martedì 20 novembre 2012

Hai il cuore di una donna, sarai un uomo migliore


Un cielo grigio,ieri, su Napoli e una pioggerella sottile a incorniciare un pomeriggio indimenticabile. Cammino a passo spedito, non mi va di aprire l’ombrello. Percorro via Crispi in pochi minuti e mi fermo al numero 86, all’istituto francese. Entro e sulle scale intravedo giù qualcuno del gruppo su Facebook. Qualcuno già lo conosco, altri li conoscerò con immenso piacere durante la serata. Sono in largo anticipo, ma ormai conosco le abitudini di Erri. E anche stavolta non si smentisce, arriva in anticipo . Si ferma a chiacchierare , a fare foto e a firmare copie con noi lettori. Gli presto la penna per firmare copie, ed è una penna a cui tengo e con piacere noterò , tempo dopo, che se l’è tenuta in tasca, che anche oggi magari è nelle sue mani e ci scriverà qualcosa.
Erri De Luca, questo pomeriggio è qui per presentare il suo cortometraggio “ Il turno di notte lo fanno le stelle “ , interpretato da Enrico lo Verso e diretto da Edoardo Ponti. Entrambi partecipano all’evento. E si aggiunge anche la grande Isa Danieli, per leggere alcune pagine dell’ultimo
libro di Erri.
Si comincia in orario, alle 18, perché Erri è un napoletano “ svizzero”.
Siedo in prima fila. Qualche posto più in là c’è Fiorenza , la sorella di Erri e Isa Danieli.
Ed è subito lei a salire sul palco. Erri le tiene il microfono e alla sua maniera – una maniera magistrale- legge il secondo atto della commedia “ La doppia vita dei numeri “.
Ascoltarla è un piacere. Gli applausi per lei sono profondi. E sentiti.
Poi, il buio in sala. Erri si siede a terra a gambe incrociate. La proiezione ha inizio.
Il cortometraggio dura circa 25 minuti , con una citazione iniziale di un verso del poeta Izet Sarajlic, che non può non entrarmi dentro per la bellezza e la semplicità.
Quei 25 minuti mi sono sembrati un soffio, una piuma, qualcosa di assolutamente leggero, ma fortemente tangibile. Avevo sentito e letto critiche non propriamente entusiaste di questo cortometraggio, critiche che non condivido affatto. Io l’ho trovato bellissimo.
Semplicemente bellissimo. Scritto, diretto e interpretato magnificamente.
Insomma, un piccolo cadeaux. Un pétit bijoux.
(Tanto per citare la lingua che amo profondamente e che in questo pomeriggio
sento parlare intorno a me.)
Ne “ Il turno di notte lo fanno lo stelle”, un uomo e di una donna si incontrano per scalare una parete in montagna. Hanno superato un momento difficile in ospedale, mesi prima. E quella della scalata è una promessa e , insieme, una piccola rivincita. All’uomo è stato trapiantato il cuore di una giovane donna, che in qualche modo lui sente “madre “, perché ha ricevuto la vita una seconda volta. Ed è qui che arriva la frase più bella che ha sottolineato anche Edoardo Ponti:
“ Hai il cuore di una donna, sarai un uomo migliore “
Quando si riaccendono le luci , Erri risale sul palco con Enrico e Edoardo.
E sono parole, risposte alle domande che arrivano in sale. Ce ne sono varie, alcune banali ( perdonnez-moi ), ma tra le tante parole, ritorna il ricordo di Izet Sarajlic , poeta di Saraievo che ora dovrò assolutamente leggere, perché come non si può non leggere uno che nel 2000 scrive una lettera ad un amico ( Erri De Luca ) e scrive il giorno , il mese e l’anno, ma quell’anno 2000 lo scrive “ 1999+1 “ ? Impossibile, lo si deve leggere.
Erri ricorda che durante la guerra per sopravvivere al freddo, Sarajlic fu costretto a bruciare i libri della sua biblioteca, si salvarono solo i libri di poesie perché la guerra finì prima.
E mi fa pensare una cosa alla quale non avevo pensato. I libri sono indistruttibili.
In un incendio sono bruciacchiati, ma restano compatti.
E in acqua, non affondano, ma galleggiano.
I libri sono indistruttibili, perché figli del legno.
I tuoi, Erri, lo sono più di tutti, mi sono detta sottovoce.

venerdì 9 novembre 2012

Promesso




Ogni volta che la donna era triste pensava a un luogo in particolare. E a certe mattine fresche d’agosto. Quando alzatasi di buon ora, scendeva le scale, apriva il cancello e attraversava la piccola J. J. Rousseau . Camminava a passo spedito. Girava a destra e percorreva rue Saint Honoré, passava davanti al consiglio di Stato per poi arrivare a Palais Royal.
Ed era lì che trovava la sua pace. Si sedeva nel giardino, su una sedia, al sole.
Si sedeva anche se piovigginava. In mezzo a quel verde,a quei fiori, si sentiva al sicuro.
Ora, a distanza di mesi, quando sentiva arrivare la malinconia o il dolore o altre robe, chiudeva gli occhi e sognava di trovarsi in quel giardino. Respirava lentamente e se si concentrava,riusciva a vedere nitidamente quei colori. Riusciva a sentire il rumore impercettibile, ma costante, dell’acqua della fontana centrale. Sentiva il vento sul viso che portava con sé qualche goccia d’acqua che le bagnava la pelle. Sentiva l’odore. L’odore della vita.
E della gioia,che in quella parte d’Europa, aveva vissuto.
Un giorno avrebbe rifatto quelle strade, lo giurò a se stessa.
Ora poteva solo aprire gli occhi, lasciare quella gioia e rituffarsi nella vita di tutti i giorni.
Ogni cosa, ritorna. Promesso.

mercoledì 31 ottobre 2012

Gettando via la sveglia





Mio padre diceva sempre “presto a letto e
presto alzato fanno un uomo sano, ricco
e fortunato “.

Luci spente alle 8 in casa nostra
ed eravamo in piedi all’alba con il profumo del caffè
della pancetta abbrustolita e delle uova
strapazzate.

Mio padre ha seguito questa routine di base
per tutta la vita ed è morto giovane, spiantato
e,penso, non tanto
fortunato.

Tenendo a mente questo, ho rifiutato il suo
consiglio che è
diventato , per me, tardi a letto e tardi alzato.

Ora, non sto dicendo che ho conquistato
il mondo ma ho evitato
un numero infinito di ingorghi mattutini
ho scansato insidie quotidiane
e ho incontrato qualche persona strana,
meravigliosa.

Tra questi
il sottoscritto – uno che mio padre
non ha mai
conosciuto.

( C. Bukowski )

mercoledì 24 ottobre 2012

Con febbre




Piccola piccola in quel letto.
Piccola tra quelle braccia,
su quel petto.
Ogni centimetro di pelle
rivelava un nuovo segreto.
Più bello,più prezioso di prima.
Bere, mangiare a letto, nudi.
Baciarsi per ore.
Quasi in silenzio. Rifare l’amore.
Stringersi fino all’inverosimile.
Fare un bagno caldo.
Camminare con il corpo ancora umido.
Ballare in mezzo alla stanza.
Guardarsi nudi , allo specchio,
uno accanto all’altra.
E poi stretti. E poi fusi.
Condividere appieno l’intimità,
senza pudori.
Solo con febbre.
Stelle.
Porpora,
Cielo.
Mare.
Con fuoco.
Con lingue impazzite.
Con poesia.
Con disperata festosità.
E prezioso conforto.

mercoledì 17 ottobre 2012

Arida




Un tempo la donna scriveva di getto. Scriveva pagine copiose che venivano fuori leggere e estemporanee. Era una cosa che la faceva sentire felice, scrivere. Ora invece era diventato difficile.
Le parole le si fermavano in gola e rimaneva in silenzio, anche davanti a un foglio bianco.
Avrebbe voluto dar corpo ai suoi pensieri, ai tanti personaggi che popolavano le sua mente.
Ma niente. Era diventata arida, senza cuore. Le emozioni non passavano più attraverso la pelle.
Le emozioni le aveva lasciate in un posto lontano dal corpo e dal cuore.
Rimanevano in esilio, senza di lei.
Ne soffriva. Soffriva tanto, perché improvviso non si sentiva più viva.
Sentiva solo questa soffocante solitudine. E questo silenzio improduttivo.
Girava in casa, da sola, per ore. Metteva apposto, cucinava,si provava dei vestiti.
Girava in casa, da sola, per ore. Pensando a tutto e a niente.
Aspettando la sera senza meraviglia. E poi la notte, che frettolosa , sarebbe svanita.

giovedì 11 ottobre 2012

Stenditoi


Non patire d’insonnia, piuttosto vieni
e conosci la terrazza di casa mia.
sali senza paura. Godi.
Cerca gatti grigi accarezzali.
Avvilùppati in qualche ragnatela.
Orina nelle bottiglie polverose.
Scopri stenditoi odorosi,
appèndivi desideri come lenzuola.
Coccola il reggiseno,
palpane i fondi con fervore suicida,
scova nelle tasche di gonne e camicette.
Sorridi, grida, trema.
Trova la luna tra le calze nere
E quando sarai assetato
Bevi il mare delle mie mutandine.


