mercoledì 30 maggio 2012

Erri De Luca all'istituto italiano filosofico di Napoli

Piove. Piove da stamattina. Piove su Napoli. Piove su Montedidio. Entro in questo bel palazzo antico , in questa via che per sempre rimarrà legata a una storia, a un libro. Entro nella sala. Siamo in pochi. Cinque o sei persone, forse. Ma siamo in anticipo. In largo anticipo. Sono arrivata circa un’ora prima, per paura di trovare troppa gente. Invece siamo ancora in pochi, ma è meglio così. La cosa divertente è che cominciamo a parlottare tra noi, ci “riconosciamo “ in qualche modo, perché “aderiamo” al gruppo di face book e in quel momento mi sembra una cosa carina e soprattutto utile. Condividere una passione e in quella, riconoscersi. All’improvviso, una voce nella sala. - Buonasera….siete in anticipo ? Mi volto. Ed è lui. Cammina lentamente, guardando a lungo i soffitti della sala. E’ alto. Magro. Magro, ma atletico. Un “magro forte “. E mai un ossimoro, mi parso più adeguato. - Buonasera…si siamo in anticipo ma anche lei.-, dico. Sono imbarazzata e con me anche le altre persone. Non sappiano bene cosa dire. Le passioni, spesso ammutoliscono. - Non c’ero mai stato qui. - Come?-, dico . - Ha vissuto qui a Montedidio. - Nel palazzo si, ci sono stato..ma mai in questa sala. Si siede sul grande tavolo di legno. - Mi metto qui. Non mi metterò mai dietro a quel tavolo , sarebbe una barriera enorme… Ancora vorrei dire qualcosa e non mi escono le parole , farfuglio qualcosa sul fatto che sono emozionata e che avrei provato la stessa cosa se magari mi fossi trovata davanti a Céline, anche se lui mi avrebbe magari fatto più paura. Lui aggrotta un po’ la fronte e vengono fuori tutte le sue bellissime rughe. I complimenti forse lo infastidiscono. L’umiltà è dei grandi. Guardo i suoi vestiti bagnati. - Piove ancora ? - Si. Cadono gocce come olive. Eppure ho camminato poco, ero da mia sorella, abita qui di fronte. Le parole si alternano al silenzio della sala. Parliamo poi di domande. Lui dice che fare domande è una forma di cortesia. Che suo padre le faceva sempre. Lui invece non era capace. - Lo hai scritto….ti posso dare del tu ? - Si, certo - Lo hai scritto anche in tuo libro questa cosa delle cortesia. - Si. - So che magari chiedo una cosa…insomma…posso fare una foto con te? - Si, certo è meglio farlo ora che dopo. Mi avvicino imbarazzata e dopo di me altre persone si fanno scattare foto. Lui è disponibile e gentile e firma anche le copie dei libri. Piano piano arrivano le persone. Una signora anziana gli va incontro con una luce bellissima sul viso. Gli dice che era amica di sua madre. Gli parla di persone che conoscono entrambi. Poi gente, ancora gente che gli tende la mano e un libro da firmare. Quando la sala è bella piena,prende il microfono e inizia a parlare. Della sua lingua madre ,che è il napoletano e della sua lingua padre , che è l’italiano. Delle storie che gli sono arrivate dalle voci femminili. Del nuovo libro, dello yiddish. Del viaggio a Varsavia. Della parola “Giustizia “, del fatto che davanti a certi crimini la parola giustizia nemmeno si può pronunciare. La sua voce riempie la sala. Sta sempre seduto lì, su quel tavolo, ogni tanto si strofina il naso come se gli solleticasse. Le parole s’incontrano e s’intrecciano. Non solo la parola “ Giustizia “, ma anche la parola “ Bellezza “ e la parola “ Folla “. La bellezza che è non superficie, ma una forza compressa di natura. E la folla che lo “costituisce “ in qualche modo. Perché gli viene chiesto se è stato difficile scrivere dal punto di vista femminile. E lui risponde di no, proprio in ragione delle voci femminile che hanno accompagnato la sua infanzia . E dice una cosa bellissima. “ Io non dico sono Erri de Luca. Io dico, mi chiamo Erri de Luca. Perché io sono tante cose. Io sono una folla. Un miscuglio. E questo miscuglio viene fuori quando scrivo.“ Le prime parole le scandisce in napoletano. E mi sembrano che abbiano ancora più peso, più forza. E mi piace stare a sentire uno che “ si chiama “ Erri. Che non mette le parole “ Io sono “ davanti a ogni frase pronunciata. Non se ne può più dei “ Io sono….e Io faccio “. Mi piace proprio assai la sua folla, il suo miscuglio, la sua moltitudine. E non mi stancherò mai di leggere le voci che, dal suo passato, arrivano in questo presente. Voci che ci vengono a trovare in una nostalgia che diventa bella. Bellissima.

