sabato 23 gennaio 2010

Le notti bianche


Al parco. Erano al parco, i due ragazzi. Era una giornata radiosa, con un sole caldo e soffice. Lo si sentiva che era morbido, solo a guardarlo. Una giornata così è un regalo che viene fuori dritto dritto dal cuore egoista dell’inverno, disse il ragazzo baciando lievemente il polso di lei.
Erano seduti su una panchina, al sole soffice. Il parco era pieno di ragazzini. Qualcuno giocava a pallone, qualun altro si dedicava allo scivolo e all’altalena. Le mamme parlavano, con gli occhi nascosti dietro a grandi occhiali scuri. Qualche ragazzo era seduto sull’erba. Uno , da solo, un po’ in disparte suonava la chitarra. Si esercitava sugli accordi. Non cantava, faceva una specie di mugolìo che accompagnava il movimento delle dita, ancora poco esperte.
Il ragazzo e la ragazza si sentivano soli in mezzo a tutta quella gente. Ma di quella solitudine bella, sana. La solitudine che solo l’amore ti fa sentire in due e non più in uno.Una sorta di comune fuori dal mondo e per questo invincibile Erano soli in due, adesso. Lui si sdraiò sulla panchina, appoggiando la testa sulle gambe della ragazza. Poco prima di uscire da casa, lei aveva portato con sé un libro. Lo leggiamo insieme ?, chiese. Lui fece un cenno con il capo. Aprì il libro e si fece subito sfiorare dalle parole impalpabili di Turgenev, perché quel libro iniziava con una citazione dello scrittore russo. Il ragazzo leggeva ad alta voce. Aveva una voce lenta, strascicata, sottile. Era una delle cose per cui lei lo amava. La sua voce, sempre, l’ accarezzava. Anche quando diceva cose brutte. Anche quando era scocciato o arrabbiato.
La tua voce è porpora pura,pensò lei, mentre lo ascoltava leggere. Stavano leggendo uno dei romanzi più belli che la letteratura russa ricordi. Ma per loro era la prima volta, non sapevano ancora della bellezza pura , dolce e diamantina di quel libro.
Si trattava de “ Le notti bianche “, di F. Dostoevskji.
Il ragazzo leggeva i pensieri del sognatore. Leggeva e vedeva i suoi passi, la solitudine della sua vita non condivisa. Quelle strade di Pietroburgo percorse tutti giorni,le strade e le case sempre uguali. Anche la ragazza vedeva. Guardava il sognatore passeggiare nella notte con la giovane Nasten’ ka e tremeva per l’amore soffocato che Dostoevskji aveva saputo far sentire così bene, tanto che il lettore non poteva non sentire una stretta al cuore.
Il sole li scaldava, mentre loro su quella panchina stavano leggendo di quattro notti fredde a Pietroburgo. Il ragazzo continuava la sua lettura. Non si fermò un attimo, mentre lei accarezzava i suoi capelli chiari e sentiva dentro, sempre, quella stretta al cuore che fluiva dalle pagine.
Non si mossero fino a quando non arrivarono all’ultima pagina.
Fino a quando non arrivarono all’ultima riga.
“Dio mio ! Un minuto intero di beatitudine ! E’ forse poco per colmare tutta la vita di un uomo?”
Il ragazzo aveva gli occhi lucidi.
E’ la frase finale…di un libro.. più bella che abbia mai letto, disse.
In effetti racchiudeva in sé tutto il senso del libro. Racchiudeva in sé la gioia che si prova nell’ascoltare parole regalate a noi . A noi e a nessun altro. E la felicità impareggiabile che può dare un incontro, anche solo un incontro che poi non diventa amore condiviso.
Perché incontro e condivisione sono due parole bellissime, disse la ragazza.
Le puoi fare a pezzi e poi rimetterle insieme.
Andare in contro a .
Condividere con.
Sono parole che possono nascondere dentro un’intera vita. Non credi ?
Il ragazzo sorrise.
Il cuore di lei si sciolse da quella stretta. Strinse il suo amore. E in mezzo ai loro corpi, silente e gioioso, c’era il libro.