( Lucia Rivadeneyra)

mercoledì 3 ottobre 2012

In treno




La donna era in treno. Guardava fuori dal finestrino il mondo correre veloce. E anche tutto il resto stava correndo veloce. Capì, in quell'attimo preciso, che le loro vite non sarebbero state più le stesse. Da sempre erano state così unite. Non sorelle. Ma un'unica persone. Eppure in quei giorni si era sentita immensamente tradita. Non riusciva più a parlarle come prima. Le loro vite sarebbero cambiate, sarebbero state divise, in un preciso punto, da una terza persona. Nulla, sarebbe più stato come prima.
le si velerano gli occhi, sotto gli occhiali scuri.
Era molto tempo, che non si sentiva così sola.

martedì 25 settembre 2012

Io e te


Io e te scaraventati dall'amore in una stanza,
mentre tutto intorno è pioggia, pioggia, pioggia e Francia...
( Paolo Conte )

giovedì 20 settembre 2012

La cosa migliore




Gli indicai gli alberi del Luxembourg:
carichi di foglie, straripavano oltre le inferriate del giardino
e risplendevano mobili sotto il cielo nuvoloso. Non era la cosa migliore
che potesse succedere a una persona?
Vivere, come nel verso di Valleji, fra
les frondos castanos de Paris?

( M. Vargas Llosa)

domenica 16 settembre 2012

Paris


E’ la mia ultima notte qui, nello studio di Philippe. Sono seduta ala finestra, guardo il cielo e i tetti di Parigi. La luce della finestra di fronte, è accesa. I ragazzi stanno guardando la televisione. Due appartamenti più in là, sento suonare musica jazz. E la tipa di fianco, parla al telefono come sempre.
La vita scorre, non fa altro. Non sa far altro che andare avanti, anche quando ci sentiamo stanchi. Anche quando ci sembra che tutto sia fermo.
Se punto lo sguardo più su, vedo le finestre delle mansarde del palazzo a destra. C’è vento e le piantine sul davanzale si muovono. Fa freddino anche se sono dentro al caldo.
Questo posto nel bene e nel male mi resterà dentro. Anche con i suoi difetti.
E’ la mia ultima notte stellata.
Plein d’étoiles.

Sono all’aeroporto. L’orly sud. Sono arrivata in largo anticipo, perché ancora ricordo l’anno scorso quando stavo per perdere l’aereo. Il mio aereo dovrebbe partire alle 12:30. Mi sono svegliata presto. Doccia veloce. Poi sono scesa giù per la mia ultima petite déjourner francese. Non potevo partire senza assaggiare l’ultima volta la briosche au sucre . Poi sono salita su, allo studio di Philippe, che ora, a quanto mi ha detto , dovrà subire lavori di ristrutturazione, quindi per un po’ non sarà di nessun altro. Ho messo lo zaino in spalla e imbracciato la valigia pesantissima. Ho lasciato le chiavi sul tavolo, accanto al guest-book di Philippe, dove non ho mancato di scrivere. Ho lasciato l’indirizzo di casa che mi aveva chiesto. Ho guardato quella stanza per l’ultima volta. E mi ha fatto uno strano effetto. Come un’improvvisa mancanza. Come se stessi dicendo addio per sempre a qualcosa. E in effetti è stato proprio così. Ho preso l’ascensore. Ho aperto il cancello.
La strada era semideserta. L’aria fresca di un ultimo mattino parigino.
E’ questo che mi porto nel cuore, che a scrivere queste parole, mi balza forte nel petto.




sabato 15 settembre 2012

Paris

Richard arriva puntuale. Facciamo una promenade e chiacchieriamo. Lui conosce qualche parola d’italiano. E me le dice quasi tutte. Io dico quelle che mi piacciono più in francese e siamo apposto.
Mi chiede tutto quello che ho visto da quando sono qui. E gli dico che l’orangerie mi ha lasciato davvero senza fiato. Faccio parecchi errori, ma è gentile e non li corregge.
Non è bello Richard, ma è molto affascinante.
E’ un insegnante e ha quarant’anni. Quello che mi piace di lui sono le spalle.
Sono belle, ampie ma non troppo. E’ magro, ma atletico e i vestiti fasciano il suo corpo, in modo naturale. In un modo bello, che non puoi non apprezzare.
- Qu'est-ce que tu prends à manger ? -, mi domanda.
- Je ne sais pas…
Alla fine mangiamo insalata e un assiette di formaggio.
Stasera evito di bere vino e quando arriva la mousse di canard, arriccio il naso.
Riassaggio e cerco di non sputare. Terribile .
Dico che per me è davvero immangiabile. Sorride e mi fa
- Tu voudrais une pizza ?
- Eh eh eh La prochaine fois !
Mi versa da bere e mi accarezza il naso. Touchè.

Ho camminato tanto, così tanto che ho distrutto un paio di sandali di cuoio che adoravo. E mi tocca passare gli ultimi giorni con le scarpe da tennis ai piedi. Oggi ho iniziato a mettere le prime cose in valigia. Sono piene zeppe a causa dello shopping che nell’arco dei giorni è continuato eccome.
Anche lo zaino è diventato una palla. Farò una bella fatica. Le nuvole si alternano al sole, in questo caldo pomeriggio. Avrei voluto scrivere di più e meglio. Ma a sera ero così stanca, che non sono riuscita a scrivere quello che avrei voluto, quello che avevo davvero in testa. Molti posti , molte facce, molte parole sono rimaste fuori da queste pagine. E’ stata un’esperienza unica e credo irripetibile nella mia vita. Di casa mi mancano poche cose. Mi manca il potermi esprimere davvero, questo sì.

Richard mi bacia. Appena appena. Rispondo al bacio e sorrido. Poi gli levo gli occhiali e lo bacio a lungo e con passione. Gli accarezzo i capelli morbidi che lui lascia un pochino lunghi. Gli lecco e gli mordo le labbra mentre le sue mani sono finite, in un lampo, lungo la mia schiena.
Quando mi stacco, mi guarda negli occhi e poi fra le labbra mi dice solo e con un fil di voce
- Wow.
Mi prende la mano e camminiamo su pont-neuf.

Che bello ! che gioia e che vitalità ! dei ragazzi ( amici ma anche sconosciuti ) si sono radunati al bordo della Senna, di fronte al Louvre e con fiati e percussioni ( solo con questi due strumenti ) stanno suonando come pazzi . ad assistere a questo concerto improvvisato, tutti quelli che passano. Resto ad ascoltarli per più di un’ora e m’infondono tanta energia. Oltre alla musica gira fumo e alcool a volontà. Ma io bevo e fumo solo la musica !

Ci sono sere che non guardo più le cose, il panorama. E altre in cui respiro a pieni polmoni e penso che tutta questa bellezza mi ucciderà. Nel senso buono. Troppa bellezza . tutta quanta insieme.

Mi regala un medaglione, Richard. E’ molto carino. Me lo mette al collo.
E’ verde. Lo apro e dentro c’è un orologio.
- C’est une montre..
- Oui. Merci. C’est très joli.
Sono sorpresa, non me l’aspettavo davvero. E incespico nel dire cose semplici con il mio francese.
Mi dice che così mi ricorderò di lui e dei pochi istanti vissuti insieme.
Mi bacia a lungo i capelli e mi abbraccia.
- Embrasse-moi, encore. Reste avec moi.
- Comme te veux…encore.
Ma non potevo incontrarlo nei primi giorni ?



venerdì 14 settembre 2012

Paris


Mi ritrovo a place Daulphine. E’ molto carina e mi piace venirci la sera. E’ vicina ed è tranquilla. Ci sono bistrot, librerie e un hotel assai delizioso. C’è un chitarrista che stasera si è messo a suonare e a cantare canzoni classiche napoletane per le persone del bistrot di fronte. C’è un signore, americano probabilmente, che muove le mani a ritmo di musica e ha l’aria beata. A un certo punto, posa le posate, si alza e va accanto al chitarrista e intona “ Ohi Marì, Ohi Marì, quanto suonno ‘aggia pers pe te …..”
Bello sentire un francese e un americano che cantano napoletano a place Daulphine. Da ricordare.

Da ricordare anche il fatto, che di sere le persone vengono a giocare qui, a place Daulphine a biglie.
E io me lo ricorderò bene. Perché seduta su una panchina, una biglia mi arriva vicino alla caviglia.
- Ah Pardon, madmoiselle!
Alzo gli occhi verso di lui, ed è proprio l’uomo che avevo notato prima giocare con i suoi amici.
Mi aveva colpito la sua postura perfetta, le sue belle spalle.
Dico che non fa niente, che insomma non mi sono fatta niente.
Sente che non sono francese e mi dà a parlare ed è felice come una pasqua quando gli dico che sono italiana.
- Je suis Richard, enchanté.
- Enchanté, je suis Lucia.
Mi chiede di che zona dell’italia.
- Napoli, c’est une ville au sud de l’Italie.
- Napoli ???? – ripete entusiasta.
Mi dice che c’è stato e che l’ha trovata magnifica. Secondo lui, il museo di Capodimonte è uno dei più belli del mondo e mi chiede se sono già stata al Louvre, dove ci sono anche opere di Luca Giordano e Salvator Rosa, entrambi artisti napoletani.
- Oui, je suis allé au Louvre .
Mi guarda dritto negli occhi, da dietro i suoi occhiali da professorino e poi dice
- Vous prenez un aperò avec moi ?
- Avec plasir, Richard.
Stavolta, accetto entusiasta.


