sabato 27 febbraio 2010

Ladro di cenere perduta


A volte, rimango così in silenzio. Cerco parole. Sto chiedendo attenzione.
Ma non arriva nulla. A volte mi sento così persa. Vado in giro e mi sento
orfana di baci . In un modo in cui non so spiegare.
Vado in giro per le strade e io sono. Sono senza te.
Mi sento ignorata. Mi sento dimenticata.
Resto muta, perfino con gli occhi. I miei occhi scuri
che non sanno più esibir parola.
Me le hai rubate tutte e nemmeno lo sai.
Le hai accartocciate e buttate via come si fa
con i brutti ricordi.
Ma nemmeno questo sono per te.
Nemmeno un semplice ricordo.
Un nulla e nient’altro.
Io sono una stupida rincoglionita e tu
un ladro di merda.
Un ladro di cenere perduta.

venerdì 19 febbraio 2010

Senza titolo


Era a letto. Al buio. Stava quasi per addormentarsi, quando squillò il telefono. Allungò il braccio verso il comodino.
- Pronto -, rispose con voce nasale.
- Ehi…ciao…
( La sua voce, bella, soffiata, sopraggiungeva calda dalla cornetta )
- Ciao, dove sei ?
- In giro. Ti pensavo.
- Davvero ?
- Si.
- E che pensavi ?
Un attimo di silenzio, di esitazione da parte di lui.

- Alla tua fica. Ho voglia della tua fica calda.
Lei sorrise, mordendosi le labbra.
- Ah si ?!??!
- Si…ho una voglia matta di tuffarmi con la testa tra le tue cosce e leccarti…
Rimase in silenzio, con gli occhi che scintillavano nella penombra. Respirò. Anzi, sospirò.

- Torno domani.
- Ne sono felice -, disse lei.
- Mi aspetti a casa ?
- Si, ti aspetto.
- Ora torna a dormire . E pensami.
- Ti penso. Ti penso.

Mise giù il telefono. Accese la luce. Andò in cucina e prese un bicchiere di acqua fresca. Si leccò le labbra. Sorrise pensando alla sue parole. Andò in bagno e prese uno specchio. Ritornò in camera. Si sdraiò. Alzò la camicia da notte e schiuse le gambe. Si guardò nello specchio. Si guardò tra le cosce piene, immaginando che a guardarla fossero gli occhi di lui.
Si ricordò di quando quella volta, dopo aver fatto l’amore, lui la portò in bagno con sé. La fece adagiare sul bidè e con la sua mano bellissima, la bagnò con l’acqua e con il detergente. Passava le dita sulle labbra e sulla clitoride gonfia dopo l’amore. Lei rideva. Lui continuava, la guardava negli occhi. Si avvicinò e le diede un bacio sulla bocca. Lei lo baciava e rideva. Scoppiava a ridere tra quei baci casti e molesti. Il ricordo accese il sorriso e il desiderio. Allora pensò alla sua lingua che la leccava piano. Prima dolcemente e poi furiosa, a fondo. Lenta. Veloce. Veloce e poi ancora lenta. Allontanò lo specchio. Chiuse di colpo le gambe. Porco, disse. Poi le riaprì e iniziò a sfiorarsi. A toccarsi con fervore. Si leccò due dita e le infilò nella fica calda. Per un attimo restò senza fiato. Era umida e cedevole. A penetrarla erano già state le sue parole. Quanto ti detesto, pensò.

venerdì 12 febbraio 2010

El testamento d'Amelia




La donna se ne stava al buio, seduta sul divano.I pensieri si rincorrevano per la stanza.
La giornata era stata lunga, a tratti estenuante. Scelse tra i suoi cd qualcosa da ascoltare.
Quella sera in suo aiuto giunse Segovia. Arrivò a sciogliere i minuti in quel chiaro-scuro,
dando vita a immagini che la facevano arrivare lontano grazie alle note della sua chitarra ,
al virtusiosmo delle sue mani che pizzicavano quelle corde.
Lei e la musica , erano una storia senza fine.
Musica come compagna fedele e sempre presente.
Era un buio opalino, quello. E in quel buio, Segovia diventava suo eterno drudo, suo amante appassionato. Dietro ad ogni nota, un’immagine che conosceva da tempo, ma che la visitava e ritornava ogni volta, durante quel pezzo.
El testamento d’Amelia di Llobet.
Le corde della chitarra, pizzicate. Poi note. Note come gemiti, come pianto.
Era di una dolcezza dilaniante. Di una straziante, ma mite, nostalgia.
E tutte le volte, quella donna tornava.
Ascoltando il pezzo di Llobet, lei vedeva nitidamente una donna, seduta sulla soglia della sua casa.
Era una donna Andalusa. Bella, alta, con i capelli neri e i fianchi morbidi.
Avvolgente. Materna. Con un vestito a fiori.Aveva il trucco un po’ sfatto e il rossetto rosso slabbrato.I capelli, neri e mossi, raccolti sulla nuca con forcine invisibili.
Ai piedi, indossava sandali legati alla caviglia. Aveva polpacci forti, maestosi , ambrati.
Il sole stava tramontando. E lei aveva l’aria triste.
Sedeva a terra con un velo di lacrime a coprire il vero colore dei suoi occhi.
Ma restavano negli occhi, quelle lacrime. Rimanevano due laghi luccicanti e non
conoscevano le sue calde guance.
Teneva in bilico, tra le belle labbra carnose, una sigaretta che si consumava lentamente.
Sedeva con il vestito leggermente alzato. Con le gambe un po’ schiuse.
Se ne stava seduta come una sgualdrina nel pieno di un tramonto.
Ma piangeva come una Madonna.
Tutta avvolta nella sua triste tristezza, che non era vero dolore ma che non era più melanconia.
Era tristezza. Di quella che ti toglie il fiato e i sogni.
Di quella che ti fa sentire tanto stupida per aver nutrito certe vane speranze.
La donna, seduta sul divano, conosceva quel tipo di tristezza.
E sapeva che non c’era modo di mandarla subito via.
Sapeva che per un po’ rimaneva cucita addosso.
Ma che la maniera migliore per placarla, era un abbraccio forte e sentito.
Allora sospirava e si stringeva sempre tra le braccia, quando ascoltava El testamento d’Amelia.
Chiudeva gli occhi e svelava ad Amelia, in un orecchio, quel’era il segreto.
Il calore di un abbraccio. Cerca il calore di un abbraccio vicino.