giovedì 28 ottobre 2010

Pelle amata dal sole


E’ quasi sera. L’aria è fresca e nel cielo c’è una luce grigiastra. Ma non pioverà. E’ tutto il giorno che il sole e le nuvole si rincorrono come bambini. Cécilia passeggia ai jardin du Luxembourg. E’ assorta nei suoi pensieri. Non sono pensieri pesanti o tristi, ma pensieri lievi, molto impalpabili. Che si alimentano dei visi e delle immagini che hanno accompagnato la giornata e ora stanno iniziando ad assaporare la pace della sera. Di quando una sera bella e leggermente fresca, viene silenziosa a posarsi sul pomeriggio e resta lì, ferma, ad aspettare la notte. Passeggia piano, Cécilia. Cammina lungo i viali di ippocastani. Sente l’odore dei fiori e l’aria pungente nei polmoni. Si ferma vicino alla fontaine de Medicis e osserva da lì il palazzo e il museo di Luxembourg.
Prende una sedia verde e si siede accanto alla fontana centrale del giardino. Apre la sua borsa. E’ piena zeppa di cose. Cerca di dare un certo ordine. Ma è difficile con tutto quello che si porta dietro nell’ultimo periodo. Non ha mai portato con sé cipria o rossetto, ma nella sua borsa non mancano mai una penna e un taccuino, caramelle alla menta e occhiali scuri, idratante per le labbra e i-pod.
Ha un brivido di freddo. Si abbottona la giacca.Alza il bavero. Stringe le spalle.
Il giardino è pieno di gente, ma silenzioso.
Un ragazzo ,poco più in là, legge. Un altro fa jogging. Una ragazza sorride dietro allo schermo del suo portatile. Un gruppo di giovani amici sono seduti a terra con una bottiglia di vino rosso e dei bicchieri. Sorridono, si raccontano. Sembrano felici insieme.
Li sta guardando, quando sente una mano sulla spalla. -Bonsoir madame.
Si volta e riconosce l’uomo che in mattinata ha incontrato al negozio di Boulinier.
- Bonsoir -, risponde sottovoce.
L’uomo le chiede come sta e se ha ascoltato il vinile che le aveva consigliato.
Si, Cécilia gli dice che l’ha ascoltato e che aveva ragione. Le era piaciuto molto. In effetti con la voce di Serge Gainsbourg non ci si poteva sbagliare. Quasi mai.
- E’ molto bello. L’ho ascoltato più volte. Il brano che preferisco è Je suis venu te dire .
Il testo è triste, ma ha un sottofondo allegro – gai – Mi dà l’idea che quando, in fondo, si è sereni e in pace con se stessi e si sa davvero cosa si vuole , si possono abbandonare cose e persone con il sorriso sulle labbra e negli occhi….anche se poi, fa male lo stesso.
L’uomo annuisce. Dice che è vero. Cécilia fa fatica a guardarlo negli occhi. Ha occhi grandi e scuri. Uno sguardo forte, sicuro di sé. Guarda i lineamenti del suo viso. La sua pelle. Quella pelle nera che a guardarla sembra vellutata e lucente. E poi le sue spalle. Ampie. Spalle forti d’uomo, pensa.
Lui le sta parlando di musica, ma lei non ascolta. Lei guarda soltanto la sua pelle. Ne è accecata. Pensa che quella pella sia amata dal sole. La voce dell’uomo è diventata un piacevole sottofondo, fino a quando stacca gli occhi dalle sue labbra e dalle sue spalle e riesce a guardarlo negli occhi. Occhi scuri e profondi.
Lui smette di parlare. Qualche secondo di silenzio. Accenna ad un sorriso.
- Qu’est-ce que c’est ?
Qualche secondo di silenzio.
- Rien. Rien….
L’uomo le prende la mano. La porta alle labbra e la bacia leggermente.