Bisogna far attenzione con le generalizzazioni. Non le ho mai sopportate, come i luoghi comuni. La prossima volta, però, che si dice che noi italiani ( e in particolare noi napoletani ) invece di parlare urliamo, fucilo qualcuno ! Ci sono certi americani e certi slavi che urlano un casino quando parlano. E mi duole dirlo, alcuni sono parecchio sporchi. Non hanno alcuna cura delle cose, né della loro persona, né del suolo sul quale si trovano. Molti pensano solo a ubriacarsi. Facile additare gli italiani ! facile additarci anche tra noi italiani.
Ma non sono razzista, voglio specificare le cosa. Non sono razzista.
Detesto tulle le razze indistintamente !

Mi squilla il cellulare. Vedo che è un numero francese.
- Oui.
- Bonjour Lucià, je suis Richard.
Sono sorpresa di sentirlo. C’eravamo scambiati il numero ma non pensavo di sentirlo così presto. Mi chiede come sto e poi dice
- Je telephone pour te propose de diner avec moi . ça te va, Lucià ?
- Oui. Je suis heureuse de te revoir.
- Te peux passé chez moi ?
- Bien sur!
Gli do l’indirizzo dello studio e sorrido pensando che sono contenta di poter cenare con lui.
Ma poi, penso, cosa mi metto ? Pensiero assai femminile.


Quando ho visto il film “ il magico mondo di Amelie “, pensavo fosse un po’ esagerato. Mi spiego. Lei spia tutte le finestre. O meglio vede tutti. Io pensavo fosse un film. Ma qui è possibile. Le finestre dei francesi non hanno persiane. Ci sono direttamente i vetri e poi le tende in casa. Quando il mattino mi sveglio, vedo i vicini di fronte mentre fanno colazione, mentre si vestono. Spesso sono nudi o mezzi nudi. Li vedo scegliere i vestiti, pettinarsi. Qui tutti hanno case piccolissime, sono quasi tutti studiò. E mi sa che anche loro vedono me. In effetti mi capita di camminare in mutande o con le tette al vento. Perdonnez-moi !

giovedì 13 settembre 2012

Paris


Philippe è qui. Seduto a terra. Si è fatto preparare il caffè italiano. Dice che è buonissimo. Io gli avevo proposto un verre de vin rouge. Ma ha detto che a quest’ora il vino rosso non gli va.
E’ venuto all’improvviso proprio mentre noi, astemie, abbiamo bevuto cabernet. Paonazze in viso.
Gli dico che abbiamo bevuto appena appena e mia sorella parla in italiano e dice robe senza senso, solo a un certo punto dice “ regarde regarde ! “, indicando il suo viso rosso. Allora lui le guarda il viso e ride. Si mette ad istallare un nuovo modem e altre robe. Dice che ha ordinato il migliore, per un audio migliore, per avere una connessione più veloce. E’ bello da morire.
Un beau gosse, come dicono qui le donne per indicare un gran pezzo di gnoccolone !
Bello, ma faccio fatica a stare dietro al suo francese e mi sento molto stupida.
Quando è tutto apposto si mette accanto a me , in piedi e mi spiega tutte le funzioni della nuovo free-box. E sono tante, ma io mi limiterò a usare le funzioni basi.
Poi arriva sulle reti italiani e ripete con la R francese “ raiuno, raidue, raitre “.
E io rido e faccio una gaffe stupenda. Voglio dire che sono le reti di stato e so bene che stato in francese si dice “ etat “. Ma goffamente davanti agli occhi verdi dico “ été “.
In pratica ho detto “ sono le reti d’estate “.
Lui mi corregge. “ D’état “. E ride di cuore.
- Perdonnez-moi, Philippe….je ne parle pas bien le français.
- Ça n’est pas grave, Lucià !

Oggi mi sveglio abbastanza presto. Faccio colazione e mi metto in cammino. Arrivo dall’altra parte della Senna. Passo per boulevard St. Michel. Mi dirigo verso il Pantheon e poi percorre stradine fino ad arrivare alla Moschea. Non ero mai entrata prima in una moschea. E’ molto bella, colorata, piena di verde e soprattutto silenziosa. Quando esco, basta fare pochi passi e mi ritrovo ai jardin des plantes. Sono bellissimi,pieni di piante e fiori. Ci sono due serre. E in una parte del parco, ci sono anche gli animali. Mi siedo e riposo tra i colori e petali unici. Ho voglia si stare tutto il giorno fuori. Orami manca poco più di una settimana e poi dovrò partire per Napoli, che mi sembra lontanissima. Mi sembra di vivere qui, ormai, e le voci e quelle strade sono lontane. Anche se sento quelli a cui tengo davvero tutti i giorni. Mi piace invece usare internet poco. La vacanza è bella anche per questo. Staccare con quello che è routine. Nello studio c’è una gran bella connessione wi-fi. Ma lo uso poco, raramente. Solo per trovare notizie che riguardano musei, orari, concerti, mostre. Quando voglio scrivere qualche pensiero a quelli a cui tengo , passo al centro Pompidou. Lo faccio anche per trovarmi in mezzo agli altri, in mezzo ai libri, protetta in uno strano silenzio.

E’ divertente girare i canali televisivi e ritrovarsi a guardare per poco “Montalbano “ che parla francese . Salvo Montalbano senza accento siciliano e con la R francese non l’avevo mica mai immaginato!

Piove . E’ un tardo pomeriggio di venerdi e piove. Sono appena rientrata allo studio. Ho una t-shirt addosso e sento freddo. Le piantine sul davanzale si muovono al vento. Il gatto dei vicini mi spia da dietro i vetri. Ho i brividi sulla pelle. Parigi è bella anche con la pioggia. Ho aperto poche volte l’ombrello. Da quando sono qui, ci sono stati solo due pomeriggi piovosi e poi piccoli scrosci d’acqua. Questa ultima settimana, voglio rilassarmi completamente. Girare per negozi già conosciuti. Scendere più tardi in giro. Voglio leggere,scrivere e rilassarmi nei parchi. Voglio fare la spesa e tornare allo studio. Chiamare casa, prepararmi il caffè. Buttarmi sul letto a scrivere , a pensare a come tutto è corso via presto. A far tesoro dei giorni “ particolari “e cercare di serbare le voci, i visi, tutte le diversità che rendono bellissimo – insopportabilmente bellissimo – il mondo.


Chatelet è immensa. E’ il punto in cui si incrociano quasi tutte le linee metropolitane di Parigi.
C’è anche il Forum des Halles, con negozi, la biblioteca intitolata a Truffeau e il cinema. Qui c’è gente che alle nove del mattino acquista già il biglietto per il primo spettacolo. E’ meraviglioso poter vedere un film al cinema alle 11 del mattino. Alle 12. Alle 14. Perché da noi non si può ? Sotto chatelet, tra le linee della metro e il forum, c’è anche un grandissimo centro commerciale a tre piani. In pratica è sotto terra. Enorme, ci si perde. E si trova di tutto. Fanc, Zara, H&M, Minelli.
Insomma, magari , tra un cambio di linea di metro e l’altra, si può fare shopping. Tanto il biglietto non scade, a meno che non si esce fuori, alla luce del sole.


E’ domenica mattina. Mi siedo e metto l’i-pod. Mi godo il relax. Poco più in là c’è una modella che sta facendo un servizio fotografico. E’ magra da morire. E a occhio porterà la 36. La cosa che mi consola è che i vestiti non vanno benissimo nemmeno a loro. E’ così magra, che sulla schiena il vestito è tirato dalle mollette per la biancheria ! Poverina !


mercoledì 12 settembre 2012

Paris

Rue Rivoli è una delle vie dello shopping francesi. Ma al numero 59 c’è anche un bel palazzo colorato. “ Chez Robert “, un atelier di artisti. L’entrata è libera e gli artisti , come recita la locandina, sono tutti viventi. Entro e mi trovo in un mondo colorato. Dove a farla da padrone è l’odore di vernice, è la musica che si mischia ai visi e alla voci delle persone. Sembra una comune anni ’70. Alcuni artisti sono lì che sono a lavoro. Visito tutti e sei i piani e un’euforia e una strana e improvvisa bonheur, mi avvolge e mi fa nascere un sorriso tutto nuovo sul viso.


