro una frusta e per giocare me la do sulla gamba. Fa male, cavolo ! O sono io che ho molta forza, penso sorridendo.
Alla fine mi compro anche un cadeaux. In fila, alla cassa, l’uomo davanti a me spende 180€ . Ha comprato di tutto. Deve avere molta fantasia. A guardarlo non si direbbe. Anche la cassiera è donna. Sorride gentile. Ci salutiamo. Metto il cadeaux in borsa…

Mi perdo nei magazzini Lafayette. Non mi sono persa per strada. Non mi sono persa e confusa in metro ( Parigi ha 16 linee metropolitane) e mi sono persa nei grandi magazzini. C’è di tutto. Ci entro solo per dare un’occhiata, quando finalmente ritrovo l’uscita, mi rendo conto che sono passate quasi quattro ore. In fin dei conti sono sempre una Madame…e dinnanzi a capi di Fendi, di Valentino, di Dolce & Gabbana , Armani, Louis Vuitton ecc…guardavo incantata. Potendo permettermi solo boccate d’aria . Ah !!!!




I capelli volano all’impazzata, qui sul bateau. Salgo alle 21:15. Faccio il giro turistico. C’è un’abitudine qui a Parigi, quelli fermi sul ponte o lungo la senna salutano i passeggeri dei battelli e viceversa. E’ bellissimo guardare i palazzi, la città dal bateau. Il cielo, mille colori, sfumature da serbare nel cuore. Ci si sente sereni e infinatamente piccoli davanti a tutta questa bellezza. Piccoli e felici. Mi copro la testa, mi stringo tra le braccia. Saluto anch’io, quelli fermi sul ponte.



Mi perdo felice per le strade del quartiere latino. E’ bellissimo Saint Germain. Pieno di localini, di librerie, di brasserie, di creperie. Passo davanti a Notre-Dame. Voglio andare a Ile Saint Louis. Voglio andare a cercare il palazzo dove viveva e forse vive ancora Sophie. Al quinto piano, di un palazzo senza ascensore. Lo trovo. Eccolo là. E’ un portone verde. Trovo quella finestra del quinto piano. Giù il negozio di pietre. E più in là , la gelateria Berthillon. L’ho trovata quella casa, quella finestra dove quella sera suonava Forever my darling . Ma sophie non è in casa.
E’ strano e magico aver scritto di posti che non avevo mai visto. Ora sono qui, che li guardo. Che li vivo. Erano simili, anzi uguali, a come li avevo immaginati. E ho il cuore in gola, come quando si trova l’amore tanto sognato.

domenica 9 maggio 2010

Tra carne e pelle


Noia. Noia. Noia. Vorrei qualcuno con cui scambiar sorrisi. E amore.
Aspetto che il tempo passi. Provo a leggere. Devo dosare i minuti.
Devo dosare la cioccolata. Devo perdermi per le strade.
Devo incendiare i pensieri. Rincorrere il cuore.
Devo smorzare le stelle. Illuminare le paure. Raccontarle.
Dar loro forma. Devo andare avanti.
Lontano. Scappare. Devo guardare negli occhi
Devi dirigere i sensi. Assopirli. E poi elogiarli.
Devo vivere. Tra carne e pelle.
Sapere dove sei. In quale luogo. E amare quel posto,
quella città. Sentirti e sentirmi ancora. Tra carne e pelle.

