lunedì 30 maggio 2011

Paris, ma belle


Il y a le soleil. Si, c’è un bel sole. Il cielo è terso, l’aria è fresca. Mi vesto e scendo giù. Faccio colazione con un pessimo caffè e un ottimo pain au chocolat. Cammino. Arrivo alla Gare de Montparnasse. Prendo un treno che in venti minuti mi porta a Versailles.

Le chateaux è immenso. Bellissimo. Maestoso. Più di tutto mi piace il Grand Trianon e Le Demaine de Marie-Antoinette. Mi piacciono i viali, i giardini, le fontane. Da bambina sognavo Versailles guardando Lady Oscar. Ci arrivava subito, lei.A cavallo. Io ci ho messo un po’ di anni, ma alla fine ci sono arrivata.

Il Marais è delizioso. Pieno di negozi, di cibo esposto, di specialità del luogo. I francesi in questo sono magnifici. Anche un piccolo marchè, non sembra un banale supermercato. Hanno un modo unico di esporre il cibo. Infatti non restito e a rue Saint Antoine entro in una patisserie- boulangerie.
Entro da “Aux désirs de Manon “. La vetrina ha dolci stupendi.
- Bonjour
- Bonjour Madame
- Un éclair, s’il vous plaît
- Bie sur…au chocolat ?
- No, au pistache…
- Voilà..
- Merci..Au revoir..
Quello che ho comprato è un dolce che a Napoli si chiama “ Sciù “. Ma al pistacchio non l’avevo mai visto. Mi siedo . E’ squisito. Le mie papille gustative vorrebbero ringraziare le patissier !
Riprendo il cammino. Arrivo a plase de Voges. Mi fermo nel parco e quando mi alzo è per attraversare la strada e andare alla Maison de Victor Hugo.

Ecco, mi sono persa. Mi sono persa a Chatelet. Troppe linee metropolitane. Guardo il cartellone cercando di capire. D’improvviso sento una voce alle mie spalle. E’ un uomo di mezz’età.
- Bonjour madame.. Je peux vous aider?
- Bonjour..oui. Je dois aller à Père Lachaise…
- Oh ! Oui..Père Lachaise. Il faut changer…
Mi spiega tutto. Mi accompagna alla linea numero 4 e mi dice che dopo devo cambiare ancora linea di metrò. Lo ringrazio vivamente e gli auguro buona giornata. Mi sorride. Ricambio il sorriso.

Arrivo a Père Lachaise. Il cimitero è enorme e trovare le tombe di chi cerco non è facile. Ho scelto l’entrata più lontana dalla zona che mi interessa. Mi perdo. Mi perdo di nuovo e intorno solo tombe. Mi sento come Carlo Verdone, quando con Sora Lella, in una mitica scena di un film cercano una tomba che alla fine non trovano. Io ci metto un’ora e mezza per trovare la tomba di Apollinaire. Il mio poeta preferito in assoluto. Non ho fiori , né bigliettini da lasciare . Stringo tra le mani un libro del 1922 in lingua originale che ho comprato ieri sera. Leggo qualcosa. Versi, in fil di voce.
Il mio verso preferito “ je voudrais que tu sois mon coeur pour te sentir toujours en moi “
Vorrei che tu fossi il mio cuore per sentirti sempre dentro di me.

La tomba di Jim Morrison è recintata, sembra abbandonata. Lì si accalcano ragazzi di ogni nazionalità. Fumano e bevono birra. La tomba più colorata e coccolata è quella di Oscar Wilde.
Ci sono scritte colorate lasciate in ogni lingua del mondo. Un’altra ora mi serve per trovare la tomba della Divina , di Maria Callas. La sua tomba si trova in una zona a parte. Tra quelli che hanno scelto di essere cremati. Mi ci accompagna un custode. Una tomba così piccola, per una donna così grande.


Lei gira ogni sera, fino a quando cala la notte. Gira per il quartiere latino e per boulevard St Michel. Finge di gettare qualcosa nel contenitore dei rifiuti. In realtà, invece è lei a prendere qualcosa da quel contenitore. Cerca cibo, ogni sera. Lo fa con discrezione, senza chiedere nulla. Avrà poco più di vent’anni. È biondina, esile. A guardarla non si direbbe che non può permettersi di mangiare. Di comprare. Di vivere. In fondo , penso, nessuno si può permettere di vivere per davvero a questo mondo. Nessuno o quasi, mi sono detta. Continua a camminare per Saint Germaine. Continua a cercare. Elle cherche quelque chose à manger.