Passo per St. Denis. E’ pomeriggio e mi viene voglia di una crepe au sucre. Mi fermo dove già qualche giorno fa ne ho mangiata una fatta davvero bene.
- Bonjour.
- Bonjour, une crepe au sucre, s’il vous plait.
Il tipo sorride e mi sa che si ricorda di me. Qualche giorno fa mi fece notare che avevo il viso molto stanco e in effetti quel giorno avevo macinato chilometri e dormito male la notte prima.
- Comme ça va ?
- Ça va bien, merci.
- Vous amez Paris ?
- Oui, je l’aime beaucoup. Aujourd’hui il fait très chaud!
- Vous mange la crepe en place ou emporter ?
- Enporter.
- Dommage ! vous ne la mange pas ici ? Avec moi ?
Sorrido, mentre mia sorella in napoletano mi dice “ hai visto ? te l’ho detto che l’altro giorno ti guardarva in un modo…altro che viso stanco !”
- Vous restez encore à Paris ?
- Oui, encore quelques jours.
- Vous n’avez pas un numero de telephone ?
- Oui, mais je ve laisse ma page facebook !
- Ok, vous etes libre ce soir ? vous pouvez venir ici, environ 20h00.
Sorrido, ancora. E poi dico. – je réfléchirai. Peut etre. Eh eh he
Legge il mio nome sul foglio. Gli spiego che è un nick e che mi chiamo Lucia e sono italiana.
- Italienne ? Superbe ! Bellissime italiane !
Mentre mi prepara la crepe , con lo zucchero disegna un cuore.
- Voilà , madmoiselle ! pour vous, mon coeur!
- Oh ! merci monsieur ! vous etes gentil avec moi !
- À ce soir ?
- Peut etre…-, dico con l’aria da broncio fico che hanno le francesi, ma non mi riesce mica bene .
Cammino mangiando la crepe con Marilena.
- Lu, ma c’a ‘itt ???? (ma che cavolo ha detto ?)

Vado a Beliville con la linea 11 da chatelet. E rimango delusissima. E’ brutta da morire. Una piccola cina. Periferia della città, con il parco, anche lui brutto da morire. Non sembra Parigi. Ho sprecato una giornata. Ma anche quest’angolo andava visto. Negozietti con prodotti cinesi a prezzi bassissimi. Cibo africano, cinese, marocchino. Mille spezie che si mischiano, murales e strade sporche.

Spesso, di sera, mi piace andarmene al Louvre. Entro nel palazzo e luci della sera mi rivestono tutta d’oro, di rosa e d’indaco. Si sta tranquilli, anche se c’è gente. In particolare, a quest’ora, vengono i giapponesi . Molte coppie giapponesi si sposano a Parigi. E con il fotografo scelgono questo luogo, e altri luoghi importanti, per il loro book di nozze. E io che pensavo che queste robe si facevano solo a Napoli! I giapponesi non conoscono limiti, però. Non si stancano mai di mettersi in posa.
A quest’ora, mi piace stare qui, perché si sente della buona musica classica, suonata da musicisti, che con il loro strumento deliziano chi passa. Chiudo gli occhi sulle note. Poi li riapro. E accolgo questi colori. Che mi riempiono soprattutto quando ascolto Casta Diva, suonata da un violoncello lontano. Che sembra soffrire, quando gli passo vicino.

martedì 11 settembre 2012

Paris

Oggi mi sento triste. Non mi fa bene sentire le persone a casa che mi danno pseudo-consigli. Mi sento triste, brutta, goffa, invecchiata. Eppure, camminando per St. Denis, un uomo mi guarda. E’ seduto a un bistrot mentre io passo con addosso cucita una brutta giornata. Mi guarda e sorride.
Poi dice.
– Vous etes très belle, madmoiselle !
Lo dice sottovoce, velocemente, credendomi francese.
- Merci. -, rispondo ricambiando il sorriso.
- Vous prenez un cafè avec moi ?
Ma ho già fatto qualche passo e faccio finta di non aver sentito.
Perché ? perché a volte mi sento scombinata, goffa, non all’altezza ? perché mi sento libera, ma nella mia prigione privata ? Non so se quell’uomo fosse bello, interessante, ma non lo saprò mai.
Sempre a causa della mia prigione, mi dico.

Poi lo rivedo. Rivedo l’uomo dell’altra sera. E’ pomeriggio e ho fatto shopping. Indosso un leggins, le scarpe da tennis e un vestito di zara che porto con una cintura in vita. Ci sono affezionata.
Vedo un viso sorridente tra la folla, tra St. Denis e chatelet. Non è bello, ma ha una gran luce negli occhi. Non dice nulla stavolta. Ha solo un gran sorriso, tutto per me. Come se mi conoscesse benissimo. Ricambio il sorriso, di cuore.


Dopo aver attraversata il Marais, si passa per rue de Lyon, la si percorre fino a rue Daumensil e quasi subito ci sono scale che portano alla promenade plantée. In pratica, sotto c’è la città e sopra si cammina sospesi tra il verde, il parco, le panchine e le fontane. La promenade dura 4,5 km e arriva fino alla tangenziale. È bello camminare, girarsi a destra e a sinistra e vedere da vicino i tetti della città.

Shopping. Shopping da C & A. compro due pantaloni e quattro bluse. Due borse e un medaglione.
Un rapporto qualità- prezzo incredibile. Perché questa catena non c’è a Napoli ( mi pare ci sia a Milano )? E perché i gusti del gelato cote d’or sono diversi da quelli italiani ? Qui si può trovare vaniglia del Madagascar. Oppure solo pistacchio o solo caramello o mela verde. O vaniglia con caramello e noci. Buono da cader stesi al suolo.

Ci metto dieci minuti, con la metro, ad arrivare al cimitero di Montparnasse. E’ più piccolo di quello di Père-Lachaise. Qui sono sepolti, tra gli altri, Noiret, Ma Ray, Brassai. Ma le tombe sulle quali mi soffermo sono tre. Quella di Serge Gainsbourg, piena di fiori, peluche, baci stampati con il rouge à levres ( rossetto ) da ogni parte del mondo. Quella di Baudelaire , piena di messaggi in italiano. E quella di Sartre, uno degli autori francesi che più amo, che è sepolto con Simone de Beauvoir. Non sapevo fossero sepolti insieme. Ed è bello che sia così. Non erano marito e moglie. Ma erano amanti. A letto, spesso, dopo aver fatto l’amore, leggevano Cèline. C’erano parti del Voyage che Sartre conosceva a memoria. Ho pensato che forse per gli amanti c’è una piccola possibilità. Tanti istanti che non hanno potuto vivere insieme, pezzi di vita individuali e momenti rubati in fondo a un giorno o a una settimana o un mese. E poi forse questa piccola grande possibilità. Quella di stare insieme,per sempre, nella morte.

Paris

Passo al centro Pompidou. In pratica è a dieci minuti dallo studio di Philippe. Una struttura di vetro, acciaio e plastica. E’ la sede di un centro culturale multidisciplinare. La piazza che lo accoglie è piena di localini, di artisti da strada e di qualche strano personaggio. C’è un vecchietto che tutte le sere porta cibo ai piccioni. Ha un giaccone lacero, i capelli bianchi e una lunga barba. E quando arriva con sue borse piene di pane, i piccioni lo circondano. Sono migliaia. Ma lui non ha paura. Si fa stringere da loro. Una scena che fa sorridere, ma l’odore che si sprigiona è nauseabondo.

La biblioteca pubblica del centro Pompidou è aperta tutti i giorni fino alle 22, tranne il martedi e il primo maggio. Per il resto, è sempre aperta, anche a Natale. Ho pensato che se vivessi qui, in un giorno che detesto come il Natale, avrei sempre una via di fuga. Qui puoi utilizzare internet gratuitamente. Stai in fila e ritiri un ticket che ti assegna un posto e un codice d’accesso. Hai solo quaranta minuti. Entro e lo faccio anche io. Coda/ticket/posto. Controllo la mail. Qualche notizia dall’Italia. E poi scrivo a Luca. Penso spesso a lui per queste strade e spesso lo vorrei con me. Perché so che potremo condividere benissimo insieme queste cose. Se solo lo studio di Philippe fosse stato più grande, gli avrei chiesto di raggiungermi. Di raggiungerci.
La prochaine fois, peut etre.

Rue Rosiers è il centro più antico del quartiere ebraico. Il nome rimanda ai roseti dei giardini che costeggiano il muro di cinta fatto costruire da Filippo Augusto nel XII secolo. E’ molto , molto carina. Piena di negozi e di ristoranti ebraici. L’odore dei cibi si riversa e si mischia per questa via stretta e breve. Cammino e mi ritrovo davanti a n negozietto vintage. Dentro ci sono vestiti, scarpe, borse anche di stilisti come Raulph Lauren. E i prezzi non sono esorbitanti. Mi provo un giubbotto di jeans, ma ( per miracolo ) mi sta grande e mi tocca posarlo. Ma ripasserò. Di sicuro.
Vicina è rue Francs-Bourgeois, la via dei bei hotel. C’è un giardino piccolo, silenzioso, dove si sente solo il frusciare del vento tra le piante. E merita una sosta. Piccola, ma doverosa.
Hema è un negozio stupendo. Vende cioccolato, snack, ma anche trucco e articoli per la casa e l’ufficio. Puoi mangiare con poco più di un euro. Una busta di patatine coste 0,50 centesimi. E il pesto alla genovese 1,50 €. Tra l’altro sono sempre stata schifata dalle cose già pronte. Ma devo ammette che il pesto era davvero buono. Si trova in rue rambuteau e non faccio altro che ritornarci.

E che dire poi della cartoleria americana in avenue de l’opera. Mi sono incantata a girare tra i libri, tra articoli di cancelleria unici, particolari. Avrei voluto comprare milioni di cose. Ma i prezzi erano altini. Con lo shopping invece sono partita bene. Ho trovato un pantalone verde da Camaieu ancora in saldo, a 7,50€. Ed è bello che in Italia porto la 46 e qui la 42/44. Mi piace !