Camminano. Camminano insieme. Parlano poco. Solo brevi frasi, ma a sentirle sembrano musicali. A guardarli da fuori sembrano conoscersi da una vita, forse perché sanno gestire bene i silenzi. Invece si sono conosciuti quella mattina. A legarli, solo l’amore per un’artista francese e la voglia di ascoltare la sua musica. Passano per place de l’Odéon, attraversano boulevard Saint Germaine e imboccano rue Danton. A rue Danton 12, si fermano.
Jean-Paul prende le chiavi e apre il portone. Vive al terzo piano di quel palazzo ormai da dieci anni. Fa il medico. Ha madre francese e padre domenicano. Ama cucinare per gli amici e correre la domenica mattina quando la città dorme ancora e sembra essere avvolta da una bolla di salubre silenzio. Quando ha tempo si diverte a dipingere e non riesce a non cantare quando ascolta una canzone che ama. Ma tutte queste cose Cécilia ancora non le sa.
Le scoprirà dopo, con il tempo. Avec le temps .


Lui la fa entrare. Merci, dice lei con un fil di voce. Si siedono. Le offre da bere. La stanza è ampia. Le tende sono abbassate. Fuori, Parigi brulica di gente ed è bellissima come un’attrice d’altri tempi.
Ormai è sera. Un abat-jour è acceso nell’angolo a sinistra. C’è una scrivania accanto alla finistra e una grande libreria a muro. Cécilia si avvicina e scorge quache titolo. Prende un libro di poesie.Sono poesie di Apollinaire. Lo sfoglia. Legge qualche verso .Prende il bicchiere e beve lentamente. Si gira verso di lui. In modo naturale, lui si avvicina. La bacia e lei risponde a quel bacio. E’ ancora incantata da quelle labbra morbide e bellissime. Ci sono soffi di respiri tra quei baci. Sente il suo sapore. Le piace. Lo vuole ancora. Encore, dice . Lei lascia scendere la sue dita bianche lungo la sua pelle scura, lungo le pieghe del collo. – Sucre – E’ zucchero, pensa.
Per un attimo si vede da fuori.In un posto lontano, in una casa che non conosce, tra le braccia di un uomo bellissimo. Ma è un pensiero che dura poche secondi, nato e morto in quel momento. Perché, poi c’è solo lui, che la spinge leggermente contro la parete e le dice che gli piace molto,che ha qualcosa di particolare, che non sa dire. La stringe forte. Lei sente la sua erezione premerle contro. Lo immagina già mentre lo tocca da sopra i jeans. – Ti libero -, dice ridendo.


Nella penombra guardano i loro corpi intrecciati. Guardano le loro gambe tenute insieme dal desiderio, da un abbandono totale. Lui la tocca di continuo. L’accarezza senza posa. Nessuno l’aveva mai accarezzata tanto. E annusata tanto. Le annusa i capelli, la curva del collo. Le alza le braccia e le annusa le ascelle. L’annusa tra le cosce. Sorride e le descrive con malizia ogni suo odore. – Sei bellissimo -, lei dice. – La tua pelle è bellissima. E’ amata dal sole.
Lui ride imbarazzato, dicendo che non è vero.
- Tu est le plus bel homme que j’avais dans mes bras -, gli sussurra all’orecchio.
- Je ne crois pas.
- Est la vérité. Est la vérité.
Si tengono stretti, baciandosi le palpebre. Fanno l’amore a lungo come due amanti che non si vedono da mesi e che hanno una fame insaziabile uno dell’altra. E’ una fame che sorprende anche loro in quella stanza in penombra.


Quando si alza dal letto, cerca il lenzuolo per coprirsi. Ma lui lo tira via. La guarda e le carezza la schiena . – Zucchero di canna sulla sua schiena morbida – Le chiede cosa sta facendo. Le dice di non rivestirsi. Di non andare via. Lei resta ancora un po’. Gli chiede se può portare via quel libro di poesie che prima stava leggendo. Lui dice che può prendere tutto ciò che vuole.
- Ti vedrò ancora ? Sei così bella e dolce. Douce, belle et gentile.
- Peut être. Peut être.


Esce da quella casa al terzo piano di rue Danton 12. Si infila la giacca. Alza gli occhi verso quella finestra. Lui è là che la sta guardando. Le manda un bacio con la mano. Lei sorride, ricambia il bacio. Cammina nella notte appena giunta. Attraversa place St. Michel e s’incammina lungo la Senna. Si siede su una panchina a pont Royal. Prende il libro dalla borsa. Lo annusa. Risente l’odore della sua casa. Legge Apollinaire pensando alla sua pelle scura, amata dal sole.