domenica 2 maggio 2010

Con te mi abbandono


Sentiva il cuore battere forte. Con un ritmo tutto sgangherato, che non aveva mai sentito prima.
Il viso sprofondato sul cuscino. E sulla guancia calda, la bocca dell’uomo che la baciava. Era alle sue spalle, dentro di lei, che la teneva stretta. Le sue braccia la circondavano teneramente, come a proteggerla. Il viso di lui si perdeva tra i capelli di lei. E poi sul collo. E lungo la schiena, dove depositò una serie di baci, dove fece scivolare la sua lingua calda.
- Ti tengo forte -, disse l’uomo.
La donna si sentiva protetta e respirava seguendo il ritmo sgangherato del suo cuore. Lui la fece girare, alzare e poi sedere sopra di lui. Lei era immobile. Si muoveva, con i fianchi, in maniera leggerissima. Si guardarono negli occhi e cominciarono a chiacchierare come se nulla fosse, come se fossero seduti in un posto qualunque con ,magari, davanti una tazza di caffè. E invece erano uno dentro l’altra. Parlavano, sognavano a occhi aperti.
Quando i sogni di due, diventano uno solo.
C’erano baci e ricordi. C’erano odori e posti visti insieme. C’erano sorrisi e desideri che vibravano nell’aria. Le mani dell’uomo accarezzavano il corpo della donna.
E quelle della donna si perdevano sul petto dell’uomo.
Le disse che era bella. Che per lui era bellissima. Lei sorrise, fermando le sue mani. Portandosele al viso. Baciandole e poi leccandogli le dita. Succhiandole, mentre lui la guardava.
Poi abbassò la testa , a guardare giù, lungo i loro corpo. Si alzò leggermente, facendo forza sulle braccia. Guardò il punto esatto in cui si univano. In cui lui scivola dentro di lei.
- Ti piace guardare ? -, chiese l’uomo.
- Si e non vorrei staccarmi mai. -, disse la donna.
- Vorresti dormire così, tenendomi sempre dentro di te ?
- Si. Chissà se è possibile ? Se qualcuno l’ha mai fatto. Forse si.
- Forse. -, disse l’uomo. – Mi sa che con te sarebbe tutto possibile.
Lo disse sorridendo. Gli piaceva prenderla dolcemente in giro per la sua innata e totale passionalità.
- Mmm …stupido…
- Con te mi abbandono.
- Con te mi abbandono, anch’ io.
Poi si accucciò. Ferma, con il viso sul petto dell’uomo. E ripensò a una cosa che prima le aveva detto. Le disse due parole, nella foga dell’amore, che non avrebbe scordato. Aveva fatto finta di non sentirle, per pudore. Perché sapeva bene ciò che era possibile e ciò che non lo era. Erano parole che all’uomo erano scappate di bocca. Non le avrebbe volute dire. Perché poi, ascoltandole, aveva cercato di correggerle, di camuffarle . Di nasconderle in mezzo a altre parole. Parole e pensieri che la donna gli aveva già sentito dire. E invece le parole nuove se l’era riprese.
Le aveva masticate e ingerite. Un viaggio breve di andata e ritorno.
La donna capì. Ora lo conosceva bene.
Gli carezzò le labbra. Non disse niente. Ma gli era grata.
Ancora una volta, gli era grata.

lunedì 26 aprile 2010

Versi sel testamento


Invecchiando, però, la stanchezza comincia a farsi
sentire,
specie nel momento in cui è appena passata l’ora di
cena,
e per te non è mutato niente;allora per un soffio
non urli piangi;
e ciò sarebbe enorme se non fosse appunto solo
stanchezza
e forse un po’ di fame. Enorme, perché vorrebbe
dire
che il tuo desiderio di solitudine non potrebbe
esser più soddisfatto,
e allora cosa ti aspetta, se ciò che non è considerato
solitudine
è la solitudine vera, quella che non puoi accettare ?


da “ Versi del testamento “
di Pier Paolo Pasolini

martedì 13 aprile 2010

Fame e sete


Sulla fica sente ancora il calco della faccia di lui.
Premeva con tutto il viso.
Adorava soffocare in quella carne calda e morbida.
Voglio respirare solo il tuo odore, diceva.
Così restava a lungo con il viso tra le sue cosce.
A leccarle la fica. Lei ansimava.
Si adagiava con il busto sul corpo dell’uomo e
raggiungeva il suo cazzo.
Lo succhiava con lo stesso ardore che sentiva scaturire
dalle vibrazione che avvertiva nella fica.
Erano tutt’uno. Erano uniti come non mai.
Ho ancora fame e sete di te, amore.
Ho ancora fame.
E sete.

mercoledì 7 aprile 2010

Luce e ombra


Ti aspetterò ancora.
Nei lunghi pomeriggi
di primavera.
Aspetterò la tua voce,
le parole amiche,
il tuo passo veloce.
Mi metterò sull’uscio
di casa
accanto ai girasoli
che abbiamo comprato insieme,
nel mercatino del paese.
Immobili, faranno da
sentinelle.
E quando, arrivando da lontano,
vedrai quel giallo luminoso,
sorriderai, lo so.
E ricorderai la mia luce
d’oro che non ti lascia scampo.
Quella luce che brilla
e che attende un po’ della tua ombra.

lunedì 29 marzo 2010

Sul cuore


La donna era ferma tra le braccia dell’uomo. Aveva gli occhi chiusi e sentiva il fruscio dei loro respiri nella stanza. Aprì gli occhi e la prima cosa che vide fu la sua mano poggiata sul petto dell’uomo. Aveva lasciato la mano sulla parte sinistra del suo petto. L’aveva lasciata sul cuore. E nella sua mano, con le unghie dipinte di rosso che, impercettibili, brilavano nella penombra, c’era la mano dell’uomo. Una sopra l’altra. Le dita, intrecciate.
Erano seminudi. Quello era il riposo dopo l’amore.
La donna sentiva ancora il suo corpo vibrare. Lo sentiva caldissimo e schiuso. Era una sensazione rilassante, di quiete indicibile.
- La senti anche tu ?
- Si. E’ stupendo.-, disse l’uomo.