Mio Dio !Ma quanto tornerò ingrassata a casa ?!??! qui ci sono bontà alle quali non so resistere. Crepe salée e sucrée, croque monsieur, gelati e cioccolato completamenti diversi dai nostri. Éclair au pistache, molleaux au pistache e alle fraises. Tutti i giorni compro qualche dolce e questo non va bene. C’è da dire solo una cosa : cammino tantissimo. Otto o dieci ore al giorno. Ho preso la metro solo due volte, anche per i luoghi lontani ho preferito camminare a piedi, per vedere Parigi in ogni angolo e non solo nelle parti turistiche,colme di lustrini. Allora questo mi consola e quando non resisto a una fete de tarte aux pommes, mi dico “ ora si va al quartiere latino a piedi !”





lunedì 10 settembre 2012

Paris


Basta fare pochi passi per rue Saint Honoré e poi sulla destra mi trovo a palais royal. Un tempo sotto i portici c’era gioco, prostituzione, commercio. Qui nacquero anche le prime idee rivoluzionarie. Fu prima dimora del cardinale Richelieur e poi del duca d’orleans.
Ci sono lavori di ristrutturazione che non fanno apprezzare appieno la facciata, ma poi si entra all’interno del cortile e ci si trova in questo grazioso giardino, dove di mattina vengo a sedermi al sole, a scrivere, a leggere, a respirare in tutto questo verde.


Stamattina c’è un gran bel sole qui a Parigi e fa caldo, addirittura. Esco di casa verso le dieci di mattina, costeggio il Louvre, poi attraverso pont-neuf. La città ha un vestito bellissimo e silenzioso a quest’ora. Procedo dritto , per rue Daulphine che mi fa arrivare a Saint Germain.
Cammino tra la gente, tra i bistrot, le boulangerie. Arrivo a place Saint Germain e visito l’eglise.
Poi attraverso la rue e uno dopo l’altro ci sono “ Il café de Flore “ e “ Le deux Magoit “. Sono due caffetterie-bistrot , frequentate all’epoca da Sartre, uno dei miei scrittori preferiti, e Simone De Beauvoir. Faccio pochi passi e sulla destra costeggio square Taras Chevichenko, un piccolo parco pulito e grazioso, aperto 24/24, intitolato a un poeta sovietico.
Svolto l’angolo e percorro rue des Saint Pères e sulla sinistra, finalmente, arrivo a rue Verneuil.
Al 5, bis mi trovo davanti alla facciata , colma di graffiti, della casa in cui Serge Gainsbourg, si trasferì nel ’69. E’ colma di scritte, di pensieri in ogni lingua. Ripercorro i colori, le date che hanno accompagnato quell’istante – che è il mio –di qualcun altro. Giusto al centro c’è scritto un verso che è un bel verso. Che ha un suono spettacolare in francese e una dolce rassegnata malinconia in italiano.
Sais-tu ma petite fille pour la vie n’est pas l’antidote.
Sai piccola, per la vita non c’è l’antidoto.

domenica 9 settembre 2012

Paris

Philippe è qui nello studio. Cerca di istallare free-box.
- Oh la tecnologie !
Prende il coltello per aprire il pacco che contiene l’alimentatore.
- Philippe , ça s’appelle comment ?
- Conteau.
- Et ça ?
- Ciseaux , Lucià.
Lo guardo negli occhi, quegli occhi verdi e incredibili. Ciseaux sono le forbici. Ma mi sembra una parola bellissima.

Sono a Pigalle, in rue Chaptal, la percorro fino in fondo, fino ad arrivare al museo della vie romantique. Un piccolo tuffo nell’800. Mi squilla il cellulare. Vedo un numero francese.
- Oui.
- Lucià,je suis Philippe,ça va ?
- Ça va très bien , merci et toi ?
- Tout va biene, merci.
- Tu est à le studio ?
- No, Philippe. Je suis à Pigalle.
- Alors, je vais à la maison, Lucià, parce que arrivera le technicien!
- D’acord,tu a le clef . je retourne eviron à le 15h00.
- Tu n’est pas obligée.
- Ok . bonne journée.


Ritorno a casa verso le tre del pomeriggio e trovo la tv accesa. Segno che Philippe è stato qui e con il tecnico ha aggiustato tutto. Che bello ! chiamo a casa, posso chiamare verso i fissi in Italia gratuitamente. Parlo con mio padre. E poi chiamo lui. Risponde con quella sua voce bellissima.
- Merci Philippe, je suis retourné maintenant et j’ai vu que tout marche très bien.
- Oui je suis content.
- Tu est très gentil ! merci ! Je t’adore ! -, dico con vivo calore.
Lui sorride e mi ringrazia. Poi aggiunge che posso chiamarlo per qualsiasi cosa.
Ah ! Philippe ! io ti chiamerei di continuo con il mio francese traballante che ti fa tanto sorridere. Non farei altro che chiamarti o stare ferma lì a guardare quel viso e quel modo di fare che mi fanno tanto “tourner la tete”.

sabato 8 settembre 2012

Paris


Stavolta a Parigi, mi sono soffermata anche nelle chiese. E ho scoperto che nella chiesa di Saint Roch, Manzoni ritrovò la fede. Bellissima è anche la chiesa si St. Eustache a Chatelet. E a Monmatre, oltre alla basilica del Sacre Coeur, appena si esce dalla metropolitana, c’è una chiesa deliziosa, la chiesa di Saint Jean. Non è grande, eppure dà l’idea di “ spazio “ di “ aria “ di “libertà “. E raramente la libertà la si sente in chiesa.

Al mattino, appena scendo c’è la patisse rie di fronte che fa dei croissant, viennaise, pain au chocolat incredibili. Appena esco dal portone, sento questo odore magnifico. Spesso faccio colazione lì. E non manco mai di comprare una baguette al giorno. O a pranzo o a cena. Mi piace venire da fuori con la busta della spesa e la baguette sotto braccio. Costa 0,90 centesimi. E naturalmente ha un sapore diversissimo da quella che mangiamo in Italia.
Temo che magari questa patisserie-boulangerie chiuda per le congé d’été. Così stavolta chiedo.
- Pardon madame, vous restez ouvert tout le mois de août ?
- oh oui, madame. Tout le mois, tout les jours sauf la dimanche.
- je suis heureuse ! Je suis italienne et j’ai loué un petit studio et je viens ici chaque jour, parce que votre baguette est superbe !
- Merci madame vous etes très gentille ! à demain.
- à demain.
Merci a “ La couleur de blés”.

venerdì 7 settembre 2012


Stamattina è venuto Philippe. E’ un ragazzo alto e magro. Biondo e con la barba. Bello, in maniera silente. Non so come dire. L’accento francese lo rende ancora più affascinante.
Io per lui sono Lucià. E lo dice in maniera irresistibile.
Avevamo appuntamento alle dieci , ma lui è venuto circa quaranta minuti prima. E così sono andata ad aprire la porta ancora spettinata, senza trucco e mezza addormentata. E mi sono ritrovata questo bel ragazzo davanti!
Gli chiedo di parlare lentamente con me e grazie a Dio riusciamo a capirci. Telefona alla compagnia telefonica, resta a lungo. Si siede sul letto e traffica con telefono e agenda.
- Tu veux une tasse de cafè italien ?
- Oh! Oui, Lucià, avec plasir…
Preparo il caffè, perché per quanto io ami Parigi, il caffè non lo sanno fare. E ho portato in valigia la moka e il caffè kimbo.
- Voilà ! il est très serré!
- Forte ! espresso ! - , ripete lui.
Lo beve con piacere e mi dice che gli piace moltissimo. Tra una telefonata e l’altra chiacchieriamo.
Delle volte che sono già stata a Parigi, delle volte che lui è stato a Milano e Venezia.
Mi dice che è tornato dalla Filippine l’altro giorno. Gli chiedo cosa fa nella vita per viaggiare tanto.
- Je suis un comedian…
- Un acteur ? – ripeto io
- Oui , Lucià.
E’ un attore. E mi dice che stava girando un thriller americano nelle Filippine. Mi dice che la sua vita è così un giorno è a Parigi, due giorni dopo può stare in Spagna, Italia, Bulgaria, America…
Mi dice che lui abita a due minuti dallo studio e che passerà tutti i giorni a controllare la posta , perché deve arrivare dalla compagnia telefonica, questo alimentatore che serve a collegare tv, telefono e modem.
Mi promette che si occuperà della cosa. E siccome ho avuto questo disagio, mi fa una riduzione sul prezzo. Quando va via, saluta cordiale .
- Bonne journée Lucià.
- Bonne journée Philippe.


