mercoledì 8 febbraio 2012

Ivano Fossati al teatro San Carlo di Napoli - 6 febbraio 2012


L’aria è fredda. Percorro in fretta via chiaia, attraverso la strada e vado al teatro San Carlo.
Fuori c’è già tanta gente, manca circa mezz’ora e poi assisteremo all’ultimo concerto napoletano di Ivano Fossati, perchè la decisione di abbandonare le scene è davvero definitiva.
Sono intabarrata nella mia lunga sciarpa colorata. C’è un pubblico prevalentemente adulto e tutti abbiamo il viso allegro e curioso di varcare quella soglia, regno, soprattutto della cosiddetta musica colta.
Per fortuna, dopo dieci minuti aprono le porte e entriamo ansiosi di assaporare il calore degli interni che hanno accolto così tanta storia.
Devo salire, ancora e ancora, fino all’ultimo piano. Il sesto per la precisione e non mi va di prendere l’ascensore. Ho preso i biglietti più di un mese prima dell’evento, ma erano quasi gli utlimi, quindi mi sono dovuta accontentare del sesto piano, di una balconata laterare.
Arrivo al sesto piano, con tanta sete e non ho più fiato in gola. C’è un signore dai capelli grigi che mi chiede il numero del mio posto. Glielo dico e mi accompagna. Con la chiave apre la piccola porta bianca e mi fa entrare. Dentro ci sono le sedie, tutto è rosso bordeaux. Mi affaccio alla balconata e il teatro è spettacolare. Vedrò Ivano piccolissimo, laggiù, ma in compenso la vista è superba. Il dipinto enorme del soffitto lo vedo benissimo, ogni colore è nitido.
Mi acceca l’azzurro e l’oro . A guardare giù mi viene un senso di vertigine, che si attutisce lentamente e scompare del tutto, quando si spengono le luci e una voce bellissima, che è la sua, dice poche parole.
Entrano in scena i musicisti e poi lui, Ivano Fossati. Accolto con un caloroso e lunghissimo applauso. Si snocciolano le canzone, i successi, le mille emozioni.
L’acustica è perfetta, ogni nota arriva dritta ,precisa e viva all’orecchio, passando prima per il cuore.
Ogni nota si mischia al bordeaux, all’azzurro, all’oro, insomma a tutti i colori del teatro.
Ivano è di buon umore, interagisce molto con il pubblico, giocando anche con i musicisti della band e lasciando loro un piccolo frammento di tempo.
Il pubblico è caldo e partecipa anche in modo abbastanza colorito, in fondo siamo a Napoli.
Poi, arriva un pezzo che non riconosco subito, anche se è il “mio pezzo “, perché parte con un assolo di violencello e via via , quando il suo repsiro filtra nel microfono e arriva il velluto della sua voce a scandire le prime parole, capisco subito che ha dato a “ Carte da decifrare “una nuova veste, che la rende , se era possibile, ancora più bella.
Perché, ditemi, ma chi è riuscito a descrivere in quattro minuti, il tempo di una canzone, così bene il desiderio ? Tutta la bellezza che sta nel desiderio. Ma anche il dolore che comporta quando non si può amare da vicino, quotidianamente , chi già si ama da morire nel proprio intimo, ogni notte della propria vita passata in solitudine? Nessuno. Nessuno ci è riuscito.
E’ proprio questa canzone che riceve l’applauso più grande e io l’ascolto con il viso appoggiato sul braccio e il braccio appoggiato sul balcone di quel lontano sesto piano.
E’ l’interpretazione che mi rimane più addosso, insieme al “ L’orologio americano “, che forse ascolto per davvero in quel chiaro scuro, in mezzo a tutta quelle gente di cui non saprò e non capirò mai niente, ma capisco solo che io
“ vivevo tutto questo come dietro ad una porta solo un po' discosta
Perché è così che la gente vive perché è questo che la gente fa
perché è così che ci si insegue per un morso di immortalità
è il meccanismo ottuso di un orologio falso americano
che misura il tempo e tempo non c'è più
ma fermava il tempo se passavi tu “
Queste parole sussurrate da quel calore vellutato, volano in giro e sono così vive e vere che sfiorano la pelle e rimangono come tatuaggio di porpora e diventano custodi di un tempo futuro, che in questo tempo freddo di febbraio, proprio, non oso e non so immaginare.
Ma stasera si è fermato. Per circa tre ore il tempo si è fermato, per me e per tutta questa gente intorno.
Ci sono artisti, canzoni , film, libri che ti cambiano la vita. Lo dice anche Ivano, nel corso del concerto. Dice che spesso chiudendo un libro si è sentito più forte di quando l’aveva iniziato.
Io ascoltando questo pezzo, sono da due giorni molto più forte di prima.

2 commenti:

  1. E' l'attimo, il momento che scaturisce l'emozione, che anestetizza il male della vita e ti fa pensare che vale la pena di andare avanti :)

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  2. assolutamente si, l'arte in genere spesso dà questa spinta vitale...un abbraccio

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