Voilà! Il fischio ! E’ ora di chiusura per i giardini di Luxembourg. Sono le nove di sera e qui c’è il sole. Sono sdraiata su una sedia al bordo della fontana centrale. Ancora il fischio , ma tutti si alzano a rallentatore. Nessuno vuole lasciare il giardino. I francesi hanno un estremo rispetto e amore per il verde, per i parchi. Sono come casa loro. Leggono, mangiano, chiacchierano, dormono. Ecco, questa oggi è anche casa mia. E l’amo e la rispetto. Viens, donc. viens chez moi…

Tutte le mattine Daniel aspetta le 8:30. L’orario in cui apre Monoprix. Entra e saluta i dipendenti. Ormai si conoscono bene. Prende qualcosa da mangiare e lo scalda nel microondee poi si prepara il caffè. Così, tutti i giorni. In fondo, questo è il suo posto. Dorme e chiede l’elemosina davanti a Monoprix, in boulevard St Michel à Paris. E’ il suo posto.

Seduta da Starbucks coffee. Sono riuscita a bere un espresso macchiato “ decente “. Oggi c’è vento. Sono seduta vicino alla vetrina. Vedo la gente camminare, le foglie frusciare al vento, le auto, insomma un pezzo di Parigi. Accanto a me c’è una ragazza asiatica. Beve, manda messaggi, mangia una ciambella, ascolta musica, riesce a fare tutto insieme, contemporaneamente. Io ho preso solo il caffè, letto il giornale e scritto queste poche righe. Faccio una cosa per volta, io.

E’ la mia ultima sera a Paris. Già L’ultima ! So che mi mancherà da morire. E mi chiedo se avrò modo di ritornarci. Io vivo ogni cosa come se fosse l’ultima ed è per questo che stasera i miei occhi si poseranno su ogni pietra, ogni viso, ogni sguardo di questa città. E poi stasera penso al niño
bueno. Non faccio altro che pensare a lui. Al suo amore per Parigi.
Lo stesso amore che provo io. E al suo amore per la niña mala, qualcosa che posso conoscere solo in parte.

L’uomo si ferma d’improvviso tra la folla, in mezzo alla strada. Il quartiere latino pullula di gente, ma lui incurante si ferma. Carezza il viso della donna. La stringe a sé e la bacia a lungo, con passione. Avranno più o meno settant’anni. E lui guarda sua moglie con amore. E non c’è nulla di più bello di un uomo quando una guarda una donna in quel modo lì. Ed ancora più bello quando succede tra due persone che hanno passato già un’intera vita insieme. Credo sia questa cosa qui, questa cosa che ho visto proprio ora, quella che tutti desideriamo ardentemente.
Ma la conoscono in pochi. E quei pochi sono chiamati eletti.

Mon Dieu ! la metro non arriva. Qui di solito è puntuale, ma in direzione San Remy, ora non arriva. Guardo l’orologio, il check in si apre tra cinque minuti e chiuderà tra un’ora e mezza e io sono alla fermata di Luxembourg. Mi avvicino a un ragazzo, chiedo informazioni. Grazie a Dio mi capisce nel mio francese naif e traballante. Insieme leggiamo le informazioni sul display. C’è un rallentamento, un guasto, dei problemi insomma. Esco fuori. Deve prendere un taxi e se c’è traffico rischio di perdere l’aereo. Ho un po’ d’ansia. Attraverso la rue con una valigia pesantissima ( ho comprato non so quanta roba )e uno zaino in spalla . Mi lamento, imprenco perché tutti i taxi che passano sono occupati. Un ragazzo mi si avvicina e mi parla in italiano con un delizioso accento francese. E’ carino da morire ( ma a questo ci penso dopo…ma cavolo non lo potevo incontrare prima !?!??!).
- Guarda , lì c’è la stazione dei taxi. Attraversa la strada con me.
- Grazie. C’è un guasto alla metrò. Je dois prendre l’avion …J'ai peur de rater l'avion.
( Lui mi parla in italiano e io rispondo in francese, penso. Ma chi me lo fa fare di faticare ora parlo in italiano anche io ! )
- Ah ! accidenti ! Ma a che ora è l’aereo ?
( Dio !!!! Che RRRRR bellissima che pronuncia …è da mangiare quella R !)
- Alle 17.00.
- Che aeroporto ?
- Orly sud.
- Tranquilla, ci vuole poco più di mezz’ora e poi oggi non c’è traffico.
- Davvero ? mezz’ora ?
- Si…
- Merci beaucoup !Tu est très joli et gentil ! Ciao…
- Ciao…
Sorride. Sorrido.
Finalmente acchiappo un taxi. Il conducente è giapponese. Gli dico in francese che ho molta fretta e che ho un aereo da prendere.
- Vite, s’il vous plaît !
- Oui madame…
In mezz’ora circa mi porta all’orly sud. Lo ringrazio di cuore. Arrivo lì lì per fare il check in.
Io credo sia stato il cuore. Il mio cuore non voleva lasciare Parigi. E il cuore si sa, può tutto. Figurati se non può creare problemi tecnici a una stazione di metrò.
Ora sono in aereo. Parigi non si vede più. Ci sono sole le nuvole e il cielo.
Ho gli occhi lucidi. À bientot, j’éspere. Au revoir ma belle.

venerdì 13 maggio 2011

In cerca di una parola


Avrei bisogno di una parola.
Una sola.
Ma quando la bramo con
tutta me stessa, non arriva.
Credevo di averla
sfiorata,
stretta a me.
Ma mi sono sbagliata
anche stavolta.
Giro le spalle e
me ne vado col vento.
Raccolgo le mie povere cose,
in silenzio. Ne faccio
bivacco
e mi riposo.
Perché le attese stancano
da morire.
E lacerano le membra.
Gli occhi. Il cuore.

domenica 8 maggio 2011

Mamm'Emilia


In te sono stato albume, uovo, pesce,
le ere sconfinate della terra
ho attraversato nella tua placenta,
fuori di te sono contato a giorni.