Esco di casa dopo pranzo. Dopo aver chiacchierato con Philippe. Apro il portone e incontro Françoise e Michel. Ci salutiamo e ci scambiamo qualche parola. Françoise mi dice che suo figlio si sta impegnando molto e che a giorni risolverà tutto. Mi chiede se mi ha detto che fa l’attore. Le dico di si. E lei dice che è difficile, che ha fatto cose soprattutto in Francia e che per questo ruolo è dovuto dimagrire. Secondo lei quando aveva qualche chilo in più somigliava al Dr. House .
- Oh no ! -, dico io, - n’est pas vrei ! Philippe est très beau !
Lei sorride compiaciuta. Mi chiedono di dove sono esattamente. Michel è stato a Napoli e l’ha trovata bellissima. Parla qualche parola d’italiano e mi dà suggerimenti, cose da vedere.
- Il fait froid- , dico io, - pour moi, ici. À Napoli cette été nous sommes arrivé à 36° !
- 36° !?!??!
Ma poi mi rincuorano dicendomi che alla fine della settimana farà più caldo. Lo spero. Qui di mattina fa freddo, inizia a fare caldo alle tre del pomeriggio. Poi dopo le otto di sera, ritorna il freddo. Je voudrais le soleil.

mercoledì 5 settembre 2012

Paris


Fuori piove. Ma io sono in un’oasi meravigliosa. Sono nel musée de l’orangerie, dove sono custodite le ninfee di Monet. Sono state dipinte nella sua residenza di Giverny. Sono poste su otto pareti curve e Monet le offrì alla Francia all’indomani della guerra del ’14-’18. Lui voleva regalare agli occhi altrui un’oasi di pace e dire che ci è riuscito è dire poco. Sono di una bellezza inenarrabile. Le due sale sono curve, bianche e i colori delle tele –enormi- su quattro pareti, a creare un mondo, altrimenti, senza colori. Monet non rappresenta né l’orizzonte, né l’alto, né il basso. Ma l’acqua, l’aria, il cielo e la terra si mischiano e a questi elementi si aggiungono solo i salici, nelle tele della seconda sala.
Oltre alle ninfee, qui sono posti anche quadri di Matisse, Renoir,Modigliani. Tutti meravigliosi,ma io faccio un altro giro per queste pareti curve che Baricco in City , aveva descritto così bene, tanto che mi si ripetono in mente le parole che lui ha usato per definire tutto questo splendore. Faccio un altro giro, dicevo e poi ritorno al grigiore del mondo. Anche se , il grigiore, qui a Parigi, ha comunque un altro volto.

Ho fatto una fila di un’ora per entrare al Louvre, che tra l’altro è a cinque minuti dallo studio di Philippe. Sono arrivata alle nove e riesco ad entrare solo dopo le dieci. Anche perché la prima domenica del mese, in Francia, tutti i musei sono gratis.
Mi sono persa e ripersa. Troppa gente, troppa folla. Un chiasso davanti alla Gioconda e davanti ad altre opere famose. Mi fanno ridere quelli che posano accanto a un quadro, o fanno finta, con le mani di “ tenere “ un’opera. Non li reggo. Il Louvre, sarò blasfema, ma non mi ha emozionata più di tanto. Non mi ha affascinato. Nel cuore mi è entrato l’Orangerie.
Piccolo, accogliente. Proprio un mondo a parte, come lo voleva Monet.

martedì 4 settembre 2012

Paris

E’ sabato. Sabato pomeriggio, 4 agosto 2012. Sono seduta al sole, ai jardin des tuileries. E’ il mio quarto giorno a Parigi, l’avevo sognato, immaginato tante volte. Dovrei rimanere un mese se tutto va bene. Ho affittato un pètit studio in rue J.J.R. al secondo piano di un piccolo palazzo c’è questo studio che appartiene a Philippe. L’accoglienza non è stata delle migliori. Lui era in viaggio, così mi ha accolto sua madre Françoise. Andava di fretta, Françoise. Doveva prendere un volo per il Belgio. Ma soprattutto mi dà la brutta notizia che la tv, il telefono e il wi-fi non funzionano. Pare che il cliente che è andato via il giorno prima, abbia fatto un danno. Nel mio francese naif, le dico che sono molto delusa e che pagherò solo la metà dell’affitto. L’altra metà la concederò a problema risolto. Accetta. Poi mi accompagna al supermarché all’angolo e raggiunge Michel.

Lo studio è piccolo , ma in due giorni mi sistemo per bene e mi abituo perfettamente. Di fronte vedo nitidamente le persone nelle loro stanze. Davanti a me vivono un ragazzo e una ragazza. Lui gira nudo per casa, la mattina, prima di andare a lavoro. Hanno un gatto bianco, bellissimo, che silente mi spia dal davanzale di fronte, mentre sono seduta al tavolo che bevo il caffè o faccio colazione o semplicemente mentre guardo i tetti e il cielo di Parigi.

Forse è una pazzia, mi dico. Quella di passare un intero mese qui. Poi penso a quest’amore che mi ha colpito. All’amore per questa città. Sono solo da pochi giorni qui, eppure ho visto angoli che le altre volte non sono stata in grado di raggiungere con gli occhi. Parigi è bellissima, ma ha anche angoli colmi di miseria. Angoli desolati, non lontani dalle strade del lusso. Ci sono moltissimi clochard. Non ne ho mai visti così tanti. Specie a Chatelet, nei dintorni della chiesa di St.Eustache. C’è chi gira ubriaco, chi dorme sul marciapiede. Ne ho visto uno pisciare per strada, di fronte a un ristorante, poi camminare come se fosse al buio, accompagnato da due amici. Poi buttarsi per terra e urlare e piangere. Ne ho visto un altro , non lontano da St. Denis. Vicino a qualche localino sexy, che visto da fuori sembrava più una bettola che un locale d’incontri…e lui era lì steso sul suo materasso, per strada, che si faceva tranquillamente una sega, incurante di quelli che passavano.
Non c’è pudore nella disperazione, ho pensato.

lunedì 9 luglio 2012

Di me


Sparisci.
Dentro.
Di
me.

venerdì 29 giugno 2012

Verso te...


Eppure la sera quando io dormo sola allungo la mano verso di te.

Alda Merini

giovedì 21 giugno 2012

Tra le pagine che contano



Era un mercoledì mattina di giugno. Faceva caldo, caldissimo. La donna camminava per le vie della città ancora piena di gente, nonostante il caldo. Passò per piazza Dante e s’infilò in un bar. Bevve un bicchiere d’acqua fresca e poi prese un caffè bello ristretto, come solo a Napoli lo facevano.
Salutò e uscì dal bar. Fece pochi passi e entrò in un vicolo. Il sole batteva forte, anchè lì.
Entrò dal fotografo e ritirò le foto che aveva deciso di far stampare. Erano alcune foto scattate negli ultimi tre anni, con fotocamera digitale. Ora aveva sentito la necessità di toccare con mano alcuni ricordi. Posti visti, sorrisi lasciati per le vie, angoli di mare e tante altre cose.
Erano anni che non aveva voluto avere foto di persone alla quali teneva.
Per non affezionarsi troppo, diciamo così.
Tempo addietro aveva buttato tutto ciò che le poteva ricordare momenti felici, ma lontani.
Sfogliò le foto. La mano di lui arrivò subito. Era bellissima.
Lei aveva scattato, durante un viaggio in auto, una foto al braccio dell’uomo, alla sua mano sul volante. Perché le piaceva la forza di quel braccio, la delicatezza che sempre aveva la sua mano.
Allora , in quel viaggio bellissimo, volle catturare ciò che vedeva in quel momento e ciò che più le piaceva.
Ora poteva rivedere il suo braccio e tenerlo con sé.
A casa , pose la foto nell’ultima pagina della sua agenda di Paris, quella bella con gli acquarelli di Fabrice Moireau .
Ora lo portava in giro con sé, quel braccio. Quella pelle ambrata.
Si sentì un po’ come il nino bueno che portava in tasca, sempre, lo spazzolino da viaggio della nina mala.
E’ che si diventa feticisti, così tutt’a un tratto.
E’ che di diventa teneri, in certi istanti.
Come se la tenerezza nascosta in certi sguardi, quelli che stringono le cose ormai lontane,
placasse gli animi.
E allora va bene così. Va bene conservare una vecchia foto tra le pagine che contano.

giovedì 14 giugno 2012

La ballata della masturbatrice solitaria

La fine della tresca è sempre morte.
Lei è la mia bottega. Viscido occhio,
sfuggito alla tribù di me stessa
l'ansimo non ti ritrova. Fo orrore
a chi mi sta a guardare. Che banchetto!
Di notte, da sola, mi sposo col letto.
Dito dopo dito, eccola, è mia.
E' lei il mio rendez-vous. Non è lontana.
La batacchio come una campana. Mi chino
nel boudoir dov'eri solito montarla.
M'hai preso a nolo sul fiorito copriletto.
Di notte, da sola, mi sposo col letto.
Metti ad esempio stanotte, amor mio,
che ogni coppia s'accoppia
rivoltandosi, di sopra, di sotto,
in ginocchio s'affronta spingendo
su spugna e piume l'abbondante duetto.
Di notte, da sola, mi sposo col letto.
Così evado dal corpo,
un miracolo irritante. Come posso
mettere in mostra il mercato dei sogni?
Son sparpagliata. Mi crocifiggo.
Mia piccola prugna è quel che m'hai detto.