La donna l’aveva guardato dormire. E’ una cosa che faceva spesso. E nel sonno l’aveva accarezzato.
- Che c’è ?-, lui chiese.
- Mmm vuoi continuare a dormire ?
L’uomo non rispose. Aveva capito.
- Sono mezzo addormentato. Fai tu. Fai tu, amore mio.
La donna allora lo spogliò alle primi luci dell’alba. E fece aderire il suo corpo nudo a quello dell’uomo. Mormorò il suo nome all’orecchio e gli disse che lo voleva tanto. Che lo voleva sempre. Lui sospirò. Prese a baciarlo ovunque. A leccarlo. A morderlo. A cibarsi di lui . E alzò la testa per guardarsi sparire nella bocca di lei.
- Vieni…vieni su di me -, disse l’uomo con un fil di voce.
La donna ubbidì. Salì sopra di lui e cominciò a muoversi lentamente mentre lui la guardava. Guardava i suoi seni muoversi prima impercettibili e poi sempre più forte. Li strinse. Disse che amava guardali. Che amava guardarla. La fece accucciare accanto a lui e le chiese di stare ferma.
Disteso, con le mani a stringere i fianchi di lei, cominciò a muoversi ritmicamente. Da sotto, mentre le loro bocche si erano fuse e la donna sentiva ogni respiro prendere corpo, vita.
- Scopami così -, lei disse.
- Ti scoperei sempre, amore mio.


Era durato a lungo. Aveva fatto l’amore nel momento che preferivano entrambi. All’alba. Era dalla prima volta che si erano attaccati all’alba, che la donna amava più che mai quel momento della giornata.
E ora erano lì, distesi. Alle prime luci dell’alba.
La donna tra le braccia dell’uomo. Con la mano sul petto – sul cuore – dell’uomo.
La mano destra dell’uomo stretta – intrecciata- su quella della donna.
Entrambe, sul cuore.

venerdì 19 marzo 2010

Luce dei miei occhi


Così forse, non era mai successo. Con dentro tutta quella tenerezza. E quella protezione.
La donna stava in silenzio. Al ripato, tra le sue braccia. L’uomo non l’aveva mai stretta in quel modo. Con quella forza e quel candore insieme. Le aveva parlato per tutto il tempo. Le aveva detto quanto bene le voleva. E quanto gli piacere stare fermo, così, dentro di lei. Al caldo. Lei aveva cercato un nascondiglio per il viso tra le pieghe del suo collo.
Anche io, aveva detto con un fil di voce.
- Anche io te ne voglio un sacco.
L’aveva detto con pudore, come fosse una bambina timida.
- Ma forse non hai idea -, disse l’uomo ,- dell’affetto enorme che nutro per te.
Amore, disse. Amore mio.
Le prese il viso tra le mani. Con gli occhi dentro agli occhi. E la fece scivolare sotto di lui, baciandola ovunque. E poi tornò alla sua bocca. Sempre.
La sogno sempre la tua bocca.
L’uomo le accarezzò i capelli e le baciò la punta del naso. E la fronte. E gli occhi. E le guance. E le orecchie. E la bocca. Ancora la bocca. E sempre la bocca.
Lei fece lo stesso.
Erano baci che avevano il sapore della riconoscenza.
Della gratitudine al bene.
Si muovevano con dolcezza. Non c’era frenesia.
La furia stava nel guardarsi negli occhi per tutto il tempo che li vedeva uniti. Uno dentro l’altra, a mangiarsi il cuore. A fare l’amore in un modo nuovo per loro. Con molta lentezza, come se stessero ascoltanto una sonata per pianoforte. Mentre le mani scivolavano lunga la pelle- ovunque -a portare alla luce i segreti rimasti a lungo sotto le dita e sotto la lingua.
- Quelle mattine accanto a te non le scorderò mai-, disse la donna.
- Neanche io.
E poi
- Dimmi che verrai ancora con me.
La donna disse di sì. Che sarebbe ancora partita con lui, tutte le volte che avrebbe voluto.
E se solo avesse voluto.
- Ti porterei sempre con me-, disse l’uomo.
Lei sorrise e lo abbracciò forte, facendo scendere le mani lungo il suo corpo d’uomo. Soffermandosi a lungo sulle sue spalle. Sono bellissime, bisbigliò.
Lo trovava più forte, più massiccio. E questo le piaceva.
Mi piace . Bello. Bello . Bello. Bello.
Disse strusciando il viso sul suo petto. Annusandolo e baciandolo. E pronunciando la parola Bello come fosse una nenìa, una giocosa cantilena. Lo disse modulando la voce. Con soffi di sorrisi e un timbro che esaltava tutto il calore del momento.
Erano semplici, le parole. Erano caste e amorose. Ed era un momento di inaudita magia.
Era la luce dei suoi occhi.
Luce dei miei occhi.
La donna non credeva a quell’incanto.
O meglio sapeva che quella magia aveva un tempo scandito. Ma sapeva anche che per tutto quel tempo, nessuno al mondo sarebbe stata più felice di lei. E per la prima volta riuscì a riconoscere la stessa felicità sul viso dell’uomo. E non le pareva vero.