domenica 27 maggio 2012

Il futuro

Il futuro.
E so molto bene che non ci sarai. Non ci sarai nella strada, non nel murmure che sgorga di notte dai pali che la illuminano, neppure nel gesto di scegliere il menù, o nel sorriso che alleggerisce il “tutto completo” delle sotterranee, nei libri prestati e nell’arrivederci a domani. Nei miei sogni non ci sarai, nel destino originale delle parole, né ci sarai in un numero di telefono o nel colore di un paio di guanti, di una blusa. Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te, e non per te comprerò dolci, all'angolo della strada mi fermerò, a quell’angolo a cui non svolterai, e dirò le parole che si dicono e mangerò le cose che si mangiano e sognerò i sogni che si sognano e so molto bene che non ci sarai, né qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo, né là fuori, in quel fiume di strade e di ponti. Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo, e quando ti penserò, penserò un pensiero che oscuramente cerca di ricordarsi di te. (Julio Cortázar)

giovedì 3 maggio 2012

J'adore le pistache

Mi piace camminare per le strade della città durante la mattinata, non tardi e nemmeno troppo presto. Mi piace camminare soprattutto per strade del quartiere collinare,dove alcune vie mi ricordano un pochino la mia amata Paris. Ci sono alcuni negozi nei quali non resisto e mi tocca entrare, uno in particolare “ Talmone “. Questo negozietto vende cioccolato, caramelle, biscotti ecc. Entro e saluto cordialmente. - Prego. - Vorrei duecento grammi di quelle caramelle della caffarel. - Misto crema ? - Si. Ci sono al pistacchio ? - Si certo. Ama il pistacchio ? - Moltissimo. - Allora eccezionalmente ne scegliamo qualcuna in più al pistacchio. - Grazie, molto gentile. L’altro commesso (o proprietario), mi guarda e mi fa - Proprio ieri è arrivata questa crema al pistacchio della bronte. Mi mette il vasetto in mano e a me cominciano a girare le pupille dal desiderio di assaporarla…ma penso che a Pasqua ho esagerato già con la pastiera…e non dovrei…ma poi le parole vengono da sole…e domando - Ma questa come si mangia ? - Come vuole -, dice il tizio con un tono da corruttore, - sul pane, su un dolce, anche a cucchiaini. - Oh Mio Dio !!!! Vorrei gridargli “ Basta ! Così mi fai male ! Non aggiungere altri dettagli! Altrimenti è come sparare sulla croce rossa !” Mi armo di tutta la forza che ho ( ed è poca ) e dico - Per stavolta resisto, ma le giuro che ripasserò ! Mi sorride. Sorrido. Saluto ed esco fuori. Il problema è che tutti ce l’hanno con me ! Ovunque vedo cioccolatini, gelati, dolci al pistacchio ! Ho persino trovato i macarons al pistacchio, tipici dolci francesi da provare almeno una volta nella vita. E quanto potrò resistere a questa infamia ? Poco, molto poco. Ora mi tocca ritornare almeno da Talmone, quella crema mi aspetta. Aspetta la mia bocca. Intanto, la sogno…..