L’amour est libre il n’est jamais soumis au sort
Oh Lou le mien est plus for encore que le mort
Un coeur le mien te suit dans ton voyage….

martedì 26 ottobre 2010

Cosa sono le nuvole

Che io possa esser dannato
se non ti amo
e se così non fosse
non capirei più niente
tutto il mio folle amore
lo soffia il cielo
lo soffia il cielo
così

ahh ma l'erba soavemente delicata
di un profumo che da gli spasimi
ahh tu non fossi mai nata
tutto il mio folle amore
lo soffia il cielo
lo soffia il cielo
così

il derubato che sorride
ruba qualcosa al ladro
ma il derubato che piange
ruba qualcosa a se stesso
perciò io vi dico
finché sorriderò
tu non sarai perduta

ma queste son parole
e non ho mai sentito
che un cuore, un cuore affranto
si cura con l’udito
e tutto il mio folle amore
lo soffia il cielo
lo soffia il cielo
così

domenica 24 ottobre 2010

Incontrami nel cuore


Porta con te
questo mio sguardo.
Tienilo impresso
nella memoria e
tiralo fuori
nelle notti più fredde.
Io so proteggerti.
So scaldarti.
Lo faccio da una vita.
Non lo sapevi, lo so.
Ma ora che te l’ho detto,
riempi le mie mani.
Carezzami le palpebre
Incontrami nel cuore.

venerdì 22 ottobre 2010

..... ....


Sia maledetto il giorno in cui ho visto la luce.
Ogni anno non è amore, ma lutto.

mercoledì 20 ottobre 2010

Di carne e di nuvole


La donna si guardò allo specchio. Si bagnò il viso e lo asciugò con cura. Aveva le labbra rosse e un segno sul collo, proprio sotto l’orecchio sinistro. Accarezzò quel segno e sorrise. Perché sapeva che era stata la bocca dell’uomo a lasciarglielo addosso. A lungo, si era nascosto tra le pieghe del suo collo. Cercando riparo, calore.
- Com’era il tuo sogno ?-, le chiese,- che ti spingevo contro la parete, ti baciavo e
ti toccavo tra le gambe ?!?!
- Si . -, disse la donna tra gli abbracci.
Allora l’uomo si staccò da lei per pochi secondi, la spinse con forza contro la parete bianca e si buttò sul suo corpo caldo. Le infilò la mano tra le cosce.Lei allacciò una gamba intorno al suo fianco e rispose ai quei baci e a quei morsi con respiro affannoso. Indossava ancora la blusa e gli slip, ma in un attimo l’uomo la spogliò. Si lasciarano andare sul letto morbido e l’uomo le entrò dentro. Fecero l’amore con intensità- la loro intensità- e la donna ogni volta restava sorpresa dalla curiosità e dal desiderio dell’uomo. La guardava di continuo.
Erano su un fianco, uno dentro l’altra.
- Stai comodo ? -, chiede lei.
- Si. Voglio stare così per guardare bene il tuo viso.
L’uomo le disse che aveva un viso bellissimo e che diventava ancora più bello nei momenti d’ammore. La donna sorrise e fece scivolare gli occhi lungo i loro corpi. Quello che vedeva era un fiume di pelle che si mischiava. Vedeva il suo seno sinistro , il petto e le spalle dell’uomo, le sue gambe aperte, il fianco destro dell’uomo , la sua pancia. Poi, l’uomo si sollevò , sollevò il busto tenendosi con le mani sul letto e entrambi fecero scivolare gli occhi lungo i loro corpi. E ora la donna vedeva la pancia dell’uomo e il suo sesso che le spariva dentro.
Lo guardavano incantati e eccitati, entrare e uscire.
- Ti mangio-, disse la donna.
- Si .-, disse l’uomo. – Si.
Poi si lasciò andare sul corpo della donna. Si strinsero, fondendosi. L’uomo spingeva forte dentro di lei. I cuori accellerati. I battiti forti alla base della gola. Di colpo, si fermarano. Come una quiete dopo una tempesta. E presero a baciarsi soltanto. Baci teneri.
E presero a parlarsi. Parole zuccherose.
La donna si alzò tra le carezze incessanti dell’uomo. E si girò. L’uomo le stava dietro, ora. E dentro. La donna si teneva con le mani sul letto, accoglieva i colpi dell’uomo. Ogni tanto girava il viso indietro, per guardarlo. Ansimava. Guardava i seni ballare. Le piaceva. Le piaceva molto essere presa così. Poi si alzò con le spalle e fece aderire la schiena al petto dell’uomo che continuava a muoversi dentro di lei. Lui l’afferrò con forza. E dentro quella forza sentiva dell’altro.Un mondo di sensazioni, troppo difficili da elencare. Aveva un braccio dell’uomo che le premeva sul seno e l’altro sulla pancia. E una scarica di colpi che l’uomo le fece arrivare anche nell’anima. La strinse forte dicendele che la voleva tanto. E poi le carezzo piano la pancia, con protezione, con lenimento sotto le mani morbide.
- Ti voglio tanto.
- Ti voglio tanto anch’io.
- Ma che mi fai tu, eh ?!?!?
La donna non rispose, sorrise soltanto restando ancorata in quell’abbraccio di carne e nuvole.
Dopo – nella penombra della stanza – l’uomo se ne stava sdraiato con gli occhi chiusi. La donna era ai piedi del letto, con la testa appoggiata sul braccio dell’uomo.
- Mi pensi ancora all’alba ? – gli chiese.
- Ti penso sempre. Alle sei di mattina, di tutte le mattine.
L’uomo disse che pensava alla casa in quel posto di mare, che pensava al loro letto.
- Il nostro letto -, ripetè la donna con dolcezza e stupore.
Era ancora lì, con la testa sul braccio dell’uomo. Gli baciò il braccio, gli leccò l’ascella e si strusciò con il viso sul suo petto, senza mai smettere di baciare la sua pelle.
Lui la strinse a sé, con gli occhi ancora chiusi.
- Il nostro letto. Il nostro letto -, disse l’uomo lasciandole un bacio lieve tra i capelli.