Di notte, da sola, mi sposo col letto.
Poi venne lei, la rivale occhi neri.
Signora dell'acqua si staglia sulla spiaggia,
con un pianoforte in punta di dita,
parole flautate e pudore su labbra.
Mentre io, gambe a X, sembro lo scopetto.
Di notte, da sola, mi sposo col letto.
Lei ti prese come una donna prende
un vestito a saldo dall'attaccapanni,
ed io mi spezzai come si spezza un sasso.
Ti rendo i libri e la roba da pesca.
Ti sei sposato, il giornale l'ha detto.
Di notte, da sola, mi sposo col letto.
Ragazzi e ragazze son tutt'uno stanotte.
Sbottonan camicette, calano cerniere,
si levano le scarpe, spengono la luce.
Le creature raggianti sono piene di bugie.
Si mangiano a vicenda. Che gran banchetto!
Di notte, da sola, mi sposo col letto.

(Anne Sexton )

mercoledì 30 maggio 2012

Erri De Luca all'istituto italiano filosofico di Napoli

Piove. Piove da stamattina. Piove su Napoli. Piove su Montedidio. Entro in questo bel palazzo antico , in questa via che per sempre rimarrà legata a una storia, a un libro. Entro nella sala. Siamo in pochi. Cinque o sei persone, forse. Ma siamo in anticipo. In largo anticipo. Sono arrivata circa un’ora prima, per paura di trovare troppa gente. Invece siamo ancora in pochi, ma è meglio così. La cosa divertente è che cominciamo a parlottare tra noi, ci “riconosciamo “ in qualche modo, perché “aderiamo” al gruppo di face book e in quel momento mi sembra una cosa carina e soprattutto utile. Condividere una passione e in quella, riconoscersi. All’improvviso, una voce nella sala. - Buonasera….siete in anticipo ? Mi volto. Ed è lui. Cammina lentamente, guardando a lungo i soffitti della sala. E’ alto. Magro. Magro, ma atletico. Un “magro forte “. E mai un ossimoro, mi parso più adeguato. - Buonasera…si siamo in anticipo ma anche lei.-, dico. Sono imbarazzata e con me anche le altre persone. Non sappiano bene cosa dire. Le passioni, spesso ammutoliscono. - Non c’ero mai stato qui. - Come?-, dico . - Ha vissuto qui a Montedidio. - Nel palazzo si, ci sono stato..ma mai in questa sala. Si siede sul grande tavolo di legno. - Mi metto qui. Non mi metterò mai dietro a quel tavolo , sarebbe una barriera enorme… Ancora vorrei dire qualcosa e non mi escono le parole , farfuglio qualcosa sul fatto che sono emozionata e che avrei provato la stessa cosa se magari mi fossi trovata davanti a Céline, anche se lui mi avrebbe magari fatto più paura. Lui aggrotta un po’ la fronte e vengono fuori tutte le sue bellissime rughe. I complimenti forse lo infastidiscono. L’umiltà è dei grandi. Guardo i suoi vestiti bagnati. - Piove ancora ? - Si. Cadono gocce come olive. Eppure ho camminato poco, ero da mia sorella, abita qui di fronte. Le parole si alternano al silenzio della sala. Parliamo poi di domande. Lui dice che fare domande è una forma di cortesia. Che suo padre le faceva sempre. Lui invece non era capace. - Lo hai scritto….ti posso dare del tu ? - Si, certo - Lo hai scritto anche in tuo libro questa cosa delle cortesia. - Si. - So che magari chiedo una cosa…insomma…posso fare una foto con te? - Si, certo è meglio farlo ora che dopo. Mi avvicino imbarazzata e dopo di me altre persone si fanno scattare foto. Lui è disponibile e gentile e firma anche le copie dei libri. Piano piano arrivano le persone. Una signora anziana gli va incontro con una luce bellissima sul viso. Gli dice che era amica di sua madre. Gli parla di persone che conoscono entrambi. Poi gente, ancora gente che gli tende la mano e un libro da firmare. Quando la sala è bella piena,prende il microfono e inizia a parlare. Della sua lingua madre ,che è il napoletano e della sua lingua padre , che è l’italiano. Delle storie che gli sono arrivate dalle voci femminili. Del nuovo libro, dello yiddish. Del viaggio a Varsavia. Della parola “Giustizia “, del fatto che davanti a certi crimini la parola giustizia nemmeno si può pronunciare. La sua voce riempie la sala. Sta sempre seduto lì, su quel tavolo, ogni tanto si strofina il naso come se gli solleticasse. Le parole s’incontrano e s’intrecciano. Non solo la parola “ Giustizia “, ma anche la parola “ Bellezza “ e la parola “ Folla “. La bellezza che è non superficie, ma una forza compressa di natura. E la folla che lo “costituisce “ in qualche modo. Perché gli viene chiesto se è stato difficile scrivere dal punto di vista femminile. E lui risponde di no, proprio in ragione delle voci femminile che hanno accompagnato la sua infanzia . E dice una cosa bellissima. “ Io non dico sono Erri de Luca. Io dico, mi chiamo Erri de Luca. Perché io sono tante cose. Io sono una folla. Un miscuglio. E questo miscuglio viene fuori quando scrivo.“ Le prime parole le scandisce in napoletano. E mi sembrano che abbiano ancora più peso, più forza. E mi piace stare a sentire uno che “ si chiama “ Erri. Che non mette le parole “ Io sono “ davanti a ogni frase pronunciata. Non se ne può più dei “ Io sono….e Io faccio “. Mi piace proprio assai la sua folla, il suo miscuglio, la sua moltitudine. E non mi stancherò mai di leggere le voci che, dal suo passato, arrivano in questo presente. Voci che ci vengono a trovare in una nostalgia che diventa bella. Bellissima.

domenica 27 maggio 2012

Il futuro

Il futuro.
E so molto bene che non ci sarai. Non ci sarai nella strada, non nel murmure che sgorga di notte dai pali che la illuminano, neppure nel gesto di scegliere il menù, o nel sorriso che alleggerisce il “tutto completo” delle sotterranee, nei libri prestati e nell’arrivederci a domani. Nei miei sogni non ci sarai, nel destino originale delle parole, né ci sarai in un numero di telefono o nel colore di un paio di guanti, di una blusa. Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te, e non per te comprerò dolci, all'angolo della strada mi fermerò, a quell’angolo a cui non svolterai, e dirò le parole che si dicono e mangerò le cose che si mangiano e sognerò i sogni che si sognano e so molto bene che non ci sarai, né qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo, né là fuori, in quel fiume di strade e di ponti. Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo, e quando ti penserò, penserò un pensiero che oscuramente cerca di ricordarsi di te. (Julio Cortázar)

giovedì 3 maggio 2012

J'adore le pistache

Mi piace camminare per le strade della città durante la mattinata, non tardi e nemmeno troppo presto. Mi piace camminare soprattutto per strade del quartiere collinare,dove alcune vie mi ricordano un pochino la mia amata Paris. Ci sono alcuni negozi nei quali non resisto e mi tocca entrare, uno in particolare “ Talmone “. Questo negozietto vende cioccolato, caramelle, biscotti ecc. Entro e saluto cordialmente. - Prego. - Vorrei duecento grammi di quelle caramelle della caffarel. - Misto crema ? - Si. Ci sono al pistacchio ? - Si certo. Ama il pistacchio ? - Moltissimo. - Allora eccezionalmente ne scegliamo qualcuna in più al pistacchio. - Grazie, molto gentile. L’altro commesso (o proprietario), mi guarda e mi fa - Proprio ieri è arrivata questa crema al pistacchio della bronte. Mi mette il vasetto in mano e a me cominciano a girare le pupille dal desiderio di assaporarla…ma penso che a Pasqua ho esagerato già con la pastiera…e non dovrei…ma poi le parole vengono da sole…e domando - Ma questa come si mangia ? - Come vuole -, dice il tizio con un tono da corruttore, - sul pane, su un dolce, anche a cucchiaini. - Oh Mio Dio !!!! Vorrei gridargli “ Basta ! Così mi fai male ! Non aggiungere altri dettagli! Altrimenti è come sparare sulla croce rossa !” Mi armo di tutta la forza che ho ( ed è poca ) e dico - Per stavolta resisto, ma le giuro che ripasserò ! Mi sorride. Sorrido. Saluto ed esco fuori. Il problema è che tutti ce l’hanno con me ! Ovunque vedo cioccolatini, gelati, dolci al pistacchio ! Ho persino trovato i macarons al pistacchio, tipici dolci francesi da provare almeno una volta nella vita. E quanto potrò resistere a questa infamia ? Poco, molto poco. Ora mi tocca ritornare almeno da Talmone, quella crema mi aspetta. Aspetta la mia bocca. Intanto, la sogno…..

martedì 17 aprile 2012

Sciolta


Sciolta, placata
la mia mano vola,
pronta ad afferrare
il paradiso
perduto.

domenica 25 marzo 2012

La fica


La fica è una ragnatela
un imbuto di seta
il cuore di tutti i fiori;
la fica è u...na porta
per andare chissà dove
o una muraglia
che devi buttar giù.

Ci sono fiche allegre
delle fiche matte del tutto
delle fiche larghe e strette,
fiche da due soldi
chiacchierone o balbuzienti
e quelle che sbadigliano
e non dicono una parola
neanche se le ammazzi.

La fica è una montagna
bianca di zucchero
una foresta dove passano i lupi,
è la carrozza che tira i cavalli;
la fica è una balena vuota
piena di aria nera e di lucciole,
è la tasca dell'uccello
la sua cuffia da notte,
un forno che brucia tutto.