C’è il sole anche oggi. Anche oggi che il ragazzo cammina da solo. Anche oggi che è passato del tempo da quella giornata al parco. Guarda le vetrine, la sua immagine riflessa. Ripensa alla ragazza. Ai suoi capelli color del grano. Ai suoi baci ormai lontani. E alle ultime parole prima del commiato.Un po’ come Naste’ ka, anche lei si era innamorata di un altro.
E’ strano , ma prima di oggi, il ragazzo non aveva più pensato a quel libro, a quella storia.
Sente una stretta al cuore. Passa in libreria. Compra “ Le notti bianche “.
Lo porta a casa con sé. Ma non riesce a leggerlo. Sono passati giorni ma ancora non riesce a leggerlo. Sulle sue labbra,però, vibra ancora la frase più bella posta nell’ultima pagine di un libro.
“Dio mio ! Un minuto intero di beatitudine ! E’ forse poco per colmare tutta la vita di un uomo?”
E allora pensa che anche se dentro sente un dolore immenso, è felice, tanto felice di aver incontrato e amato la ragazza con i capelli color del grano. Pensa che è stato fortunato a conoscere quella stretta e che se nella sua vita, non gli capiterà più di sentirla, beh…conserverà il calore di interi minuti di beatitudine. Perché non sono poco, ma sono invece moltissimo, per colmare tutta la vita di un uomo.

mercoledì 13 gennaio 2010

J’ ai baise ta bouche


Mi hai trattato come una cortigiana, come una prostituta , me , Salomè , figlia di Erodiade , principessa di Giudea ! Ebbene , Iokanaan , io vivo ancora , ma tu sei morto e la tua testa è cosa mia . Ne posso fare ciò che voglio. Posso gettarla ai cani e agli uccelli dell’aria ………ah! Iokannan , sei stato l’unico uomo che io abbia mai amato . Tutti gli altri uomini mi nauseano .Ma tu , tu eri bello . Il tuo corpo era una colonna d’avorio su un piedistallo d’argento . Era un giardino pieno di colombe e di gigli d’argento . Era una torre d’argento ornata di scudi d’avorio . Non c’era nulla al mondo bianco come il tuo corpo . Non c’era nulla al mondo nero come i tuoi capelli . Nel mondo intero nulla era rosso come la tua bocca . La tua voce era un incensiere che spandeva strani profumi , e quando io ti guardavo udivo una musica strana ! Ah ! Perché non mi hai guardata Iokannan ? Tu hai nascosto il volto dietro le mani e le bestemmie . Hai messo sopra gli occhi la benda di colui che vuole vedere il suo Dio . Ebbene , tu l’hai visto il tuo Dio , Iokannan , ma me , me…….non mi hai visto mai . Se tu mi avessi vista , mi avresti amato . Io , io ti ho veduto , Iokannan , e ti ho amato. Oh! Come ti ho amato ! E ti amo ancora . Non amo che te…………Ho sete della tua bellezza . Ho fame del tuo corpo. E né il vino né la frutta potranno saziare il mio desiderio . Che farò adesso Iokannan ? Né i fiumi , né gli oceani potranno spegnere la mia passione . Io ero una principessa , e tu mi hai rifiutato . Io ero una vergine, e tu hai distrutto la mia verginità . Io ero casta , e tu mi hai riempito le vene di fuoco. Ah! Ah ! Perché non mi hai guardato , Iokannan ? Se tu mi avessi guardato , mi avresti amato. Lo so bene che mi avresti amato, e il mistero dell’amore è più grande del mistero della morte . Non bisogna guardare che
All’amore ………..
J ‘ ai baise ta bouche , Iokannan……..J’ ai baise ta bouche………….




da “ Salomè “
di Oscar Wilde

sabato 2 gennaio 2010

Il fascino di una parola


La fece scivolare sul letto. Ridevano. La stanza era calda. La luce della stufa creava un riverbero di luce bellissima, di quando il giallo ocra sposa l’oro. Anais era ferma e giocava con la malizia negli occhi. Tomàs le sfilò le mutandine. Se le portò al viso. Le annusò e le baciò. Lo sentì mugolare piacevolemente. – Mmmmm!!! La guardò negli occhi e si tuffò con la testa tra le sue cosce piene.
Sentiva la lingua nella fica. Era bellissimo. Si alzò con il busto per vedere la testa di Tomàs sepolta lì, in quella parte del suo corpo. C’è da dire che lo sapeva fare davvero bene. Leccava con una passione e una curiosità sempre nuova. Sentiva i suoi respiri tra le pieghe della carne. Sentiva il suo naso. La sua bocca. La sua lingua che sapeva rubarle il piacere. Che ormai conosceva ogni segreto delle sue cosce umide. E poi i suoi denti che leggermente la mordevano.
- Non mordermi ! Non mordermi ! – diceva lei ridendo, in una sorta di sfiziosa cantilena.
- Mi piace troppo, lo sai. Non resisto alla tua fica…
Lei impazziva per come lui pronunicava quella parola. Fica . Fica. Fica.
- Dillo ancora ! -, chiedeva in tono dolcemente perentorio.
- Fica. Fica Fica…la tua fica.
I respiri nella bocca di lei. Sospiri piccoli. Sospiri forti. Fino a quando sentì la sua stessa voce dire piano – Vieni qua , Tomàs! Ora vieni qua, tra le mie braccia.
Se lo strinse forte, fecendolo scivolare dentro.