venerdì 6 agosto 2010

L'amore sparso sull'erba


La luce dorata delle sere di settembre.
Questo ricordava più di tutto.
L’oro settembrino che accarezzava le sue palpebre distese.
Che rivestiva la pelle d’ambra e di porpora.


Si amarono così, tra i fili d’erba e i fiori appassiti.
Camminavano a piccoli passi, quando lui lasciò la sua mano
e la strinse da dietro. Il suo seno pieno che gli invadeva le mani.
Cercava di coglierlo, di stringerlo tutto.
Il suo viso sprofondato tra i capelli di lei e poi sul collo.
Lungo quella pelle bianca e odorosa d’amore.
Un odore che avrebbe riconosciuto tra mille.
Lei si girò e lo strinse con una forza che non conosceva confronti.
Le mani a scendere lungo il corpo. A liberarsi dei vestiti.
A rivestirsi solo di vento, di erba, di lingue e di sguardi profondi.


Così, ogni volta che rivedeva quella luce serale di un’estate agli sgoccioli,
lei ricordava l’amore sparso sull’erba, non molto distante da casa.
Rivedeva la bellezza del suo corpo nudo.
La forza e la fragilità.
La bellezza delle membra e del sesso che, ogni volta,
guardava con stupore incantato. Che ogni volta toccava con una sana meraviglia
nascosta tra le mani. Le dita bianche che scendevano lungo quella pelle sottile, a sentire il sangue
pulsare, il motore vivo del desiderio gonfiarsi e crescere al tocco delle sue mani.
Stupore incantato. Sana meraviglia.
Già.
Ogni tanto gli scriveva lunghe lettere, raccontandogli del suo mondo intatto.
Lui leggeva attento, solo, nella sua camera spoglia.
Pensava alle sue mani, a quel profumo inconfondibile e al
modo vigliacco in cui l’aveva lasciata volare via.
Come una farfalla, immersa nel verde.

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