domenica 17 ottobre 2010

Diluente


La vicina del numero quattordici rideva oggi sulla porta
da dove un mese fa è uscito il funerale del figlio piccolo.
Rideva in modo naturale con l’anima nel volto.
D’accordo: è la vita.
Il dolore non dura perchè il dolore non dura.
D’accordo.
Ripeto: d’accordo.
Ma il mio cuore non è d’accordo.
Il mio cuore romantico fa delle sciarade con l’egoismo della vita.
Ecco la lezione, o anima di gente!
Se la madre dimentica il figlio che uscì da lei ed è morto,
chi si prenderà la briga di ricordarsi di me?

Sono solo al mondo, come un mattone rotto...
Posso morire come la rugiada si asciuga...
Per un’arte naturale della natura solare...
Posso morire per volontà dell’oblio,
posso morire come nessuno...
Ma questo duole,
questo è indecente per chi ha un cuore...
Questo...
Sì, questo mi rimane nella strozza come un sandwich alle lacrime...
Gloria? Amore? L’anelito di un’anima umana?
Apoteosi alla rovescia...
Datemi acqua minerale, che voglio dimenticare la Vita!...


Fernando Pessoa

giovedì 14 ottobre 2010

Toni Servillo e il suo Gorbaciof


A Napoli, ieri, pioveva a dirotto. Un pomeriggio di tuoni, lampi e acqua che non finiva più.
Sono arrivata alla feltrinelli zuppa dalla testa ai piedi. Sono scesa giu, nella sala dove si teneva l’incontro con Toni Servillo, Diego De Silva e Stefano Incerti, rispettivamente attore, sceneggiatore e regista del film “Gorbaciof “, in uscita proprio oggi nella sale. E’ un po’ che volevo vedere Toni Servillo,ero riuscita a beccare il fratello Peppe ( cantante degli Avion Travel) una volta in pizzeria ..ma lui non ancora. Finalmente ci sono riuscita.
E’ un attore straordinario e un uomo affascinante, ma non credevo tanto. Da vicino è un vero schianto. Non è altissimo. Indossava un completo scuro. Era elegante e si muoveva con gesti lenti. Aveva un’espressione seria, ma poi quando sorridere il viso gli si illuminava, con gli occhi vivi e le rughe del viso che si stendevano e lo rendevano ancora più interessante. Ha una una voce bellissima, intensa, che ha trasmesso calore in quella sala e ogni tanto tirava fuori dalla tasca un sigaro che rigirava nella mano.
Diego De Silva invece è simpatico, intelligente e ironico e l’ho “riconociuto “ nei libri che scrive.
Il regista Incerti è un bell’uomo, diretto e simpatico. Si è parlato della lavorazione del film, del fatto che non avrebbe mai potuto farlo senza quel grande attore come protagonista e gli era spiaciuto un po’ che il film a Venezia non fosse in concorso, altrimenti Servillo avrebbe potuto essere candidato come miglior attore alla coppa Volpi. Altri discorsi sul cinema italiano, sulla difficoltà di portarlo all’estero e sull’incapacità della massa di vedere un film diverso dai solito cinepanettoni.
Ha detto una cosa interessante, il regista.
“ Negli anni sessanta c’era più ignoranza in giro , eppure la gente andava a vedere film come La dolce vita . Oggi la cultura è di tutti, alla portata di tutti o almeno dovrebbe esserlo, eppure la gente non vuole dare attenzione, preferisce i film commerciali, veloci…”
La sala era gremita. L’incontro è stato breve, ma intenso.
Alla fine mi sono avvicinata e ho chiesto a De Silva se mi poteva firmare il suo ultimo libro.
- L’ho apprezzato molto, ho detto.
Ha sorriso e ha firmato con piacere, chidendomi come mi chiamassi. Il libro l’ho passato anche
al “ maestro “.
Due nomi su una stessa pagina, per ricordare un pomeriggo d’ottobre, piovoso, ma pieno di emozioni.