La fica quando è ora
è la faccia del Signore,
la sua bocca.
E' dalla fica che è venuto fuori
il mondo con gli alberi le nuvole il mare
e gli uomini uno alla volta
e di tutte le razze.
Dalla fica è venuta fuori anche la fica.
Osta la fica!

( Tonino Guerra )

giovedì 1 marzo 2012

Sparisco


Goccia a goccia,
sparisco
tra le pieghe
della memoria.

giovedì 16 febbraio 2012

Senza parole


Chiacchierano contenti, allegri in una giornata di sole. Lui racconta dei suoi
viaggi di lavoro e le dice che domani partirà.
- Torni sabato mattina ?
Si, dice lui. Dice che non vede l'ora che sia sabato per rivederla. Lei
sorride e gli carezza i capelli. Scherzosamente gli dice di fare il bravo.
di pensare solo al lavoro e basta.
Lui la prende in giro nominando fantomatiche amanti sparse per il globo.
- Che divertente, dice lei.
- Tu invece sei una scema. Non ho voglia di nessun altra. Solo tu mi fai
venire davvero voglia di fare l'amore.
Abbassa gli occhi e le prende il viso tra le mani.
Le bacia le palpebre e il naso. Le guance e le labbra.
Voglio solo te, le ripete tra le labbra.

mercoledì 8 febbraio 2012

Ivano Fossati al teatro San Carlo di Napoli - 6 febbraio 2012


L’aria è fredda. Percorro in fretta via chiaia, attraverso la strada e vado al teatro San Carlo.
Fuori c’è già tanta gente, manca circa mezz’ora e poi assisteremo all’ultimo concerto napoletano di Ivano Fossati, perchè la decisione di abbandonare le scene è davvero definitiva.
Sono intabarrata nella mia lunga sciarpa colorata. C’è un pubblico prevalentemente adulto e tutti abbiamo il viso allegro e curioso di varcare quella soglia, regno, soprattutto della cosiddetta musica colta.
Per fortuna, dopo dieci minuti aprono le porte e entriamo ansiosi di assaporare il calore degli interni che hanno accolto così tanta storia.
Devo salire, ancora e ancora, fino all’ultimo piano. Il sesto per la precisione e non mi va di prendere l’ascensore. Ho preso i biglietti più di un mese prima dell’evento, ma erano quasi gli utlimi, quindi mi sono dovuta accontentare del sesto piano, di una balconata laterare.
Arrivo al sesto piano, con tanta sete e non ho più fiato in gola. C’è un signore dai capelli grigi che mi chiede il numero del mio posto. Glielo dico e mi accompagna. Con la chiave apre la piccola porta bianca e mi fa entrare. Dentro ci sono le sedie, tutto è rosso bordeaux. Mi affaccio alla balconata e il teatro è spettacolare. Vedrò Ivano piccolissimo, laggiù, ma in compenso la vista è superba. Il dipinto enorme del soffitto lo vedo benissimo, ogni colore è nitido.
Mi acceca l’azzurro e l’oro . A guardare giù mi viene un senso di vertigine, che si attutisce lentamente e scompare del tutto, quando si spengono le luci e una voce bellissima, che è la sua, dice poche parole.
Entrano in scena i musicisti e poi lui, Ivano Fossati. Accolto con un caloroso e lunghissimo applauso. Si snocciolano le canzone, i successi, le mille emozioni.
L’acustica è perfetta, ogni nota arriva dritta ,precisa e viva all’orecchio, passando prima per il cuore.
Ogni nota si mischia al bordeaux, all’azzurro, all’oro, insomma a tutti i colori del teatro.
Ivano è di buon umore, interagisce molto con il pubblico, giocando anche con i musicisti della band e lasciando loro un piccolo frammento di tempo.
Il pubblico è caldo e partecipa anche in modo abbastanza colorito, in fondo siamo a Napoli.
Poi, arriva un pezzo che non riconosco subito, anche se è il “mio pezzo “, perché parte con un assolo di violencello e via via , quando il suo repsiro filtra nel microfono e arriva il velluto della sua voce a scandire le prime parole, capisco subito che ha dato a “ Carte da decifrare “una nuova veste, che la rende , se era possibile, ancora più bella.
Perché, ditemi, ma chi è riuscito a descrivere in quattro minuti, il tempo di una canzone, così bene il desiderio ? Tutta la bellezza che sta nel desiderio. Ma anche il dolore che comporta quando non si può amare da vicino, quotidianamente , chi già si ama da morire nel proprio intimo, ogni notte della propria vita passata in solitudine? Nessuno. Nessuno ci è riuscito.
E’ proprio questa canzone che riceve l’applauso più grande e io l’ascolto con il viso appoggiato sul braccio e il braccio appoggiato sul balcone di quel lontano sesto piano.
E’ l’interpretazione che mi rimane più addosso, insieme al “ L’orologio americano “, che forse ascolto per davvero in quel chiaro scuro, in mezzo a tutta quelle gente di cui non saprò e non capirò mai niente, ma capisco solo che io
“ vivevo tutto questo come dietro ad una porta solo un po' discosta
Perché è così che la gente vive perché è questo che la gente fa
perché è così che ci si insegue per un morso di immortalità
è il meccanismo ottuso di un orologio falso americano
che misura il tempo e tempo non c'è più
ma fermava il tempo se passavi tu “
Queste parole sussurrate da quel calore vellutato, volano in giro e sono così vive e vere che sfiorano la pelle e rimangono come tatuaggio di porpora e diventano custodi di un tempo futuro, che in questo tempo freddo di febbraio, proprio, non oso e non so immaginare.
Ma stasera si è fermato. Per circa tre ore il tempo si è fermato, per me e per tutta questa gente intorno.
Ci sono artisti, canzoni , film, libri che ti cambiano la vita. Lo dice anche Ivano, nel corso del concerto. Dice che spesso chiudendo un libro si è sentito più forte di quando l’aveva iniziato.
Io ascoltando questo pezzo, sono da due giorni molto più forte di prima.

domenica 29 gennaio 2012

Non si dimentichi di me


L’amore non ha paura di me.
Gli offro un lauto banchetto,
della mia vita,

Tutto quel che vuole.

Solo una domanda gli rivolgo:
abbia Pietà,

non si dimentichi di me.

[Andrè Frénaud]

venerdì 20 gennaio 2012

Non ora, non qui


Quando morì non me ne accorsi. Dormivo sulla sedia, le mani intrecciate alle sue,gli occhi miei chiusi e i suoi aperti verso di me. Quando sciolsi le dita dalle sue fui solo al mondo.
Fu la mia porzione quella donna venuta fino a me. Edificammo contentezze, lenticchie di festa minore ma continua. E’ stata poco con me, una breve durata nel corso della vita, però è venuta.
Sono stato un persona in questo mondo non solo peri primi dieci anni della vita,
ma anche nei sette del matrimonio.
Essere al mondo, per quello che ho potuto capire, è quando ti è affidata una persona e tu ne sei responsabile e allo stesso tempo tu sei affidato a quella persona ed essa è responsabile per te.
Sette anni non furono pochi. Anche se fossero stati la metà o la metà ancora, non sarebbe stato poco. Non ci si può lamentare della brevità, non è giusto, ma della lunghezza sì. Ho avuto imbarazzo a vivere ancora. Non provo dolore nel vedere il cielo qualche volta uguale a quello di un agosto passato insieme in vacanza,però arrosisco di poterlo guardare,di essere rimasto.
Di questo per me si tratta,di essere il resto di alcune persone, delle loro sottrazioni.

Da “ Non ora, non qui “
Di Erri De Luca

domenica 15 gennaio 2012

I petali perduti


Le rose sciupate,
ai bordi del letto.
Le mille,amate
parole, tutte cancellate.
Ma le farò rivivere
in una nuova casa
e con più cuore.
….. …molte di
loro, quelle che più amo,
ritorneranno…
….. ….. ….
I petali perduti
al risveglio solitario.
Il saluto che non mi
hai lasciato .
I baci e i capelli
sciolti all’amore…
l’amore andato
senza passato
senza futuro.

martedì 10 gennaio 2012

Erano occhi assenti


Si aggiustò i capelli. Si riabbottonò la camicia e si diede un’occhiata allo specchio. Bevve un sorso d’acqua e si mise a sedere. Parlò con lui del più e del meno. Lo guardò negli occhi. Erano occhi assenti. Occhi che cercavano un appiglio nella stanza. Avrebbe voluto stringerlo, ma sapeva che non si sarebbe sciolto in quella stretta. Conosceva quel silenzio, eppure ogni volta reagiva come di fronte all’inaspettato. In cuor suo sperava che sarebbe stato diverso. Che l’avrebbe ascoltata, baciata ancora. Ma non era così. Dopo un po’, prese le sue cose e uscì sotto il sole. Per un attimo le sembrò che lui la stesse chiamando. Si fermò e girò il capo, sorridendo. Ma non c’era nessuno dietro di lei. Solo l’ombra del silenzio. Anche stavolta non aveva cercato in nessun modo di averla con sé. Anzi, appariva sollevato di ritrovarsi ancora da solo, in grazia di Dio. Lei non era niente. Non era nemmeno una donna. Solo una manciata di minuti. Sono una stupida, pensò.