domenica 7 marzo 2010

Alessandro Baricco alla Feltrinelli di Napoli


Sembra primavera. O almeno mercoledi, qui a Napoli, sembrava primavera. Un abbozzo di primavera,inaspettata. Come l’emozione forte che ha visitato la serata.
Alla feltrinelli, a S. Caterina di Chiaia, si presentava “ L’uomo verticale “ di Davide Longo e fin qui nulla di eclatante, se non fosse che a presentare l’evento c’era Alessadro Baricco.
La sala non era strapiena, come in altre serate, forse.. proprio perché non si trattava della presentazione di un suo libro, e quindi meno persone ne erano a conoscenza .
Baricco parla subito dell’amico Davide, introduce il libro elogiando il fatto che Davide sia uno dei pochi veri narratori italiani e che questo, per lui, era il libro della “maturità”.
Il libro può essere definito di fantascienza…ambientato in un futuro prossimo…
Baricco racconta da Dio, ma non credo che il libro sia un granchè.
E’ simpatico quando pone domande a Davide e quando dice che la moglie dell’amico ( tra l’altro seduta in sala ) , definisce il marito un vero maschilista.
- Tua moglie, Davide, mi ha detto che nei tuoi libri le donne esistono solo per andare a letto con gli uomini !
Sorrisi in sala. Il sorriso di Sandro ( così lo chiama l’amico ) è bellissimo.
Anche Davide e la moglie sono divertiti. E Baricco dà una definizione bellissima di ” maschilismo”.
Dice che uno scrittore maschilista non è un uomo che sottovaluta le donne, ma un uomo che non riesce a contemplare la visione del mondo delle donne. E dice che “ Cent’anni di solitudine “ di Marquez è in questo senso, un libro molto , ma molto maschilista.
- Anche Faulkner era maschilista ! Ora non ti montere la testa Davide…no hai nemmeno un unghia di Faulkner….anche se sei bravissimo !
Dice, ironico.
Legge due pagine del libro, in quel suo modo unico, con la voce cadenzata. Mi rendo conto che il libro non potrebbe mai piacermi e dico con franchezza che non l’ho comprato.
Davide e Alessandro ringraziano . C’è un applauso sincero, da parte di tutti.
Mi avvicino insieme ad altre persone. Lui, simpatico e disponibile ha una parola per tutti.
E firma le copie. Aveva detto che avrebbe firmato solo le copie del libro dell’amico.
Invece …forse ha cambiato idea, almeno per pochi.
- A me lo fai qui ? – ho chiesto porgendogli il mio taccuino rosso, che da poco mi avevano regalato.
- Mmmm! Ok…
Mentre scriveva, mia sorella diceva cose inutili, senza senso e non so come gli ha detto che eravamo sorelle.
Quando mi ha ridato il taccuino, ho letto “ Alle sister ! Alessandro Baricco “.
Abbiamo sorriso. Gli ho stretto le mani.
- Grazie davvero ! Ti adoro…ma è anche inutile dirlo…
- Grazie…eh eh he
E con lui, insieme ad altri ragazzi ci siamo messi a parlare di quanto fosse difficile trovare le parole giuste e non banali da dire a qualcuno che rende preziosi molti momenti, passati nella solitutine e nella ricchezza della lettura.