domenica 10 ottobre 2010

Fame famelica


L’uomo era in bagno. Stava facendo la doccia. La donna accese il televisore e ogni tanto dava un’occhiata alle notizie del tg. Si mise ad apparecchiare la tavola. Avevano comprato qualcosa di pronto. Non c’era nemmeno bisogno di riscaldarlo. La donna adagiò il cibo nei piatti e preparò del pane e una salsa rosa.
- Ho una fame ! -, disse l’uomo arrivando alle sue spalle.
Aveva i capelli bagnati, gli occhi lucidi e la pelle ancora umida dopo la doccia. Prese dal frigo l’acqua minerale per la donna e la birra per lui. Si sedettero a tavola. La donna si versò un bicchiere d’acqua. Lui le prese la mano e avvicinò il volto a quello della donna. E iniziò a baciarla intensamente. Un bacio intimo, bagnato, profondo, lunghissimo. Allora spinsero i piatti di lato e si alzarono in piedi. Si strinsero forte, senza mai smettere di donarsi la bocca.
- Ho tanta voglia di un aperitivo. –, disse l’uomo.
- Andiamo a letto ?
- Si, amore.
Stringendosi, arrivarono a piccoli passi, a ritroso, in camera da letto. L’uomo si spogliò e sfilò la maglietta e la biancheria che indossava la donna. Si lasciarano andare sulle lenzuola fresche e colorate. In un attimo, l’uomo le entrò dentro e furono una cosa sola. La donna avrebbe voluto raccontargli dell’emozione che sempre provava nel momento esatto in cui lui le entrava dentro. Ma non aveva le parole. Non c’erano parole per quel tipo di sensazione fisica e interiore. Era come una leggera invasione . Come una perdita momentanea dell’aria. Come un volo e un vedere anche attraverso gli occhi dell’altro. Era un abbandono totale della realtà circostante ed un vivere – per un certo momento – anche con gli occhi, il corpo, le percezioni di un altro. Una cosa così. Molto difficile da dire. E infatti la donna non disse, ma lo fece sentire. Con gli occhi, le dita e l’anima tutta. L’uomo era pieno di desiderio, quella sera. Pieno di fame famelica , che la donna non vedeva sul suo viso da un po’ di tempo.
- Guarda -, disse l’uomo.
La donna voltò la testa a destra e vide i loro corpi diventati uno, riflessi nello specchio dell’armadio. L’uomo, sopra di lei, si teneva con le mani sul letto. Lei con le gambe strette intorno a lui, con i fianchi e i seni che ballavano ad ogni spinta.
- Che bello -, sospirò la donna.
L’uomo la fece girare. Si misero su un fianco e girarono ancora la testa verso lo specchio. L’uomo toccò il sedere della donna, lo carezzò piano e poi prese le natiche con mano ferma, forte, come a schiuderle, per guardare, scorgere nello specchio il punto esatto in cui si univano. Erano eccitati. Descrivevano quello che vedevano e non smettevano di leccarsi, di unirsi anche con le labbra. Poi si lasciarono andare. L’uomo seppellì il viso sul petto della donna. E poi sul collo. E tra i capelli. La donna lo cingeva con le braccia e con le gambe.
- Stringimi così. Stringimi forte. -, disse l’uomo.