In te sono passato da cellula a scheletro
un milione di volte mi sono ingrandito,
fuori di te l’accrescimento è stato immensamente meno.

Sono sgusciato dalla tua pienezza
senza lasciarti vuota perché il vuoto
l’ho portato con me.

Sono venuto nudo, mi hai coperto
così ho imparato nudità e pudore
il latte e la sua assenza.

Mi hai messo in bocca tutte le parole
a cucchiaini, tranne una: mamma.
Quella l’inventa il figlio sbattendo le due labbra
quella l’insegna il figlio.

Da te ho preso le voci del mio luogo,
le canzoni, le ingiurie, gli scongiuri,
da te ho ascoltato il primo libro
dietro la febbre della scarlattina.

Ti ho dato aiuto a vomitare, a friggere le pizze,
a scrivere una lettera, ad accendere un fuoco,
a finire le parole crociate, ti ho versato il vino
e ho macchiato la tavola,
non ti ho messo un nipote sulle gambe
non ti ho fatto bussare a una prigione
non ancora,
da te ho imparato il lutto e l’ora di finirlo,
a tuo padre somiglio, a tuo fratello,
non sono stato figlio.
Da te ho preso gli occhi chiari
Non il loro peso
A te ho nascosto tutto.

Ho promesso di bruciare il tuo corpo
di non darlo alla terra. Ti darò al fuoco
fratello vulcano che ci orientava il sonno.

Ti spargerò nell’aria dopo l’acquazzone
all’ora dell’arcobaleno
che ti faceva spalancare gli occhi.


Erri De Luca

lunedì 2 maggio 2011

Scese le scale lentamente


Scese le scale lentamente. Gradino dopo gradino, si accorse del singolare silenzio che si udiva intorno. Un silenzio underground , invece della solita confusione. Quella mattina Roma era bellissima, o almeno così le era sembrato. La metrò arrivò dopo pochi minuti. Era affollata . Si fece strada tra la gente e riuscì a trovare un posto. Se ne stava seduta in silenzio, con gli occhi nascosti dietro a occhiali da sole. Faceva caldo. La gente intorno non faceva altro che chiacchierare. Lei aveva l’aria confusa e le labbra rosse per i baci che lui le aveva dato. Le aveva morse , assaggiate. Erano rosse e gonfie e vive di lui. Sentiva addosso il suo odore. L’odore di quella pelle desiderata.
E in bocca quel sapore dolce, che ancora a lungo sarebbe rimasto lì, mischiato tra le labbra.
Per un attimo, chiuse gli occhi e lo rivide nudo premerle contro, venirle dentro. Il sesso ancora che le pulsava. Un brivido che attraversò la schiena, anche se faceva caldo. Quel brivido era quel nome pronunciato e il ricordo di poco prima. Per un momento ebbe un pensiero stupido. Si chiese se gli altri, intorno, potevano intuire cosa aveva fatto fino a poco prima. Se potevano leggerle addosso i segni d’amore che sentiva impressi sulla carne, nella pancia, sul viso. Potevano vederli ? Perché lei ne era fiera. Era felice di quei segni che almeno per qualche ora avrebbe sentito addosso, lievi e pesanti, come un trofeo. Anche se non c’era stata nessuna vittoria. Non esisteva vanto o gloria. Lei non conosceva nessun tipo di affermazione. Il trionfo regnava solo sotto la pelle, sotto la lingua,in fondo agli occhi, stretto fra le braccia e perso tra le gambe. Desiderava tornare indietro, e rivivere quei momenti, ma sapeva che lui era già lontano. Forse aveva già dimenticato. Quando rialzò gli occhi, vide che era arrivata. Si alzò di scatto, piccola, confusa. Si sentiva sempre piccola, dopo. Una donna durante l’amore. Una bambina, dopo aver usato tutti i sensi.. Forse è questa sensazione femminile che gli uomini non comprendono, pensò. Fece le scale in fretta. Fuori dall’underground c’era un sole caldo e un cielo blu cobalto. Attraversò piazza Barberini e poi via del Trione. Rivide di nuovo Roma magnifica, come se la vedesse per la prima volta. Si tolse la giacca e la appoggiò sul braccio destro. Passeggiò fino alla fontana di Trevi con la meraviglia appiccicata addosso e con un caldo sfavillante che preannunciava un insolito autunno.