venerdì 29 giugno 2012

Verso te...


Eppure la sera quando io dormo sola allungo la mano verso di te.

Alda Merini

giovedì 21 giugno 2012

Tra le pagine che contano



Era un mercoledì mattina di giugno. Faceva caldo, caldissimo. La donna camminava per le vie della città ancora piena di gente, nonostante il caldo. Passò per piazza Dante e s’infilò in un bar. Bevve un bicchiere d’acqua fresca e poi prese un caffè bello ristretto, come solo a Napoli lo facevano.
Salutò e uscì dal bar. Fece pochi passi e entrò in un vicolo. Il sole batteva forte, anchè lì.
Entrò dal fotografo e ritirò le foto che aveva deciso di far stampare. Erano alcune foto scattate negli ultimi tre anni, con fotocamera digitale. Ora aveva sentito la necessità di toccare con mano alcuni ricordi. Posti visti, sorrisi lasciati per le vie, angoli di mare e tante altre cose.
Erano anni che non aveva voluto avere foto di persone alla quali teneva.
Per non affezionarsi troppo, diciamo così.
Tempo addietro aveva buttato tutto ciò che le poteva ricordare momenti felici, ma lontani.
Sfogliò le foto. La mano di lui arrivò subito. Era bellissima.
Lei aveva scattato, durante un viaggio in auto, una foto al braccio dell’uomo, alla sua mano sul volante. Perché le piaceva la forza di quel braccio, la delicatezza che sempre aveva la sua mano.
Allora , in quel viaggio bellissimo, volle catturare ciò che vedeva in quel momento e ciò che più le piaceva.
Ora poteva rivedere il suo braccio e tenerlo con sé.
A casa , pose la foto nell’ultima pagina della sua agenda di Paris, quella bella con gli acquarelli di Fabrice Moireau .
Ora lo portava in giro con sé, quel braccio. Quella pelle ambrata.
Si sentì un po’ come il nino bueno che portava in tasca, sempre, lo spazzolino da viaggio della nina mala.
E’ che si diventa feticisti, così tutt’a un tratto.
E’ che di diventa teneri, in certi istanti.
Come se la tenerezza nascosta in certi sguardi, quelli che stringono le cose ormai lontane,
placasse gli animi.
E allora va bene così. Va bene conservare una vecchia foto tra le pagine che contano.

giovedì 14 giugno 2012

La ballata della masturbatrice solitaria

La fine della tresca è sempre morte.
Lei è la mia bottega. Viscido occhio,
sfuggito alla tribù di me stessa
l'ansimo non ti ritrova. Fo orrore
a chi mi sta a guardare. Che banchetto!
Di notte, da sola, mi sposo col letto.
Dito dopo dito, eccola, è mia.
E' lei il mio rendez-vous. Non è lontana.
La batacchio come una campana. Mi chino
nel boudoir dov'eri solito montarla.
M'hai preso a nolo sul fiorito copriletto.
Di notte, da sola, mi sposo col letto.
Metti ad esempio stanotte, amor mio,
che ogni coppia s'accoppia
rivoltandosi, di sopra, di sotto,
in ginocchio s'affronta spingendo
su spugna e piume l'abbondante duetto.
Di notte, da sola, mi sposo col letto.
Così evado dal corpo,
un miracolo irritante. Come posso
mettere in mostra il mercato dei sogni?
Son sparpagliata. Mi crocifiggo.
Mia piccola prugna è quel che m'hai detto.





Di notte, da sola, mi sposo col letto.
Poi venne lei, la rivale occhi neri.
Signora dell'acqua si staglia sulla spiaggia,
con un pianoforte in punta di dita,
parole flautate e pudore su labbra.
Mentre io, gambe a X, sembro lo scopetto.
Di notte, da sola, mi sposo col letto.
Lei ti prese come una donna prende
un vestito a saldo dall'attaccapanni,
ed io mi spezzai come si spezza un sasso.
Ti rendo i libri e la roba da pesca.
Ti sei sposato, il giornale l'ha detto.
Di notte, da sola, mi sposo col letto.
Ragazzi e ragazze son tutt'uno stanotte.
Sbottonan camicette, calano cerniere,
si levano le scarpe, spengono la luce.
Le creature raggianti sono piene di bugie.
Si mangiano a vicenda. Che gran banchetto!
Di notte, da sola, mi sposo col letto.

(Anne Sexton )