Le piaceva sentirlo così. Tenero e con la voglia di perdersi tra le sue braccia. La donna non trattenne il respiro e il piacere. Gridò, improvvisamente piccola e senza difese sulla pelle dell’uomo.
Occhi negli occhi. E baci lievi come petali perduti.
Tornarono di là, alla cena che li attendeva. La donna rimise la t-shirt, l’uomo invece sedeva nudo. Mangiarono di gusto, dividendo i sapori e descrivendone il gusto. Poi, colmi di cibo e piacere, si lasciarono andare sul divano, stretti alla luce del televisore. La donna stava con la testa sul petto dell’uomo, la parte di lui che amava di più. Amava strusciarsi sui suoi peli morbidi, accarezzargli i capezzoli, le braccia, la pancia, seguire con i polpastrelli la forma tonda dell’ombelico.
Anche quando si svegliava all’alba, il petto era la prima cosa che cercava di lui. Era come trovare un porto sicuro nel chiaro-scuro di un nuovo giorno. E lasciava sempre lì il suo capo. Sempre lì, sul petto dell’uomo. Era una sorta di pretezione, un riparo. Era un nascondersi, senza sparire.
- Ti va il gelato che ho comprato prima ? -, chiese l’uomo.
- Si, da morire.
Era una goduria di panna, caramello e noci, o qualcosa del genere. Un gelato buono così non lo aveva mai mangiato.
- Ti toccherà togliermelo davanti, altrimenti lo finisco tutto -, disse lei ridendo.
Se ne stava seduta sulla sedia, ora, accanto al tavolo. L’uomo andò in cucina a prendere un tovagliolo. Gielo portò . Era in piedi, nudo, vicino a lei. Il sesso proprio davanti al viso della donna.
Lei lo guardò e gli disse che aveva tanta voglia di fare una cosa. L’uomo le carezzò la testa e disse che forse aveva capito come intendeva fare.
La donna prese del gelato e glielo passò sulla cappella. L’uomo rabbrividì.
- E’ molto freddo ?
- Non tantissimo. Per fortuna, si è un po’ sciolto.
La donna sorrise e inziò a leccarlo. Il sapore del gelato misto a quello di una pelle bellissima. Ne mise ancora e si divertì a rincorrere il fresco della crema, tra le pieghe delle pelle calda e liscia.
L’uomo la guardava con occhi che gli brillavano.
- Ancora -, disse.
E lei continuò ancora, fino a quando lui non ne potè più e la spinse sul divano.
Stretti alla luce del televisore.
E allora ritornò , per la donna, quell’emozione che non aveva nome. Quella leggera invasione.
Come una perdita momentanea dell’aria. Come un volo e un vedere attraverso gli occhi di un altro.
Tornò quell’abbandono. Come una resa salvifica dopo una tempesta di brividi .
E di odorosi lapilli rossi.

venerdì 1 ottobre 2010

Omicida


In una tazza bollente
uccido
la tua mancanza.

Non potevo continuare così.

Al mattino mi svegliava
all’alba.
Avevo bisogno di sonno,
di cura, di lenimento.
Oggi l’ho uccisa,
per sempre.

Così l’ho ucciso,
dirò agli inquirenti.
L’ho ucciso col calore
di un caffè e con la rabbia
di un tempo e di un amore non voluto.

Scriverò sulla mia agenda
questa data e affianco disegnerò
un sole luminoso, per ricordarmi
della libertà ritrovata e dei fiori
da portare al cimitero.
Là dove hanno seppellito il mio cuore.